Mille voglie

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Che voglia di ascoltare i Nirvana, di infornare una ciambella, di sistemare in un vaso bianco un mazzo di tulipani viola, di un po’ di coraggio e di un po’ di culo, di un angolo di muro, del polpettone che faceva mia nonna, di rispondere no, di tornarmene a letto, di un inseguimento tra le strade di New York a bordo di una Dodge St. Regis nera, di un nascondiglio da qualche parte in mezzo a questa confusione, di un appuntamento al buio sotto un lampione, di allontanare la gente che mi guarda e decide chi sono, di chiudere la porta ed aspettare che si apra quel cazzo di portone, di non raccontarlo a nessuno così continua ad esistere, di caramelle gusto mojito, di giocare con il fuoco, di cancellare un pezzo di linea gialla, di spacciare dubbi, vendendoli per certezze, di seguire i consigli di chi non me li dà, di abbandonare a sé tutto ciò che non vale la pena trattenere, di diventare giornalista enogastronomica e mangiare a scrocco da Cannavacciuolo, di non aspirare al molto, ma al meglio, di seguire le parole senza domandare dove possano portare, di giocare a bowling con Jeffrey Lebowski, di confessare al soffitto di casa che a volte parlo anche con il soffitto dell’ufficio, di abbracciare un albero storto dal vento, di scaraventare i pensieri oltre il pensato, di organizzare corsi di immersione per persone superficiali, di una sedia a dondolo e di un vecchio grammofono, di un lucidalabbra alla mela e mandarino, di fare l’assaggiatrice di tiramisù, di spalmare sulle spalle altrui i pesi che pesano troppo, di mettere in gabbia il tempo che vola, di raddrizzare tutte le cose storte o restare a testa in giù per un po’, di comprare un ombrello fatto di carta di riso e canna di bambù e usarlo come paracadute, di scrivere una barzelletta sul biscotto del Cucciolone, di dire parolacce a chi ammazza le donne, a chi applaude al razzista, a chi picchia i deboli, a chi spara in nome di un dio che forse non c’è, di imparare a suonare l’arpa, di non essere leggera, ma sembrarlo, di fare un giro su una barchetta di carta che se ne frega di dove deve approdare, di un’ottima annata, di una buona notizia, una qualunque, ma un bicchiere di vin brûlé andrà bene uguale.

(Non la sentite anche voi questa voglia improvvisa di frittura di totani, di cioccolata calda con panna e di nichilismo russo?)

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Il nido di Debussy

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A cose che farò senza averne voglia e ad altre che vorrei fare, ma non posso.

Certe giornate iniziano così, pensando.

Fuori i contorni irregolari delle Apuane che ritagliano metri al cielo e dentro le note della Suite bergamasque che raccontano la nostalgia.

E mentre il Clair de lune riempie la stanza, un pettirosso si posa sul mio davanzale, fischia un discorso lungo e complicato e vola via.

Debussy -non potevo non chiamarlo così- è tornato anche il giorno dopo e quello dopo ancora.

E’ curioso, un po’ sfacciato e mi guarda, ogni volta, con il sospetto che merito.

Io gli sbriciolo qualche biscotto sul davanzale, lui mi intona la strofa di una nuova canzone e poi va via, facendo casino con le ali.

Mi piace guardarlo mentre compie parabole spericolate a mezz’aria e va a posarsi sui rami della magnolia, poco più in là.

Come ogni inverno, sta facendo il nido per la famiglia arrivata da chissà dove.

Perché ognuno si costruisce da solo lo spazio nel quale esistere.

Il mio nido è fatto di mattoni, calce e mura; quello di Debussy di foglie, muschio e rametti di legno raccattati qua e là.

Rifugi buoni ed accoglienti che danno fiato, quando tutto il resto lo toglie.

Si abbassano le paratie di protezione, con un piccolo click si fa scattare la serratura e, finalmente, ci si sente a casa.

A casa non si va, a casa si torna.

E’ il posto dove si accumulano storie, ricordi e minuscoli pezzi d’esistenza che sopravvivono all’andare delle stagioni.

Dove, a piedi scalzi e ad occhi chiusi, si cammina lentamente tanto non c’è da andare da nessuna parte perché si è già arrivati.

Dove si tengono i sogni.

Debussy, ogni mattina, mi racconta i suoi.

Cinguetta, fischia e canta ed è come se mi parlasse.

E talvolta il suo è l’unico ragionamento sensato della giornata.

 

Con gli occhi a mandorla

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Ma passiamo al faceto.

Che sto alla cucina come il senatore Razzi sta alla grammatica, ormai lo sanno tutti.

Che sono più brava a mangiare che a cucinare, anche.

Insomma, per me non esiste nulla che non possa essere risolto con un sorriso e una buona cena.

Al ristorante, ovviamente.

A quello stellato, preferisco la trattoria con le tovaglie a quadretti e le sedie impagliate.

Dove servono roba buona, saporita, rozza, forte e, soprattutto, abbondante.

Cacio e pepe, pizzoccheri alla valtellinese, tonno in agrodolce, carciofi fritti, parmigiana di melanzane, tiramisù fatto in casa, caffè con i cantuccini, zenzero candito.

Posti così.

La cucina molecolare o la nouvelle cousine non fanno per me.

Che poi mi ritrovo nel piatto la stessa quantità di pasta che mi faceva assaggiare mia nonna per capire se fosse cotta o meno.

O tre penne incrociate tra di loro con un gambo di prezzemolo infilato sopra che non so mai se quello è il primo o è solo un esempio.

Ogni tanto, poi, mi piace provare anche la cucina etnica.

Amo il kebab, il falafel, il cous cous, l’humus, la moussaka, la pita, lo tzatziki.

Così, qualche giorno fa, sono andata con degli amici in un ristorante asiatico.

Un po’ cinese, un po’ giapponese, un po’ che so io.

Un posto alla moda, fatto di stoffe, di bambù, di quadri dai disegni astratti e tavolini bassissimi.

Pieno di gente e di chiacchiericcio mischiato a risate e parole urlate.

Mi sono seduta su uno scomodissimo pouff e ho cominciato a sfogliare il menù.

Era pieno di ideogrammi, senza traduzione accanto.

Alla mia richiesta di delucidazioni il cameriere dagli occhi a mandorla ha cominciato a sorridere portandosi la mano alla bocca, da vero giapponese.

Credo di averlo mandato a fanculo. In italiano.

Dopo aver ordinato non so cosa, mi è arrivato un grande piatto vuoto, dove galleggiavano poche robe isolate e insipide, accompagnate da tracce di sostanze colorate.

Funghi cotti, pesce crudo, involtini di alghe e sei chicchi di riso.

Tutta roba dai nomi strani da mangiare con le bacchette, lentamente.

Al terzo tentativo senza riuscire a prendere niente, le ho lanciate per aria e mi sono fatta portare un cucchiaio.

Nel bel mezzo del piatto c’era una roba verde.

Pensando fosse un pisello, l’ho messo in bocca e ho cominciato a masticare.

All’improvviso è come se mi fosse esploso qualcosa sulla lingua, nel naso, nei polmoni.

Perché il wasabi è così, ti fa smettere di respirare.

Ormai morente, ho fatto un cenno al cameriere che, con un inchino nipponico, ha portato al tavolo delle ciotoline di sakè.

Ho bevuto il mio sakè, il sakè degli altri e anche del tè giapponese, caldissimo.

Sono uscita da lì incazzata per il conto salato, ustionata dal tè e ubriaca di sakè.

Ma, soprattutto, affamata.

Avrei mangiato lo scontrino, uno stinco del cameriere e un panino dal kebabbaro di fronte.

E, invece, mi sono mangiata le unghie e una volta tornata a casa, mi sono avvinghiata sul pane duro da giorni, con cui volevo fare il pangrattato.

Poi ho giurato sul protocollo di Kyoto e sulla muraglia cinese che non avrei mangiato mai più roba dagli occhi a mandorla.

 

 

 

 

Pagina bianca (o zibaldone pindarico)

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C’è un modo solo di fermare le parole, scriverle.

Appoggiare su una pagina bianca un selciato di segni neri e di pensieri vermigli e dire loro: “Adesso dovete farcela da soli”.

E poi rimanere lì, a guardare quelli che riusciranno a sopravvivere.

Ogni tanto, però, il cervello finisce l’inchiostro.

E senza idee e ispirazioni che valga la pena annusare, su quella pagina bianca non resta altro che disegnarci una faccia.

Un sorriso, due occhi che pensano e il barlume di un minuscolo stupore.

Anche oggi, seduta davanti alla tastiera, è come se aspettassi qualcosa.

Un ricordo, un sogno, un segno o un frammento di me da rimettere a posto.

Ma ho solo mani vuote e testa assente e il foglio è così ostinatamente bianco.

Potrei scrivere, che ne so, del tempo e del sole che se ne va ogni giorno un po’ prima o del lavoro che ammorba e della voglia di mollare tutto, andare a Copacabana, aprire un chiringuito e vendere granite siciliane.

Potrei provare a spiegare che essere siciliana vuol dire aver preso da Pirandello il sentimento del contrario, da Verga la malavoglia e da Camilleri la taliata o che essere nati nella parte fortunata del mondo non è un merito, ma solo culo. Oppure che la distinzione nord/sud va bene quando c’è da scegliere fra un Chianti riserva o un Nero d’Avola, riferita a persone, invece, andrebbe sempre evitata.

Potrei parlare di quelli che hanno un’opinione su tutto e che, di solito, sono quelli che bilanciano il mio bisogno di non dare opinioni su niente. O della gente che non sa nulla di me che spiega ad altra gente che non sa nulla di me, chi sono io.

Potrei raccontare di quel giorno in cui ho capito di essere quercia, che poi è anche il giorno in cui ho capito che essere giunco è l’unico modo per continuare ad essere quercia. O di quella volta che ho riempito i cassetti di bustine di tè e poi ho sperato che diventassero bauli della Compagnia delle Indie.

Potrei dire che anche il più forte ha il suo punto debole e che il bello è conoscere quel punto dove affondare la lama e tenere il coltello in tasca. O di tutte le volte che muoio soffocata da parole non dette per non offendere chi inizia un discorso con “Senza offesa”.

Potrei chiedermi se pure in Asia chiamano le loro figlie Umbria o Basilicata, ma poi mi ricordo che ho un nome strano anch’io e quindi mi taccio.

Potrei parlare degli antichi Greci che, alla morte di un uomo, non scrivevano necrologi, ma si ponevano una sola domanda: “Era capace di passione?” e raccontare cos’è per me la passione.

O potrei scrivere della gente che crede che io capisca tutto, a primo colpo, ma che in realtà fingo per non deluderla. Oppure dell’unica cosa che ho capito: che chi sa vivere, vive e chi non sa vivere, insegna agli altri a farlo.

Potrei dire tante cose, se solo le parole la smettessero di giocare a nascondino.

Ma, forse, scrivere del mutismo di una pagina bianca è scrivere comunque.

 

Anabasi

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Tutto sarebbe più facile se fossi solo una.

E invece contengo mille me.

Un condominio incasinato e abitato da un’infinità di matrioske che se ne stanno lì, una dentro l’altra, sul fondo del mio fondo, senza nemmeno pagare l’affitto.

Così ogni tanto prendo un ascensore e vado giù.

Parto da me e, con un bagaglio leggero, provo ad arrivare alla vera me.

E’ un viaggio che non ce n’è uno uguale e da cui non torno mai come sono partita.

Procedo, inciampo, scavo, scovo, rovisto.

Per capire chi sono stata e per non dimenticare chi sono diventata.

Lungo questo cammino verso l’interno, ci sono le strade che ho intravisto e poi abbandonato e quelle che ho percorso e mai più percorrerò.

Ci sono i viottoli poco frequentati, le salite lente e tortuose, le discese ripide e pericolose, gli incroci senza semafori e le piazze dove la gente sfreccia senza voltarsi.

Ci sono i pensieri di marmo, i sorrisi di creta, le promesse non mantenute, le scatole che mi porto dietro da una vita all’altra e il suono di passi incerti e titubanti.

I miei.

Quelli di quando cammino senza direzione, come una turista che si è persa.

Poi però parte un giro di basso o il sax di una vecchia canzone e allora rallento e mi godo il paesaggio.

Mi faccio largo tra mucchi di pensieri senza senso, strati di robe inutili, cumuli di storie strane e altri mille fardelli che pesano, frenano, bloccano.

Ma io non ho paura.

Perché so che lì, da qualche parte, c’è una costruzione bassa e un po’ sgarrupata, con le mura in pietra piene di rampicanti, da cui se mi affaccio vedo il mare.

“θάλαττα! θάλαττα!” grido, proprio come i diecimila mercenari greci di cui narra Senofonte.

Uno non lo sa cosa ha dentro finché non scende nel profondo.

Però il senso deve per forza essere lì. Non altrove.

E se non troverò niente nel viaggio di andata, troverò qualcosa in quello di ritorno.

Che ogni viaggio verso l’interno, si sa, è un viaggio verso l’alto.

Ne vale la pena?

Ne vale la pena.

Basta un ascensore ed un bagaglio pieno di dubbi.

Perché chi parte con i dubbi difficilmente perderà roba per strada.

Bolle di sapone

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Che me ne faccio di tutti questi ricordi?

Non si sa mai.

Sarebbe bello diventassero cuscini dove riposare quando sono stanca o piccoli sassi da farci un muro dove appoggiarmi a prendere il sole ad occhi chiusi.

Intanto, cerco di averne cura perché non posso viverli di nuovo.

Alcuni ricordi si lasciano ricordare a modo loro.

Prima si liquefanno, poi si mescolano e ogni tanto riaffiorano come fotografie un po’ sfocate, mosse, in bianco e nero e con il sapore cipriato della nostalgia.

Così, se chiudo gli occhi, ricordo i pomeriggi d’infanzia fra i gomitoli e i ferri di nonna Pina che paziente mi insegnava a fare la maglia, l’odore del vino cotto e della marmellata di mele cotogne di nonna Carmela, le pagelle di quando avevo un grembiule bianco e un fiocco blu, i maglioni con disegni a losanghe, vagamente scozzesi, le chiacchiere fra i banchi di scuola immaginando scene da film che non sarebbero mai arrivate, le mille monete in mano per far risuonare la musica di un jukebox e nient’altro in tasca, a parte le voglie.

E mi scappa un mezzo sorriso, ma solo mezzo.

Come oggi, quando nascosta tra gli scaffali di un supermercato, ho aperto le bottiglie di ammorbidente per sentirne il profumo.

Sapevano di mughetto, le mie nonne.

E se potessi chiedere un tempo chiederei quello in cui guardavo incantata mia nonna Carmela fare il sapone.

La rivorrei indietro, per qualche ora.

E me ne starei lì ad osservare mentre rimescola acqua, olio e scarti di grasso dentro un grosso pentolone, con vecchio manico di scopa.

Al posto della soda caustica mia nonna usava la cenere e, a fuoco lento, lasciava cuocere quella cremosa purea per almeno tre ore.

Poi la filtrava con un canovaccio pulito e la lasciava nuovamente bollire finché non si formava uno strato biancastro e morbido.

Quello era il sapone.

Lo profumava con oli essenziali alla lavanda o con scorza di arancia, lo faceva riposare tutta la notte e il giorno dopo lo tagliava e lo lasciava stagionare dentro un grosso cesto di vimini.

Qualche pezzo poi lo regalava alle vicine di casa e il resto lo usava per smacchiare i panni, per lavare i pavimenti, per sbiancare gli oggetti anneriti.

Io invece ne scioglievo qualche scaglia in una bacinella piena d’acqua e facevo le bolle di sapone.

Fragilissime, delicate e trasparenti, però dentro contenevano arcobaleni.

Le facevo volteggiare nell’aria e le dividevo in due per non farle scoppiare.

Le bolle fatte con il sapone di mia nonna mi hanno insegnato che le cose belle finiscono.

Si dissolvono e diventano ricordi che poi, ogni tanto, ritornano e si fanno voce, occhi, odori e stagioni.

E riaffiorano prepotenti, come la schiuma bianca di quel sapone fatto in casa, in un pomeriggio di settembre.

Certi momenti nascono già ricordi.

O forse, in fondo, per avere dei bei ricordi da ricordare bisogna solo farne di nuovi, ogni tanto.

 

Il posto delle parole

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Il momento migliore è la sera.

Ripongo obblighi e doveri, arrese e pretese, tolgo le scarpe e mi concedo premure che non regalo a nessuno.

Chiudo il piccì e apro un libro.

Dentro ci sono parole che non cambiano la vita, ma aiutano almeno ad addormentarsi bene.

Parole che poi pretendono altre parole, pagine che si cercano fra loro, storie che richiamano altre storie, come le molliche di Pollicino.

Sono un vizio, i libri.

Arrivano perché non so farne a meno.

Se ne stanno lì, in bella mostra sugli scaffali, provocanti e nudi.

Occhieggiano, ammiccano, non fanno resistenza.

Ci provo a non comprarne, ma loro sono più forti.

Così adesso casa mia non ha più muri, le mensole rigurgitano e le torri sbilenche di libri hanno invaso ogni metro quadro.

Un’accozzaglia cacofonica di voci e storie che vivono con me da anni e raccontano ciò che sono e sono stata.

Ho i classici necessari ed immortali, i libri che dopo due pagine mi hanno annoiato a morte, ma che ho letto fino in fondo per rispetto alla lettura, quelli che ho comprato perché ne parlavano tutti, ma che dopo un po’ mi sono vergognata di aver comprato e letto e quelli che mi hanno cambiato la vita e che tengo a vista così chi entra capisce subito con chi ha a che fare.

Alcuni li ho anche riletti, non so quante volte, nella speranza di dimenticarli di nuovo.

Per i libri di passaggio mi sono rassegnata al Kindle, ma i libri importanti per me sono fatti di carta, segnati da inchiostro, con la copertina, il segnalibro tra le pagine e tutto il resto.

Non so se sia meglio un libro di carta o un ebook.

Credo che sia meglio leggere.

Perché leggere è mettere da parte cose che prima o poi potrebbero servire, è sospendere il tempo, è percorrere posti nuovi senza bussola dove ognuno fa la sua strada, libero di perdersi, perché tra le pagine ci sono eco di vite che sarebbe bello vivere, perché le parole placano la paura di rimanere un giorno senza parole, perché leggendo si sfiorano frammenti di vite appartenute a qualcuno e che arriveranno a qualcun altro, perché i libri sono voci da sfogliare, perché chi legge ha il coraggio di porsi domande e soprattutto perché una persona con un libro in mano è ancora una persona libera. Di scegliere.

Se fossi un libro sarei un libro di favole per bambini, scritto a mano su fogli di carta di riso e fasciato in una stoffa ricamata.

Oppure un romanzo un pò complicato, a tratti onirico, con un titolo che promette bene.

Avrei una copertina rigida e dal colore stonato, come un acquerello dalle pennellate massicce.

Sarei vissuto e un po’ sgualcito, avrei orecchie e sottolineature e sarei riposto su uno scaffale da raggiungere a fatica.

Uno di quei libri dalla prosa scarna, asciutta, quasi incompiuta e senza gli a capo, ma con un sacco di note a margine.

Ed è proprio lì che sarei io.

Nella realtà, invece, sono una roba a metà tra l’Odissea ed Io speriamo che me la cavo.

E tu che libro saresti?