Dissolvenza in nero

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Eppure succede.

Ad un certo punto i nervi si aggrovigliano quasi fossero capelli, un piccolo corto circuito spegne la mente e all’improvviso c’è un buio che prima non c’era.

Click.

Off.

Dissolvenza in nero.

E ci si ritrova in un’apnea senza tempo e senza spazio.

“Come cazzo è potuto succedere?”, ci siamo chieste con sconcerto mia sorella ed io, quel giorno.

Siamo uscite in macchina, abbiamo parcheggiato in centro e siamo andate a fare una passeggiata.

Dopo un paio d’ore siamo tornate a casa.

Senza macchina.

La macchina era rimasta nel parcheggio, l’avevamo dimenticata là, convinte entrambe di essere uscite a piedi.

In un giorno complicato, fatto di mente stanca e pensieri pesanti, una mamma chiude con un tonfo sordo la portiera dell’auto e va in ufficio a lavorare.

Quella mamma ha appena dimenticato sua figlia in auto.

Proprio come io e mia sorella avevamo dimenticato la macchina nel parcheggio o come si dimentica un ombrello, un mazzo di chiavi, un appuntamento.

“Come cazzo è potuto succedere?”

Ci sono giorni in cui si dà il massimo, ma il massimo non è abbastanza.

C’è l’incastro di doveri e pretese e il groviglio quotidiano di cose da fare, di persone da chiamare, di orari da rispettare.

E nella ripetizione di gesti ogni giorno uguali, c’è la stanchezza che divora brandelli di testa.

Finché, in una stanza della mente, salta la luce.

Un black out, ecco cosa cazzo succede.

Sulla vicenda ho letto commenti brutali, violenti ed impietosi.

“Non merita di avere dei figli”.

“Se fosse stata a casa e non a lavorare tutto ciò non sarebbe successo”.

“A me non potrebbe mai capitare”.

A me invece sì, anche se figli non ne ho.

Io la paura di poter dimenticare un bimbo in auto ce l’ho.

Sono umana, quindi fallibile ed imperfetta.

E i giudizi e le condanne verso questa mamma mi danno il voltastomaco.

Perché si è già condannata da sola, dovendo vivere con se stessa e con il peso di una colpa che fa malissimo.

Perché quel giorno sono morte in due.

Perché quell’incubo che tanto spaventa, fatto di distrazione e stanchezza, potrebbe capitare ad ognuno di noi.

Mi ritrovo a respirare a fondo e a pensare ad un dolore che non assomiglia a nessun altro dolore e che io non oso immaginare.

Forse ci si affida ad una preghiera silenziosa o alle braccia di chi si ama o alle cure miti del tempo.

O si cerca, per il resto della vita, una ragione che possa rimpicciolire la disperazione.

Non lo so e quel poco che so, stavolta, non lo so spiegare.

 

 

 

 

 

 

Come pesci nella rete

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Guardo l’estate e il suo sfacciato incedere, boccheggiando dietro un vetro che spesso si fa lavagna.

In quest’acquario che chiamano rete io sono il pesce rosso con l’armatura da squalo.

Perché la rete invita, stuzzica, seduce, come un cestino di ciliegie.

E vende a basso costo tutto ciò che si vuole: un martello, un chiodo, un’amicizia, una soluzione.

Sott’acqua, si sa, qualunque pesce può sembrare una sirena.

Ma è solo gettando la rete nel mare e pescando a strascico che vengono a galla pesci di ogni genere.

Chi è piatto come una sogliola, chi è pungente come un riccio e chi è prezioso come un’ostrica.

Chi passa il tempo a parlare del proprio ombelico e chi si fa venerare come un mito.

Chi ha una vita vuota e chi invece gira a vuoto, alla ricerca di vite altrui.

Dentro un cellulare o dietro uno schermo si può essere chi si vuole, tutte le volte che si vuole.

Poi basta un tasto e non si esiste più.

Nel mio scampolo di rete, tra selfie sorridenti, piatti cucinati, fiori colorati, amicizie e affetti, ogni tanto incappa anche qualche pagliuzza e, quando va bene, una pepita.

Come questo luogo, che non esiste ma c’è, fatto di pagine lette e di parole scritte.

Dove io riverso le mie, quelle che altrimenti morirebbero altrove.

E dove occhi che non conosco e che forse mai conoscerò, leggono e rispondono come se mi conoscessero da sempre.

Perché qui si sparpagliano pensieri, umori e tonnellate di parole intorno ad altre parole, ci si dà del tu senza preamboli né confidenze e ci si affeziona per chimiche e alchimie che non si spiegano facilmente.

Senza esserci mai guardati in faccia, senza sapere se i capelli sono grigi e gli occhi verdi, se si è magri o si è bassi.

L’unica mancanza vera è questa, vedersi.

Perché in fondo, in questa casa virtuale fatta di stanze impalpabili e disordinate, il conoscersi avviene già.

Ci si legge.

Ma allora, cosa c’è di virtuale se ci si racconta davvero?

 

 

Chiedimi cosa mi piace

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Poi guardo fuori e mi accorgo che c’è il sole.

E mi viene da pensare che sarebbe bello guardarlo scendere su un orizzonte liscio e lucido, fino a che non va giù dentro il mare.

Mi piace il tramonto, perché fa strizzare gli occhi e allargare il cuore.

E mi piacciono le strade dritte e solitarie, da camminarci piano dando pedate ai ciottoli e pensando ai cazzi miei.

Mi piace il bianco e il nero, l’odore della cannella, l’acciuga sulla pizza, la musica di sottofondo, l’antologia di Spoon River, la birra chiara, il numero 7, l’odore aspro della città dopo il mercato e lo sguardo ecchissenefrega.

Mi piacciono le insegne dei vecchi negozi, i vestiti leggeri a fiori, i punti luce, le coincidenze, i piccoli gesti della seduzione, le cose antiche, le cifre tonde, le librerie nelle case degli altri, i gamberetti crudi, gli ormeggi, le bitte e gli occhi quando guardano davvero.

Mi piace chi si fa montagna, anche se dentro si sente vulcano; chi racconta le sue paure, anche se sorride; chi piange, anche se non lo fa vedere.

Mi piacciono le persone disarmate, imperfette e un po’ ammaccate. Quelle con la faccia di chi non ne ha azzeccata una nella vita, che scricchiolano quando le abbracci, che tendono la mano invece di puntare il dito, che dicono “ci sono” e poi ci sono veramente.

Mi piace il verbo bisbigliare, il sostantivo auspicio, l’aggettivo ovattato e la parola tuttavia. Perché somiglia al momento in cui si decide di mollare il freno della razionalità e di rimettere in gioco ogni cosa.

Mi piacciono le piante grasse, perché non hanno bisogno di niente; le pietre, perché c’erano prima di me e rimarranno anche dopo; i telecomandi, perché mi fanno giocare con le scelte e le possibilità; i luoghi che sanno di casa, perché ognuno a casa sua fa come gli pare.

Le cose che mi piacciono di più della vita sono quelle che capisco di meno.

Ma la gente che mi piace, mi piace che lo sappia.

Di me, mi piace che non mollo.

E mi piace pensare che questo sentirmi così scarabocchiata, arricciata e ruvida sia nato da lì.

Da “è una bambina molto sensibile”.

Ma forse è tutta una scusa.

 

 

 

Che ne sai tu di un campo di grano?

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Un po’ è il cuore che pulsa e chiede aria, un po’ è la primavera che incede e un po’ sono io.

Da queste parti sembra non mutare mai nulla, eppure è tempo di voglie, di fragole, di colline che scoppiano d’oro e di vento che pettina le spighe.

Quasi quasi allora mi siedo e imparo a fare i cerchi nel grano.

Qui, dove la terra conserva segreti che non ho mai conosciuto e nasconde semi appartenuti a chissà chi.

Intreccio parole mai dette con spighe morbide e dorate e aspetto che il respiro torni normale.

E tra stridori d’insetti che circolano senza tregua e battiti d’ali di farfalle che svolazzano senza meta, annodo steli, dipano umori e ascolto suoni.

Hai mai ascoltato il vento in mezzo a un campo di grano?

E’ un fruscio che dondola pensieri e allontana borbottii umani.

Così, mentre un rosso papavero mi osserva da lontano, io piego spighe e le lego tra di loro, come in un abbraccio.

E ricamo spirali, quadrati e cerchi così perfetti che sembrano fatti col compasso.

Effimeri e fugaci, eppure bellissimi.

Forse disegnerò un mandala.

O un’isola, con una casa bianca e le finestre azzurre.

Oppure una ballerina dentro un carillon che si mette le cuffie e ascolta l’hard rock.

Poi riporrò le mie speranze sugli alieni.

Sarebbe bello sparire senza far rumore e andare in un posto lontano.

Al di là di tanta ordinaria mediocrità, per qualche giorno.

Mi basterebbe una stanzetta su un pianeta evanescente e liquido, uno di quelli che nessuno ha ancora scoperto.

O un piccolo orto su Marte dove piantare tulipani, coltivare ravanelli e trovare risposte alle grandi domande.

Chi siamo? Dove andiamo? Che lavoro fanno le fashion blogger? Dove finiscono i calzini ingoiati dalla lavatrice? Quanti mariti ha avuto Brooke di Beautiful? E i marò?

Ma gli alieni, si sa, temono che la stupidità umana possa contagiarli e si tengono alla larga dalla Terra.

Come biasimarli, sono così tante le cose su cui scivola il nostro scivoloso pianeta.

Sarà che, mentre loro fanno cerchi nel grano, noi facciamo buchi nell’acqua?

Sarà questo.

 

La scimmia nuda balla

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Come quei legni che non hanno direzione, ma che nessuna tempesta riesce a far affondare.

Galleggiamo sopra i giorni, ogni giorno.

Persino Darwin ci guarda con occhi amari e scuote la testa.

Evoluzione un cazzo, pensa a labbra strette, mentre le volute di fumo della pipa si attorcigliano come pensieri.

Qualcosa è andato storto.

Se, alla fine, le farfalle si stanno estinguendo e a sopravvivere felici sono solo le mosche, se i ghiacciai spariscono e il mare si riempie di morti e si svuota di pesci, se si ruba nella cosa pubblica e nella cosa privata, se si evadono le tasse e le regole, se si premia l’incompetenza e l’ignoranza, se ci raccontano che ne va del nostro bene facendoci dimenticare che il bene è altrove, se il mondo si divide in due, da una parte i buoni, dall’altra i cattivi e ogni mattina ci si deve alzare e scegliere da che parte stare, qualcosa è andato storto.

Se gazzelle o leoni, squali o cani non fa differenza perché a galla rimangono solo i più furbi, se dopo aver perso la coda si va avanti con mezzucci mediocri per non perdere anche la faccia, se da scimmie appassionate di banane siamo diventate scimmie esperte di calcio quando c’è una partita, di polita estera quando c’è un attentato e di tettonica a placche quando c’è un terremoto, se siamo incapaci di fare un caffè senza cialde, di stare una giornata senza selfie, di vivere le pur piccole gioie senza social, di spegnere il computer, staccare il telefono e guardare in faccia chi ci sta attorno, allora qualcosa è andato  decisamente storto.

E se, cercando su Google la parola “Darwin”, i primi risultati riguardano la trasmissione di Bonolis, ciò che è storto non si raddrizzerà più.

Ma intanto, mentre l’evoluzione inciampa, la scimmia nuda balla.

E sogna un mondo dove i soldi cadono dal cielo, dove si dimagrisce mangiando e si ingrassa facendo i digiuni, dove i malati che si sono rotti le palle si staccano la spina da soli, dove le macchine fotografiche si rifiutano di fotografare chi fa finta di sostenere la torre di Pisa, dove le brioches hanno la marmellata dappertutto e non solo al centro e, soprattutto, dove conta più essere che esserci.

Perché, in fondo, è quando la vita si distrae che cadono gli uomini.

Pot-pourri

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C’è il rossetto rosso che certi giorni mi tiene in vita e l’orgoglio che invece mi tiene a freno.

C’è la pizza da mettere in forno e l’anima da mettere in pace.

C’è un sapore che mi ricorda un profumo e un profumo che mi ricorda una voce.

E c’è un silenzio pieno di parole taciute, in mezzo al resto che fa solo rumore.

Ci sono le bollette da pagare e i conti da far tornare.

Ci sono le puntate di Narcos da vedere, le mail a cui rispondere, lo spam da ignorare.

Ci sono i tetti di Montmartre da fotografare e il Central Park da visitare.

E ci sono così tante cose da dire, ma le mie parole giocano a nascondino.

C’è la voglia di allentare la stretta sul manubrio, togliere i piedi dai pedali, chiudere gli occhi e sentire il vento in faccia.

C’è che a volte basta poco così per arrivare tanto più in là.

C’è che non mi curo molto del giudizio altrui, ma sto attenta al mio che so essere severo.

E c’è il coraggio, quello che infondo agli altri per ricordarmi di averne.

Ci sono pensieri da abbandonare ed altri a cui aggrapparmi per non annaspare.

Ci sono vecchi lividi da sbiadire e nuovi inchiostri da infilare sottopelle.

Ci sono le distanze che sfuggono e le ore che non bastano.

E ci sono le carezze che non posso dare e gli insulti che non posso dire.

C’è la torre sbilenca di libri già letti e pagine che attendono ancora i miei occhi avidi.

C’è chi aggiunge orpelli, fronzoli e ghirigori e chi ha imparato a dire le cose con metà parole, sperando che bastino.

C’è che se scrivere è travestirsi, io preferisco chi si denuda.

E c’è che, alla fine, si riduce tutto ad avere qualcosa a cui pensare.

Ci sono luoghi senza mura, ma pieni zeppi di nascondigli.

Ci sono tramonti sempre più rossi e sempre più tardi, come se il buio sapesse che deve aspettare ancora un po’.

Ci sono le foto che con il tempo si sciupano e i ricordi che con il tempo migliorano.

E ci sono giorni che possono essere anche uguali, ma io no.

C’è che il modo più bello di voler bene è quello dei bambini, senza chiedersi perché.

C’è il tempo che è un setaccio e separa le voglie dai bisogni e ci sono io che oggi li ho entrambi, domani si vedrà.

C’è dell’altro, guardando oltre.

E poi c’è il mare.

(Volendo, ci sarebbe anche il mio nuovo avatar. E’ un regalo di Ysingrinus, uno che con le parole e le immagini ci gioca, ma con le persone mai.)

 

C’era una volta

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L’orgoglio è una roba strana.

Arriva improvviso per le cose più impensate ed è tanto più grande quanto più piccole sono queste cose.

Nel leggere ciò che ha scritto Matteo il groppo in gola c’è stato.

Una minuscola commozione, una stilla di fierezza ziesca.

Forse l’amore per i libri si può anche insegnare.

O forse abbiamo tutti bisogno di addormentarci sentendo una fiaba.

Una di quelle che accarezza dentro e fa chiudere gli occhi.

E fa andare in un altrove inventato.

Fatto di carta ed inchiostro, ma che sembra reale.

Leggendo quel libro, Matteo ed io siamo stati in un castello della Loira con La Bella e la bestia e tra le rovine di Machu Picchu con Le follie dell’imperatore.

Abbiamo percorso le strade silenziose di Collodi con Pinocchio e quelle festose di New Orleans con La principessa e il ranocchio.

Abbiamo passeggiato per i boschi con Cappuccetto rosso e per le savane con Il re leone.

Io con i miei occhi grandi e lui con i suoi occhi curiosi.

Che sembrano sguarniti davanti al mondo, eppure già misurano facce, scrutano movimenti, scandagliano parole.

Rubano e imprigionano per provare a conoscere ciò che non sanno.

Degli occhi di Matteo invidio i libri che ancora dovranno leggere.

Alcuni evaporeranno velocemente perché non troveranno appigli, altri rimarranno incastrati nei pensieri per sempre.

Ma Matteo ha solo sei anni e, adesso, nessuna saggezza mi appare più saggia di quella di guardare il mondo attraverso le favole.

Per conoscere, con racconti di volpi, lupi, formiche e cicale, i vizi e le virtù umane.

E imparare che i draghi e i mostri esistono, ma che possono essere sconfitti.

Ci sarà tempo per capire che anche le favole bisogna saperle raccontare.

E che il segreto forse non è il racconto, ma è come si ascolta.

Intanto, regalerò a Matteo Il piccolo Principe.

Così potrà leggerlo durante l’estate e scoprire che l’essenziale è invisibile agli occhi e che non si vede bene se non con il cuore.

A me l’hanno insegnato da piccola e non lo scordo più.

Anche se, a volte, me ne servirebbero almeno tre, come il polpo.

Che un cuore solo si consuma ad usarlo tutti i giorni.

Ma questa è un’altra storia.