Tutto il resto è noia

fernando-botero-donna-con-fiori

Una vita a prepararsi ad ogni evenienza, tranne a quello che poi succede.

Perché la vita non è ciò che si dice, e neanche ciò che si fa. La vita è quel che ti succede mentre dici e fai.

E dicendo e facendo, io ho preso gli orecchioni.

Imprigionata in casa senza poter uscire e senza poter ricevere visite, ho trascorso dieci giorni a fare quello che mi riesce meglio. Nulla.

Non ho pensato, non ho ragionato, non ho rimuginato sulle cose della vita.

Nullafacente presso me stessa.

Da sola, in assoluto silenzio, ho badato al soffitto, ho guardato il mondo senza l’ansia di dargli un senso ed ho svuotato la mente, come uno secchiello si svuota sulla battigia.

Ho lasciato che sia, e basta.

Ho perso ore a seguire le volute di piccole nuvole, a osservare bambini bavosi che giocavano in cortile, ad ascoltare la cacofonia delle voci del palazzo, ad accorgermi di un sacco di cose che mai si accorgeranno di me.

E poi dormire, leggere, guardare serie tv, telefonare, dormire, ascoltare musica, dormire, scrivere cose al piccì, sistemare gli armadi, pulire i vetri, dormire, rispondere ai messaggi, guardare tutorial sulla fatturazione elettronica o su come si mette l’eyeliner, mangiare, dormire.

Come forma di protesta ogni tanto sbadigliavo.

Una catarsi lunga ed utile, perché per annoiarsi ci vuole tempo.

E la gente che non conosce la noia, l’ozio, l’uggia, il torpore, non sa cosa si perde.

Si accettano le cose che capitano, si riprende fiato, ci si ritaglia un po’ di tempo da perdere, ci si rivuole bene.

Si capisce che è tutta una rincorsa, un’attesa, un allenamento a un futuro che verrà, ad un domani che arriverà, ma in realtà nessuno è mai pronto, a niente. E questo, forse, è il bello. Da “io da grande farò la ballerina” alle previsioni del tempo, la vita è tutta una serie di aspettative ingannevoli, inaffidabili e meravigliose.

Ci si convince che se c’è il male allora c’è anche la cura. Basta fare gli anticorpi alle malattie nuove che capitano.

E si spera che, dagli orecchioni in poi, ci saranno un po’ di anticorpi anche per le altre cose brutte della vita.

Comunque, chissà perché ho preso proprio gli orecchioni. Chissà perché proprio ora.

Forse per sentire tutti. Forse per sentire meglio.

Quello che so è che nei giorni di quarantena la mia faccia sembrava disegnata da Botero e le orecchie erano talmente gonfie, arrossate e calde che da allora si chiamano Vesuvio ed Etna.

Annunci

Sogni d’oro

004

Chissà dove vanno i sogni quando ci si sveglia.

I miei se ne stanno lì per un po’, incastrati tra le ciglia, e poi a palpebre aperte si dileguano, soppiantati da emergenze di vita vera.

Perché i sogni sono così, come tutte le cose belle non si possiedono e qualsiasi cosa succeda di notte, la mattina non c’é più e tocca ricominciare daccapo.

In un’osmosi notturna che assimila cose e le rigenera facendole diverse, sogno altre vite che con la mia non c’entrano, abito in case che non conosco, parlo con gente con cui forse non parlerei mai.

A cadenza settimanale sogno di cadere, di volare, di perdere borse, documenti, treni, persone.

Un groviglio senza capo né coda che sgorga sicuramente da qualche circuito spinoso della mia mente che ribolle e non si acquieta, neanche di notte.

Al punto che, per insondabili motivi noti solo al mio inconscio, faccio sogni che sembrano film girati da Tarantino, Von Trier e Dario Argento insieme.

Ho sognato di diventare famosa su YouTube facendo una cover di Lady Marmalade, strizzata in un vestito a sirena color rosso cremisi, con in testa una cofana di capelli cotonati color biondo miele; di avere un banchetto al mercato dove vendevo ravanelli che però non comprava nessuno; di fare un comizio in cui esortavo la gente a conquistare la felicità giocando la propria data di nascita al lotto; di baciare Ryan Gosling e subito dopo di rilasciare un’intervista a Barbara d’Urso per parlare del triangolo amoroso con lui e la Mendes; di lavorare nella squadra narcotici di New York e di fare testa coda sulla Fifth Avenue con una St. Regis nera; di essere inseguita da un paio di leoni affamati scappati dal circo e di difendermi con il manico di una scopa; di lavorare in un ufficio dove era vietato parlare con i colleghi se non usando parole onomatopeiche e quindi era tutto un susseguirsi di “sigh, patapum, blin blin, smack, pss pss, zum zum”; di ospitare Pirandello, Verga e Camilleri nel salotto di casa mia e di proporgli una partita a poker e un bicchierino di rosolio; di fare la ceretta alla Ferragni che, per sdebitarsi, mi ha portato a fare un giro nella sua cabina armadio e mi ha regalato una delle sue colorate Chanel. (Potete immaginare la tristezza al mio risveglio.)

E ora lascio la parola a Freud.

MMXVIII

127ef0e4-8a98-11e3-a965-d230c9a3b817_original

L’inizio dell’anno profuma sempre di possibilità.

La fine, di bilanci.

Nel mezzo ci sono le stagioni che si succedono incessantemente, le somme e le sottrazioni.

La mia contabilità non è fatta di logaritmi, derivate ed integrali, ma di quelle quattro semplici cose che bastano per campare.

Perché penso che non si ha bisogno di molto se un bambino ti sorride, se tolti i rami secchi si vede di nuovo il cielo, se hai un abbraccio in cui sprofondare, se somigli a ciò che dici di essere, se sai passare sopra a cose su cui prima inciampavi, se hai una casa, un plaid, un divano e un vecchio film in bianco e nero e delle cose in testa che forse non sono nemmeno progetti, ma per un po’ ti permettono di sognare.

E i sogni, si sa, non vanno a bilancio.

A noi malinconici succedono cose strane quando si avvicina la fine dell’anno o la fine di un libro o la fine di un viaggio.

Ricordiamo tutto insieme.

Quest’anno è passato, in un modo o nell’altro.

Ci sono stati dei colpi di fortuna e dei colpi e basta, qualche inciampo, dei pensieri di troppo e un po’ di abbracci buoni.

Ho iniziato un lavoro nuovo, ho imparato cose che credevo di sapere già, ho conosciuto persone che mi hanno accolto con gentilezze a sorpresa e sorrisi di cui avevo bisogno.

Ho perso un’amica, dopo aver trascorso giorni ed ore ad infonderle coraggio tra i corridoi di oncologia, un posto dove anche l’aria prova dolore.

Ho preso aerei, perso treni, imboccato scorciatoie e riconosciuto il cartello “strada senza uscita” all’inizio di una nuova via. Mi sono fermata sul ciglio per un po’ e poi ho ripreso a camminare. Ho visto posti che sognavo da una vita intera di vedere, ho osservato, annusato, scoperto e riso. Poi sono tornata. Perché è per questo che si va, no?

Ho letto centinaia di pagine, scritto migliaia di parole, realizzato qualche desiderio, lanciato sassi e schivato, laddove ho potuto,  le solite umane meschinerie.

Adesso mi tengo stretto quel poco che ho e spero di riuscire a portarlo con me nell’anno che verrà.

Insieme a qualche dubbio, alla salute e alla frittura di pesce. Non mi serve altro.

E sono pronta ad accogliere quel che non mi aspetto.

Perché magari non succederà nulla, ma potrebbe. Ed è questo quello che conta.

Quindi, auguri di cuore a chi passa da qui e l’ultimo dell’anno chiuda la porta.

Tante paure, un solo coraggio

247

E tu cosa faresti se non avessi paura?

Io, ogni tanto, mi infilo sotto al letto insieme ai mostri e allungo la mano per vedere come stanno.

Mentre il cielo fuori brontola e borbotta, come se sapesse.

Certo che ho ancora paura della mia ombra, ma crescendo ho smesso di avere tante piccole fobie.

Le altre, invece, sono diventate grandi con me.

Servono a ricordarmi la misura di ciò che sono e di ciò che non posso essere.

Ho paura della frivolezza degli sciocchi, della sommarietà dei mediocri, di chi minimizza sorridendo, di chi vuole avere ragione per forza, di chi dimentica il male fatto perché si assolve in fretta, di esagerare, di deludere, di disturbare, di non farcela, della mia ignoranza e dell’altrui saccenza, dell’approssimazione, della perfezione, della perdizione, di dire le cose belle ad alta voce, di pensare no quando tutti pensano sì, di fare a meno o di fare di più, della coscienza che gioca con se stessa fino ad ingannarsi, dei tuoni, dei topi, dei clown, dei passaggi a livello, delle altezze troppo elevate, dei luoghi affollati e delle argomentazioni disabitate.

Anche le tempeste mi spaventano ogni volta, eppure sono quelle che puliscono il mare.

E anch’io sono la somma di tutte le volte che ho detto “non ce la faccio” e poi, invece, eccomi qua.

Funziona così tra i vivi e i sopravvissuti.

Perché poteva andarmi peggio, potevo non avere coraggio.

E invece se una cosa non mi piace ci metto la maionese e se una cosa mi fa paura la guardo in faccia dallo spiraglio tra le persiane e faccio gli scongiuri con il sale marino integrale grosso.

Poi ne parlo un po’ con me stessa e ci organizziamo.

La paura si riconosce da lontano: ha le unghie affilate, il sorriso stonato e il fiato corto che sa di rancido e saliva.

Quando arriva azzanna il respiro, stordisce i pensieri e avvelena i sogni, ma il mio segreto è smozzicarla e sminuzzarla in tanti pezzi, cercando ragioni.

Lei guaisce per un po’, finchè non si accuccia e rinuncia e sfuma.

Quanto sono forte quando ho paura.

Dunque chi dice che avere paura è una debolezza ha davvero scassato la minchia.

E questo è quanto.

I poderi forti

39d8e04f3cc3c7bf2bb4163ce3625e66

Sono nata al tempo del mangianastri, della coccoina, dei gettoni telefonici e dei pantaloni a zampa d’elefante.

Sono cresciuta con i ciucci colorati, le rotelle di liquirizia, lo zaino Invicta, la cintura El Charro e un pezzo di gesso per giocare a campana.

Sono stata giovane quando si leggeva il Cioè, si ascoltavano i Duran Duran e gli Spandau Ballet e si giocava a Risiko per conquistare i territori.

Mi ritrovo adulta in un tempo in cui mancano le idee, la voglia e la buona creanza, però adesso per conquistare un territorio basta fare tre figli.

Perché se fai il terzo figlio, lo Stato ti dà un pezzo di terra da coltivare.

Mica l’asilo nido gratis o lo sconto sul latte in polvere o una fornitura di pannolini.

No, un terreno da zappare e tre bocche da sfamare.

E per un attimo mi è sembrato di essere in uno di quei saloni sfarzosi di Downton Abbey, a bere il tè con il mignolino alzato, a flirtare con qualche conte inglese e a ridere delle battute pungenti di Lady Violet.

Parlando di feudi, di fittavoli e di maggese.

Insomma, invece di convincermi a fare il primo, qui già parlano del terzo figlio.

Di questo passo, al quarto daranno un aratro. O due caprette che fanno ciao.

E a mia nonna, che di figli ne ha avuti sette, come minimo avrebbero dovuto intestare il Regno delle due Sicilie.

Io invece figli non ne ho, però ho un nipote. A me non regalano niente? Nemmeno una batteria di pentole, una bici con cambio shimano, una rete con le doghe in legno?

Comunque, anche cinque mq di posto auto andrebbero bene.

Oppure facciamo così: tenetevi la terra e alla prossima cazzata che dite, vi ci mando io a zapparla.

(Il pressappochismo al potere. C’è forse qualcosa di peggio? )

Regina di quadri

image_1107

E poi all’improvviso ha smesso di funzionarmi il principio di responsabilità.

E’ successo una mattina, una di quelle scandite da pretese, obblighi, doveri, convenevoli, regole e chissà quante altre pastoie.

Ho guardato il calendario, deciso il giorno, ci ho fatto un segno e ho sorriso.

Perché sapevo che una volta arrivata sulla scalinata di Montmartre sarebbe stato tutto assolutamente perfetto, come dev’essere, preciso lì.

C’ero io, i tetti di Parigi, la bocca aperta per lo stupore e il cuore pieno di meraviglia.

Un paesaggio da guardare, senza sapere dove inizio io e finisce lui.

E da riguardare, ogni volta che mi sarebbe mancata la bellezza o non avrei saputo dove trovarla.

In quei giorni parigini sono accadute cose che non ho capito, ma mi sono detta che non è necessario che io capisca proprio tutto.

Come quando al Louvre, per un’inestricabile congiuntura di eventi, la porta si è chiusa ed io sono rimasta bloccata dentro.

Così ho guardato le pareti piene di oli e affreschi e acquerelli e paesaggi e nature morte ed ho sperato che quella porta la chiudessero con lucchetto, chiavistello e doppia mandata.

Ho visto lo sguardo inviolabile di Monna Lisa, i contorni sfumati della Vergine delle rocce, le maestose allegorie delle Nozze di Cana, il marmo immortale di Amore e Psiche, la ali possenti e coraggiose della Nike di Samotracia, la bellezza mutilata della Venere di Milo, l’eleganza e la luminosità della mani della Merlettaia.

Ho visto turisti incantati da volti che sembravano vivi, ho cercato un po’ di me nelle ombre di un dipinto, ho ascoltato quelli bravi parlare di cose che non capivo, che la pennellata è così e che la prospettiva è colà.

Ma l’arte, forse, non serve capirla. Io la guardo, me la sento addosso e mi vien voglia di portarmela via.

Il Louvre adesso è là, ma un po’ è anche dentro di me.

Il ritorno è stato ritmato dalle solite pretese, obblighi, doveri, convenevoli e regole che presto torneranno ad annoiarmi.

Ma intanto.

Ecco perché questo non è un post. E’ solo un promemoria.

Per ricordarmi che una porta è chiusa davvero se è aperta a qualcos’altro.

Che la vita è quella cosa che succede quando si è tra i corridoi e i soffitti alti di un museo in cerca del sangue che vi circola dentro, e che il resto è solo una bellissima cornice.

Che la cornice serve solo a chi non ha il quadro.

Pettinando le bambole

pc051ass_0409_nude_of_womman_in_red_armchair

Viene poi il momento, e non lo avrei creduto mai, in cui persino Epimeteo finisce col farmi tenerezza, con quella sua aria da tonto imbranato.

A differenza di suo fratello Prometeo, colui che capisce prima, Epimeteo le cose le capisce dopo. Quando è troppo tardi.

E infatti sposa Pandora, quella del vaso.

Anch’io, a volte, sono così. Cerco di capire, ma alla fine sembro solo una che non ha capito.

Del sesso e dell’amore vorrei scriverne un giorno, quando ci capirò qualcosa.

Ma intanto c’è questa cosa che da giorni genera in me uno spaesamento che non avevo calcolato, una mancanza d’appigli a cui non ero preparata.

Cosa spinge un uomo ad avere rapporti con le bambole?

Perché in un paese dal grande passato, dal presente confuso e dal futuro incerto, dove crollano ponti e affondano barconi, viene aperta una casa di appuntamenti con bambole gonfiabili?

Mi piacerebbe capire.

Cosa è cambiato? Dov’è la voglia che spinge a toccare cose fatte di carne? Che fine ha fatto il fuoco selvaggio e antico che scaraventa i pensieri oltre l’immaginazione?

Non bastano due tette e un bel culo in silicone per fare una donna. Ci vuole ben altro.

Una donna è una roba molto complicata, molto più di un uomo.

E infatti le bambole non parlano, dove le metti stanno, non rompono i coglioni e la domenica non chiedono di essere portate all’Ikea.

Sarà per questo che ci sono uomini che preferiscono spendere 80 euro per mezz’ora di sesso con un manichino snodabile?

Quelli che si stordiscono con certe beatitudini sono tristissimi, ma non lo sanno.

Al momento, vivaddio, la casa delle bambole è sotto sequestro, ma le prenotazioni fino a marzo del prossimo anno, quelle rimangono.

Una meravigliosa occasione per lo studio dei caratteri umani. Ne verrebbe fuori una roba che manco Shakespeare.

Battute a parte, c’è davvero poco da ridere.

Le bambole al massimo vanno pettinate, non sculacciate.

E, soprattutto, non bisognerebbe mai mischiare i giochi dei grandi con quelli dei bambini.

I secondi sono cose serie.

(Ah, dimenticavo! Un saluto affettuoso al follower che tutti i santissimi giorni, festivi compresi, mi legge da Hong Kong. Chiunque tu sia, palesati. Perché così mi sento osservata come la bambola di porcellana sul letto di mia zia osserva da quarant’anni il lampadario.)