Nemesi

1397301984539

Sarà per via del karma. O della legge del contrappasso. Oppure si tratta semplicemente di giustizia divina.

Fatto sta che, la nemesi del mito dell’eterna giovinezza, io me la immagino proprio così.

Un uomo di settantotto anni, con la fissa delle minorenni, costretto a stare in una casa di riposo ad assistere altri anziani.

Quattro ore a settimana, per quasi un anno.

Come uno stage, una rimpatriata fra coetanei. Invece si chiama pena alternativa. Ed è quella toccata a Silvio.

La pena consiste, appunto, nel frequentare donne della sua stessa età.

L’alternativa è, invece, quella di passare dai soliti servizietti ai servizi sociali veri e propri. Dalle scopate allo scopone. Dall’etere al catetere.

A nulla è valso il trapianto di capelli. E nemmeno il ricorso al lifting cranio-facciale. Silvio, a Villa Arzilla, sarà uno di loro. Un vecchio tra vecchi. Un assistente ma anche un assistito.

E, come una qualunque badante moldava, dovrà occuparsi di pannoloni, distribuire adesivi per dentiere, spingere carrozzine, giocare a tombola e, talvolta, raccontare barzellette.

Un processo lungo e, alla fine, una grazia mascherata da condanna. E un uomo da rieducare. Tutto qui.

Ma solo una volta a settimana, giusto un paio d’ore con altri vecchietti.  Che trattandosi di malati di Alzheimer, di tutto ciò, non conserveranno alcun ricordo. Almeno loro.

Dimenticheranno presto le merende cosiddette eleganti, le battute salaci alle giovani infermiere, le canzoni di Apicella strimpellate al pianoforte.

E  si dimenticheranno presto anche di lui. Di Silvio. Di quell’ anziano, vispo e pimpante, condannato a svolgere un servizio socialmente (in)utile.

Perchè la legge non è uguale per tutti. Dunque confido nella nemesi. Una volta a settimana.

Annunci

Errore di-vino

greco

Ricordo con esattezza l’istante in cui ho capito che la stupidità umana è equamente distribuita nella società.

Avevo cinque anni e su al nord non affittavano case a quelli di giù, del sud. “No meridionali” c’era scritto sugli annunci immobiliari.

Crescendo ho poi capito che ci sono, però, alcuni individui oggettivamente più stupidi di altri. Tipo quelli che, qualche giorno fa, hanno pubblicato su eBay un annuncio di lavoro specificando “NO STRANIERI O SUD ITALIA”. I gestori di una prestigiosa enoteca fiorentina lo hanno scritto proprio così. In stampatello, nel caso il messaggio non fosse già abbastanza chiaro.

La storia dunque si ripete. Una storia fatta di errori e di pregiudizi. Di tabù e di ignoranza. Come se scegliere persone del nord al posto di quelle del sud fosse uguale a scegliere un Chianti Riserva al posto di un Nero d’Avola.

Perchè onestamente mi sfugge il motivo per cui uno del Marocco o di Canicattì sia meno degno di lavorare in un’enoteca fiorentina rispetto ad uno dell’Austria o di Biella.

Non si tratta di razzismo, si sono affrettati a chiarire i gestori. Si tratta della solita storia che bisogna prima dare lavoro alla gente del posto e poi semmai, se avanza, anche agli altri. La solita storia che il vino di lassù è la bevanda degli dei e quello di laggiù, invece, sa di tappo.

In vino veritas, per fortuna.  E la verità è che ci sono vini che invecchiano bene ed altri che diventano aceto. Che si guasta il Negramaro così come il Barolo. Il Moscato così come il Lambrusco.

La verità è che non tutte le persone del sud sono delinquenti e non tutti i delinquenti sono del sud.

La verità è che la mamma degli stupidi è sempre incinta. E siccome ogni tanto partorisce pure, lo fa in qua e in là. In ogni latitudine.

Per ogni errore commesso un rimedio, però, c’è sempre. E anche se l’errore è di-vino, una soluzione comunque c’è.

Chiedere scusa, ad esempio.  E cominciare a rispettare anche quelli che vivono nella punta dello stivale o un po’ più giù, sotto la suola del tacco.

Prosit!

Dalla prima lettera di Salvo a Livia

Montalbano-cartone

Vigata, 4 aprile 2014

Cara Livia,

quando riceverai questa lettera io sarò lontano. Da qualche parte, al mare, spaparanzato n’anca cca e n’anca dda.

Ti scrivo queste poche righe perchè tanto con te è inutile parlare al telefono. Si sa, gira vota e furria le nostre telefonate finiscono sempre a schifio.

Vent’anni. Sono vent’anni ca fazzu sta vita e ora non ne posso più. Ora sono proprio stanco delle tue paturnie, delle tue fisime, delle chiamate nel cuore della notte o proprio quando sto per sedermi a tavola. “Pronto? Montalbano sono e sto mangiando la pasta coi broccoli. Chi è che rompe?”. E tu puntualmente ti arrabbi, fai l’offesa, balbetti qualcosa e, alla fine, butti giù il telefono. E, così a me, passa pure il pititto di mangiare.

Basta Livia, stavolta mi sono davvero rotto i cabasisi! Di te e dei tuoi teatrini che manco all’opera dei pupi!

Ogni pretesto è buono per attaccare turilla, per rinfacciarmi che lavoro troppo, che ti trascuro, che rimando scelte e decisioni. Che a te piace la montagna e a me piace il mare. Che a te non piace cucinare e a me piace mangiare. Che a te piacciono le serie tv e a me i film in bianco e nero. Che a te piace fare l’amore in silenzio e a me invece, proprio in quei momenti lì, piacerebbe fischiettare la marcia trionfale dell’Aida.

E poi mi rimproveri sempre di non essere abbastanza amico compagno amante fratello cuoco idraulico meccanico psicologo estroverso affettuoso comprensivo, di non accorgermi mai del tuo nuovo taglio di capelli, di non ricordare la data del nostro primo incontro, nè quella del primo bacio, nè quella di quando ci siamo fidanzati. Figuriamoci poi la data del tuo compleanno.

Con gli anni sei diventata sempre più isterica e petulante. Come una fimmina quando ha le sue cose (con rispetto parlando). E se un uomo con la pistola incontra una donna mestruata, l’uomo con la pistola è un uomo morto.

L’ho capito stamattina, durante l’ennesima sciarriatina al telefono. Mi hai detto di sentirti come una fabbrica di uova che sta per fallire  e che quindi dovevamo fissare una data e prenotare pure le bomboniere. Che camurria, ogni volta che hai la sacra sindrome tiri fuori ‘sta storia delle bomboniere!

E mentre tu parlavi, la vita mi passava davanti. Una vita senza gli arancini di Adelina e senza le triglie fritte della trattoria “Da Enzo”. Una vita fatta di penne al pesto e di focaccia genovese.

Allora ho cominciato a sudare freddo, ho ripassato la tabellina del nove e alla fine ti ho detto: “Scusa Livia, ne possiamo riparlare stasera? C’è Catarella che mi sta aspettando in macchina da venti minuti”.

Pensavo di essermela scampata e invece, poco dopo, mi è arrivato un tuo sms. “Non è vero che Catarella ti sta aspettando in macchina. Sei solo un bugiardo e pure un po’ codardo! Non cambierai mai! Chi nasce tondo non può morire quadrato.”

Stavolta hai ragione tu, cara Livia. Chi nasce tondo non potrà mai morire quadrato. Ma pure chi nasce mappina non potrà mai morire foulard.

Quindi ti saluto.

Salvo

(Sono cresciuta a pane e Camilleri. E visto che, in questi giorni, si festeggia il ventennale del debutto del commissario Montalbano ho voluto, a modo mio, rendere omaggio a lui e alla sua fidanzata, la “fimmina più camurriusa” di tutta la letteratura italiana. 🙂 )

 

 

Liebster Award

Liebster

Aggiornamento: le nomination, nel frattempo, sono diventate tre! Ringrazio di cuore Sun, blogger di  Pensieri distesi al sole, per le belle parole che ha speso per il mio blog. I complimenti mi imbarazzano un po’ ma sono sempre graditi.

Qui fioccano nomination che neanche Sorrentino all’Oscar!

Ne ho ricevuto altre due! Stavolta per il Liebster Award, un premio conferito a blogger meritevoli con meno di 200 follower.

Per la menzione ringrazio infinitamente  Cerbiatto ’89 e Tersite. Sapere che ciò che scrivo viene così tanto apprezzato e condiviso è per me motivo di orgoglio e di immensa soddisfazione.

Il regolamento del concorso prevede di rispondere a dieci domande e di nominare altrettanti blog. Per questa volta, le risposte alle dieci domande ve le risparmio e siccome i blog che mi piacciono sono tantissimi, per non scontentare nessuno, preferisco non fare alcuna nomination.

Praticamente ritiro il premio, lo condivido con tutti voi ma, evito di fare il red carpet (anche perchè non saprei proprio cosa mettermi!).  🙂