La meta è partire

Il mio posto nel mondo è su un aereo, lato finestrino.

Io che trattengo il respiro, il cielo che sembra un acquerello e le nuvole che hanno la forma di un drago.

Ho con me una valigia e la curiosità ardente di Lucio, quello delle Metamorfosi di Apuleio, che in Tessaglia si spalma una pomata magica e si ritrova trasformato, per errore, in asino; un cuscino da viaggio e i dubbi inquieti di Telemaco mentre guarda il mare e scruta l’orizzonte nella speranza di vedere comparire, un giorno, il padre Ulisse; gli occhiali da sole e il bisogno avido di vagare senza meta per le strade della città come Encolpio, il protagonista del Satyricon di Petronio; le cuffie per la musica e la voglia testarda di attraversare l’oceano e perdere la strada come Cristoforo Colombo.

Dopo questo tempo sospeso da tempo, niente di meglio di un bel sogno per iniziare l’anno: decolli, paesaggi e atterraggi, curiosare e annusare e ricordare, cose da vedere, strade da percorrere e gente da osservare, chilometri di silenzio seguiti da chilometri di parole, insomma viaggiare e sentirmi a casa, oppure stare a casa sapendo di poter partire.

Certe possibilità sono lussi che mi piacerebbe avere di nuovo.

E siccome un viaggio inizia sempre con un primo passo, ho prenotato un volo per gli Stati Uniti.

L’ultima volta che sono stata a New York c’erano ancora le torri gemelle, i mondiali di calcio e Clinton che nascondeva una stagista sotto la scrivania.

Ricordo che quando sono scesa dal taxi, mi sono fermata a guardare il fumo che usciva dai tombini di Manhattan ed ho pensato di essere dentro un film. Poi ho alzato lo sguardo, c’era il sole che tramontava fra i grattacieli e ho pensato che fosse la città più bella che avessi mai visto.

E’ un regalo quello che ci siamo fatti la mia famiglia ed io, quell’anno. Un po’ di Stati Uniti, un po’ di Canada e una finestra sul mondo che a un certo punto si sente il bisogno irrefrenabile di aprire.

Abbiamo persino partecipato ad un matrimonio americano: io ero una delle dieci damigelle della sposa, tutte vestite con un’americanata di abito fucsia, con scarpe fucsia, con un fiore fucsia tra i capelli ed un trucco sobrio come quello di Moira Orfei.

Poi si torna e il cuore non è più lo stesso. Restano le foto di skyline, di parchi e di cascate da guardare con gli occhi della prima volta anche se è la millesima. Stampe da incorniciare e da riguardare ogni tanto. Un piccolo richiamo, come certi vaccini.

E’ un regalo quello che ci faremo una mia amica ed io, quest’anno. Un po’ di compleanni da festeggiare, un po’ di risate da recuperare e quella finestra sul mondo che a un certo punto si sente il bisogno irrefrenabile di riaprire.

Perché è ora di tornare a viaggiare, questo è certo. Ma è anche tempo di priorità, tipo la salute.

Nel frattempo, ripasso le basi da the cat is on the table a open the window, ma non vedo l’ora di essere seduta su una panchina di Central Park, guardarmi intorno e finalmente dire “first reaction: shock!”

Intanto vado per la mia strada che è già un bel viaggio.

Non so, dunque parlo

L’incompetenza deve pur avere un rumore.  Secondo me di vetri rotti, di freni stridenti o di nasi soffiati.

Sicuramente avrà anche un odore. Sa di melma, di pesce marcio e di stanze sempre chiuse.

La riconosco nelle facce di chi si sente portatore di verità assolute, di chi si crede depositario dello scibile umano, di chi non sa nulla, ma appena può si assegna una laurea e una buona dose di sapienza.

I pulpiti sono fatti di sé e di troppe parole.

E a me quelli che sermoneggiano con toni di solenne superiorità, se una volta mi provocavano sbadigli, adesso mi fanno venire due palle così che mi ci vuole la carriola.

Perché attorno a me, ultimamente, è tutto un pullulare di esperti di medicina, di virologia, di sanità.

L’argomento non è importante, loro in quanto esperti discettano su ogni cosa e tramutano opinioni personali in principi assodati, spacciano cretinate lette su Facebook per teorie scientifiche e laddove servirebbe silenzio e rispetto, provocano di proposito schiamazzi e crociate.

Confondono la libertà di espressione con l’espressione fuori controllo e con la scusa che in un sistema democratico ognuno è legittimato a dire ciò che vuole, dicono cose di cui non hanno conoscenza, né autorità.

Eppure la presunzione spacciata per competenza fa proseliti perché quel poco che sanno te lo vendono così farcito, confezionato e infiocchettato da fartelo sembrare credibile. Poi togli i fiocchi, apri la scatola e manca il contenuto.

Parlare di quel che si conosce, ecco cosa si dovrebbe fare.

Perché un conto è dire che una cosa piace o non piace o che è giusta o sbagliata.

Ma, ad entrare nel merito di quella cosa, dovrebbero essere solo coloro che l’hanno studiata, analizzata e approfondita, che hanno la competenza, la preparazione e l’esperienza per potersi esprimere.

Ad esempio, su un’opera di Renzo Piano, io al massimo posso avere in giudizio puramente estetico, ma sarei sciocca se mi mettessi a contestare le tecniche di sviluppo di una struttura a guscio.

Semplicemente perché non ho studiato Architettura e nulla so di scienza delle costruzioni, di fisica tecnica e di progettazione.

Eppure quando ho detto che, in tema di salute in generale e di vaccini in particolare, dovremmo affidarci alla scienza e alla ricerca e non ai ciarlatani su internet, un tizio con la laurea triennale in Viticoltura ed Enologia, con tesi sulla vinificazione in anfora, mi ha risposto con astruse teorie sulla modificazione genetica del Dna e alla fine mi ha tacciato di essere stolta e pure incosciente.

Evidentemente quel giorno aveva esagerato con il Cabernet-Sauvignon.

So di non sapere, diceva Socrate.

Cu sapi, sapi e a cu nun sapi, ‘nzignaccilla (chi sa, sa e a chi non sa, si insegna), diceva mio nonno.

Socrate e mio nonno avevano ragione, questo almeno lo so.

Quali sono le altre mie competenze?

So separare gli zampironi senza romperli, dal 1998.

Come la penso

E’ quel periodo della mia vita in cui non capisco se ho più bisogno di una granita ai gelsi rossi, di un gin tonic o di espatriare in Groenlandia.

Poi penso che forse posso aspettare ancora un po’, che questa uggia è solo colpa dell’inquietudine che mi porto negli occhi e tra i pensieri.

D’amore non parlo mai. Perché non ho bisogno di parlarne e perché amo quel che amo senza capire esattamente il perché.

E poi l’amore non è una cosa semplice come canta Tiziano Ferro. E’ sentire zone lontane del proprio corpo che tornano a casa, come scrive Franco Arminio.

Comunque, anche se giungo sull’argomento con discreto ritardo, l’idea era quella di dire la mia su una chiesa o uno stato che non riconoscono l’amore tra le persone, chiunque esse siano, e non lo rispettano, qualunque esso sia.

Sul pietismo finto che se due maschi si vogliono bene, oppure due femmine, non va bene perché sono contro natura. Invece uno a cui è rimasto solo il pensiero e il resto è sofferenza, piaghe e tubi con cui va imboccato, lavato e pisciato, quello va bene, è secondo natura.

Sul perbenismo falso per il quale, anche se durante la settimana hai tradito la moglie, frodato il fisco, rubato i soldi ad un cliente, fatto la spia ad un collega, se poi la domenica mattina ti confessi e fai la comunione hai diritto al regno dei cieli.

Ma poi ho pensato che scrivere ciò, in poche righe e dentro questo enorme blablabla virtuale, porterebbe solo a rimestare luoghi comuni, a mischiare sacro e profano, a lasciare che l’insolenza prenda spazio sulla ragione.

A parteggiare per chi invoca leggi utili a demolire pregiudizi o per chi pensa che una nuova legge contro l’omofobia non sia la soluzione, ma solo una toppa messa lì a nascondere stereotipi prefabbricati da tutti, destra e sinistra.

D’altronde a me non hanno insegnato a rispettare un gay, hanno insegnato a rispettare tutti; non mi hanno insegnato a picchiare una persona che ne ama un’altra del suo stesso sesso, mi hanno insegnato che non si picchia nessuno.

Ma soprattutto mi hanno insegnato che una famiglia non è per forza composta da madre, padre e figli, una famiglia è tutto ciò che rimane dentro quando si chiude la porta di casa. Pesce rosso compreso.

Quindi, cosa potrei dire?

Forse che bisognerebbe fare come in Danimarca dove l’empatia si insegna a scuola. Materia obbligatoria, un’ora a settimana per studenti dai sei a sedici anni.

Perché l’empatia si impara. Serve a conservarsi umani, a raccogliersi dentro l’anima di qualcun altro, ad abbattere muri di pensieri ben più alti del cemento, a non vivere nella colpa se si è felici dell’amore che si prova.

Non vi può essere nessun altro rimedio, questo penso.

Gesù comunque vi guarda quando non rispettate le libertà individuali altrui, e anche io.

Adulta e vaccinata

Sto sorridendo, ma è una smorfia.

A chi si lamenta del tempo che passa vorrei ricordare chi di tempo non ne ha più, perché l’ha finito.

A chi si lamenta dei giorni che stiamo vivendo vorrei dire che verranno tempi migliori, o peggiori. Basta che vengano.

A chi si lamenta che ci stanno rubando il tempo, vorrei rammentare che quel tempo non è nostro e un ladro non può lamentarsi di un furto.

Ma ho imparato a dire le cose con metà parole, quindi le taglio, le assottiglio, le smusso, le limo e se poi non bastano, sorrido.

Perché ormai sono adulta e anche vaccinata e quando mi guardo mi dico fortunata.

A chi parla del peso della vita vorrei presentare chi non ha le gambe per portarlo.

A chi dice che questa pandemia ci ha reso più poveri e soli, vorrei ricordare che c’è una lettera di Petrarca a Boccaccio in cui scriveva che “il 1348 ci ha resi soli e poveri e ci ha tolto cose che non si possono recuperare”.

A chi scrive che il vaccino fa più male della malattia, vorrei rispondere che anche vivere è inesorabilmente mortale.

Ma ho capito che la stupidità è un virus che si trasmette per via aerea, quindi trattengo il respiro e sorrido.

Perché ormai sono adulta e vaccinata e so che non esiste un vaccino contro chi ha la convinzione di avere sempre ragione.

Se sono adulta è perché gli sbagli, gli abbagli, le paure e le mancanze mi hanno fatta diventare grande. Un dubbio ogni tanto dovrebbe essere obbligatorio, come il richiamo di un vaccino.

Se sono vaccinata è perché anche il funerale di una persona cara, come una riunione di reduci sopravvissuti ad una guerra, serve a ricordare cosa vuol dire essere vivi. E se quella persona che non ha fatto in tempo a fare il vaccino, potesse resuscitare, ci manderebbe a fanculo tutti.

Sono talmente adulta e vaccinata che ormai ho imparato a dire le cose come stanno: il covid ha rotto le palle, ma anche quelli che non si fidano dei vaccini perché l’hanno letto sull’oroscopo, non scherzano.

E’ qui la fila per gli anelli di Saturno?

Ho una smorfia dolce sulla faccia, somiglia ad un sorriso.

Aria fritta

Anche se ho taciuto, ne ho dette di cose.

Ho trascorso gli ultimi mesi recintata in zone variopinte, dal rosso cremisi al giallo chartreuse, restando a galla come una barchetta di carta.

Ho rincorso la leggerezza dando un nome alle nuvole bianche, regalandomi giornate di vento, di tovaglie blu e di ristoranti sul mare, prendendo il volo verso l’alto, allontanandomi dall’insostenibile pesantezza delle frasi fatte di frittura d’aria un tanto al chilo.

Ho comprato un pc, un tostapane, un frullatore ad immersione, uno spremiagrumi professionale e una friggitrice ad aria per cucinare robe leggere come l’aria fritta.

Ho guardato serie tv turche in turco e israeliane in ebraico, sono entrata in room giapponesi di Clubhouse, ho fatto sogni americani e pensieri in dialetto stretto.

Ho provato affetto per l’equilibrio di Mattarella, tenerezza per i congiuntivi Di Maio, pena per l’inglese di Renzi, fastidio per l’arroganza di Salvini, rabbia per il dilettantismo di Casalino, disgusto per l’incompetenza dei negazionisti, dei complottisti, degli antivaccinisti e anche dei terrapiattisti.

Ho visto tante cose dalla finestra di casa mia, in questi mesi. Le ambulanze sfrecciare, i vicini a spasso con il cane, i podisti improvvisati, l’erba crescere tra l’asfalto, la prima ondata, la seconda ondata, la pioggia cadere a dirotto e il sole morire dentro il mare.

Ho capito che le cose che contano davvero sono quelle che si danno per scontate, che il futuro ha il suono di passi incerti e titubanti, che il presente ha il sapore della speranza e dell’attesa, che gli idioti resistono a tutto, pure alla pandemia.

Ho imparato a trattenere la tosse, a chiamare le paure per nome, a sorridere con gli occhi, a rimanere in silenzio, senza che nessuno me lo insegnasse. E che in Giappone c’è un santuario che viene demolito e ricostruito dai monaci ogni vent’anni, identico a se stesso. Un ragazzo a vent’anni va nel tempio per imparare a costruirlo e ci resta finché non ha imparato tutte le tecniche. Poi, passati i primi venti anni, quando ormai è quarantenne, lo costruisce per davvero, mettendoci tutto il tempo che occorre, cioè vent’anni. Solo quando ne ha sessanta, può insegnare a costruirlo ai giovani che vorranno imparare. Tutto il resto è aria fritta.

Io invece quando non so come fare una cosa, penso a come la farebbe Ryan Gosling al posto mio.

Perché lui lo amo dai tempi di Drive, da quel “Posso parlarti? Non ci metterò molto” che sembrava lo dicesse a me, con quel bomber tamarro color argento e l’aria da matto.

Ecco, se Ryan mi vendesse l’aria fritta, io la comprerei.

Ad impossibilia nemo tenetur

Che poi nella vita io questo so fare, rifugiarmi nell’impossibile come se lì ci fosse la soluzione.

Ma sono giorni disorientati e improvvisati e l’impossibile non è alla mia portata e mi devo accontentare del necessario.

Così ho ricominciato a mangiarmi le unghie, a tormentare le doppie punte e a parlare con me, di me.

E anche se vorrei fare come il tipo di Into the wild, poi mi basta una passeggiata in pineta su un mucchietto di foglie gialle per fare della speranza il mio pane quotidiano e sperare in un decreto che regali tempo a chi non ce l’ha, pace a chi è in guerra, salute a chi sta poco bene e colori a chi tiene gli occhi chiusi.

Nessuno è tenuto a fare cose impossibili, ma mettere la mascherina, lavarsi le mani e mantenere le distanze sono cose faticose, ma non impossibili.

Eppure per me è difficile capire come su queste tre semplici questioni ci sia così tanto da dire.

(Verrà l’inverno, ma poi passerà.)

Intanto si pensa, si spera, si vuole. Perché persino le cose impossibili hanno il sapore della probabilità.

Il mio sogno a lungo termine sarebbe quello di tornare a viaggiare e, nell’estate del 2022, festeggiare il compleanno sul rooftop del grattacielo più alto di New York dove il panorama è bellissimo e la gente piccolissima.

Quello sul medio periodo sarebbe riuscire a trascorrere il Natale con la mia famiglia, abbracciare parenti che non vedo da una vita, guardare film che parlano di slitte e di renne, ascoltare canzoncine suonate da strani tizi vestiti di rosso e con la barba bianca, facendo discorsi profondi e risate leggere.

Il mio programma nell’immediato, invece, è sedermi e guardare fuori, sperando che piova e scartando una confezione grande di piccole tregue.

E quando fra dieci anni mi chiederanno cosa ho fatto di bello nel 2020, risponderò: ho resistito.

(Verrà l’inverno, ma una primavera nuova presto arriverà.)

Comunque, ho anche un piano per affrontare un eventuale lockdown.

Basta disegnare arcobaleni, basta dire che andrà tutto bene visto che sta andando tutto a cazzo di cane e soprattutto basta canzoni di Rino Gaetano cantate dai balconi.

Ogni sera verso le 19 potremmo, che ne so, affacciarci alla finestra e ripetere la tabellina del nove o ripassare la metrica latina.

Tutti in coro: Tityre, tu patulae recubans sub tegmine fagi….

(Verrà l’inverno e, per come la vedo io, si potrebbe andare in letargo per un po’.)

Riflessioni di una notte di mezza estate

La Luna nellarte - Figure di notte di Joan Miró

E’ una notte qualunque, grondante d’estate.

L’insonnia mi appiccica e mi spettina e dietro gli occhi chiusi arrivano le storie che mi racconto prima di dormire. Alcune a puntate, altre a ruota libera, tutte senza censure con dentro parolacce e frasi senza senso, ragionamenti e ricordi.

La più ricorrente è quella di lasciare tutto e andare a vedere il mondo, vivere di mojito e tiramisù e morire sotto falso nome.

Non lo farò mai, però ci penso.

Nel frattempo sono andata via per un po’.

Ho spento il computer, staccato spine e contatti e preso un aereo. Ho accarezzato volti e dialetti, visto posti che non avevo ancora visto, camminato lungo strade assolate e cercato l’ombra sotto ulivi e navate.

Ogni sera ho guardato il sole scendere sul mare e il mondo colorarsi di rosso, strizzando gli occhi e allargando il cuore.

Ho spento anche un po’ di candeline perché l’estate, si sa, è la stagione dei compleanni.

Il blog ha compiuto sette anni ed io qualcuno di più.

Mi manca scrivere qui con l’assiduità di un tempo, ma appena posso vengo e semino frammenti di me che qualche occhio anonimo e paziente leggerà.

Ma lo farei anche se non mi leggesse nessuno perché scrivere non sarà capirsi, ma almeno è ascoltarsi.

Sette anni di righe scritte corrispondono a quasi duecento post e centomila visualizzazioni, da Hong Kong alla Finlandia, dall’Australia al Perù.

Ho anche due affezionati lettori che, chissà perché, visitano ogni giorno il mio blog: uno vive a Riunione, isola dell’Oceano Indiano occidentale di cui ignoravo l’esistenza, l’altro è di Città del Vaticano, ma dubito che sia Francesco.

A parte alcuni che sento quotidianamente, il resto dei miei follower è gente che non ha né faccia né voce, ma che con post e commenti si fa vedere e sentire comunque.

Poi è stata la volta del mio compleanno e quel giorno ho ricevuto regali bellissimi, ma davanti ad una vecchia ed impolverata Lettera 22 ho provato una commozione che non si può spiegare.

Così io che so scrivere solo a penna e al pc, adesso dovrò imparare ad usare la macchina da scrivere con quel ticchettio che scandisce tempo e parole.

Ogni tanto mi chiedono: perché non scrivi un libro?

Perché penso che di scrittori ce ne siano fin troppi e di lettori, invece, troppo pochi.

Diventare un’ottima lettrice, è questo il mio sogno.

Oltre, naturalmente, quello di lasciare tutto e andare a vedere il mondo, vivere di mojito e tiramisù e morire sotto falso nome.

Ho già pronto l’epitaffio: Vestita di tutto punto, qui riposa la fu PindaricaMente. Perì per darci in sogno i numeri del lotto.

Status quo

A volte tutto è cambiato, anche se niente sembra cambiato.

Tomasi di Lampedusa la sapeva lunga, ma io di più.

E in questi giorni, in cui ho messo a soqquadro la mia vita per il desiderio di mutare l’immutabile, ho capito che voler cambiare il fuori sposta di qualche virgola anche il dentro.

Piccoli segnali, continui ed impercettibili, un reticolo di fili che tirano ora da una parte ora dall’altra e dopo un po’ si è diversi, senza volerlo.

Se fossi un palazzo di dieci piani, solo uno sarebbe mio. Il resto sarebbe fatto di strade percorse, incroci, successi, delusioni, scelte e possibilità.

In quest’ultima settimana, impastando analisi e ragionamenti, calcoli e ponderazioni, ho costruito un altro piano, l’undicesimo.

Per un’inestricabile congiuntura di eventi, negli ultimi sette giorni ho ricevuto due proposte di lavoro. Quelle sognate da una vita, a tempo indeterminato, in città antiche e belle, su poltrone dove tanti siedono senza avere meriti e capacità.

Per anni ho pensato che mi sarei accontentata anche di una sedia pieghevole in plastica pur di fare quel lavoro, proprio quello.

Così mi sono rimessa a studiare e ho partecipato a dei concorsi, avanzando tre caselle. Ho fatto le prove, sono entrata in graduatoria e ho avanzato altre cinque caselle, ho aspettato la chiamata e quando la chiamata è arrivata ho rifiutato e sono tornata al punto di partenza.

Non è il gioco dell’oca, altrimenti l’oca sarei io.

Ma ci sono momenti nella vita in cui si è già dove si vorrebbe essere e qualsiasi cosa non conta più nulla e le scelte, quelle istintive ed epidermiche, sembrano illogiche se guardate con la ragione.

In quei momenti, però, la ragione non serve o forse quando i sogni si avverano non sono più sogni.

E’ stato un po’ come vincere una battaglia e poi non sapere cosa farne del trofeo ma, in fondo, non c’è niente di più effimero del desiderare e non c’è niente di più serio del vivere.

Per tornare al punto di partenza e far sì che tutto rimanesse com’è, sono cambiata io.

Così, dopo un lungo e gattopardesco “ricalcola percorso”, ho spento il navigatore, tanto ormai sapevo dove andare.

Guidando verso lo status quo è partita la musica. I Deep Purple cantavano Child in time a tutto volume ed io, rullando le braccia e suonando una batteria immaginaria, ho capito di essere sulla strada giusta.

E poi dall’undicesimo piano si vede anche il mare.

Festina lente

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Poi c’è questa primavera che non ne vuole sapere più nulla dell’inverno e sembra scoppiare improvvisa, svegliando alberi e uccellini che parlano mille lingue e scrollando un po’ anche noi che siamo mezzi rincoglioniti dal tempo che passa senza far più rumore.

Ce ne stiamo con le mani in tasca e ci guardiamo intorno, cercando conforto in posti vecchi sperando che sembrino nuovi, e in facce nuove sperando che ci ricordino volti vecchi.

Giorni asincroni, di lentezza da goccia d’acqua che cade di quando in quando, di orologio a cui ogni tanto vanno rimesse le lancette nell’ora giusta.

In questo lungo fermo immagine che ha interrotto di colpo la pellicola che stavo vivendo, io sono Achille piè veloce, ma sono anche la tartaruga di Zenone e procedo con la prudenza di chi non sa bene dove poggiare i piedi e con la fretta di mettere due cose in macchina e partire e arrivare proprio mentre il sole tramonta sul mare.

Festina lente.

Rallento per accelerare, come una coraggiosa barchetta di carta che per rimanere in piedi deve procedere senza indugi, ma con l’accortezza di chi saggiamente sa dove vuole arrivare e quando e come.

E anche se il mio baricentro vorrebbe essere altrove, la cautela gli fa da stampella perché arrivata a questo punto so che le battaglie contano, ma conta di più il finale.

Nel frattempo faccio sogni che sanno di futuro perché fra quello che ho e quello che vorrei, forse un equilibrio c’è.

E’ non aver mai smesso di desiderare.

Ed io desidero la vita piuttosto casuale, incasinata e improvvisata che avevo prima dove l’unica cosa contagiosa era una risata, ma anche il mondo che ancora devo vedere, i viaggi, le strade e il domani.

Mi piacerebbe che la vita ricominciasse proprio da dove l’avevo lasciata e, con una consapevolezza diversa, riprendere ad una ad una le cose che sono rimaste ad aspettarmi.

E tu, quando tutto sarà finito, quale sarà la prima cosa che farai?

Io domandarmi se sarà davvero tutto finito (oltre ad andare a fare una passeggiata visto che ultimamente persino i decreti escono più di me.)

Andrà tutto bene?

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Se un giorno qualcuno mi avesse detto che un virus a forma di corona avrebbe tenuto sotto scacco il mondo intero e che le città si sarebbero svuotate e che per uscire di casa avrei avuto bisogno di un lasciapassare, credo che mi sarei fatta una risata panciuta.

Adesso che è successo, la risata è stonata e attonita, soffocata dalla mancanza di aria, dall’ansia, dal senso di inadeguatezza.

È come camminare con gli occhi lucidi e in punta di piedi sopra un ordigno difettoso e sperare che arrivi velocemente qualcuno che lo sappia disinnescare.

Siccome si apprezza ciò che si ha solo quando ciò che si ha viene a mancare, a me mancano certi punti fermi che non sono necessari, ma confortanti.

Gli abbracci, le strette di mano, le pacche sulle spalle, le cene con gli amici, le chiacchiere ravvicinate sul divano.

Esco solo per andare al lavoro, con l’autocertificazione in tasca e mille paure in testa.

Perché lavoro in un ente pubblico, in uno di quegli uffici che un decreto decretato nottetempo ha considerato servizio essenziale. E come tale non si può interrompere, né si può fare da casa.

Quindi la mattina mi vesto di cautela e di coraggio e vado, attraversando strade vuote e piazze silenziose e c’è la primavera tutt’intorno che intanto se ne frega.

La scrivania come trincea e nel cassetto un igienizzante per le mani che uso come se fossi Ponzio Pilato.

Pensando alla mia famiglia che è lontana mille km da me, ma so che per stare vicino a qualcuno non è necessario averlo accanto, quindi stringo i denti e penso ai fusilli pesce spada e melanzane che mia mamma mi farà appena potrò tornare giù, all’abbraccio di mio nipote in cui ritrovo tepore e tenerezza e il nodo in gola, piano piano, si allenta.

Andrà tutto bene?

Andrà tutto bene solo se ci impegneremo a rispettare le regole, se ci comporteremo responsabilmente, se resteremo a casa per il tempo che servirà, se ci prenderemo cura di ogni nostra paura e anche se fosse una bugia dobbiamo credere che tutto andrà bene.

Io non lo so se andrà bene, ma so che farò in modo che non vada altrimenti.