Nessuno mi pettina bene come il vento

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È arrivato il vento.

Per lui ho indossato un vestito leggero, ho messo un rossetto rosso e ho sciolto i capelli.

Sembra maestrale e viene dal mare.

Un alito d’aria che smuove le tende, asciuga pensieri e sudori e porta ricordi di posti lontani.

Sa di ginestre e di sale, di alghe e legni sbiancati, di conchiglie e ossi di seppia.

Finalmente respiro e penso che questo mondo fatto di merda è il migliore che mi potesse capitare, perché c’è anche chi non sogna o sogna male.

Verrà il libeccio con le sue nuvole cariche di pioggia e di arcobaleni.

Manderà all’aria doveri ed abitudini e porterà a terra odore di mare, stridori di insetti impazziti e qualche minuscolo piacere che proverò ad accarezzare senza pudore.

Poi mi siederò sulla battigia, guarderò l’acqua che si arrotola e si srotola e, in mezzo a quelle onde burrascose, ci butterò anche le mie tempeste.

Finalmente sorriderò e penserò che, se voglio sconfiggere certi mulini, mi basterà solo aspettare che si alzi il vento.

Verrà lo scirocco e il cielo sarà bianco come la volta di un vecchio forno a legna.

I capelli si ingarbuglieranno, le idee si confonderanno e i vetri si faranno lavagna.

Un vento che darà forma alle nuvole e racconterà storie antiche che sanno di sabbia.

Quando soffierà, il mare si gonfierà e farà la schiuma e i panni stesi al sole sembreranno ballare.

Finalmente deporrò il fiato e penserò a quel vento che ogni volta porta via ciò che deve andare e avvicina ciò che di nuovo deve arrivare.

Verrà il freddo e la tramontana che fa lacrimare gli occhi pulirà poi il mondo.

L’aria sarà vetrata, i capelli arruffati e i pensieri incasinati.

Entrerà spifferando dalle finestre e porterà con sé le note di una canzone jazz e il suono lontano di un treno.

Racconterà tutti i ma, i se, i forse e i dovrei.

Una cantilena che solleverà le parole, le mischierà e le attorciglierà quasi fossero foglie.

L’aria gelida rigenererà cellule e pensieri e profumerà di more, di uva e di legna che arde nel camino.

Arriveranno anche i suoni.

Il tintinnio dei rami, il mormorio dell’erba, il fruscio degli alberi mentre spennellano il cielo.

Finalmente mi acquieterò e penserò che se il vento a volte taglia al contrario, io sono più forte.

Adesso invece penso a mia nonna.

A questo punto, avrebbe guardato fuori, mi avrebbe sorriso e mi avrebbe detto il nome del vento che sta asciugando il bucato.

 

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Palle eoliche

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La chiamano inquietudine.

Saranno i soldi che mancano, il caldo, le tasse, i contrattempi, le auto che intasano le strade o il colesterolo che intasa le vene, ma quello che vedo in giro è solo un gran giramento di coglioni.

Anche i miei, metaforicamente parlando, spesso sono rotanti.

Talvolta, poi, girano anche senza un perché.

Io però non sono come Montalbano, che quando gli girano i cabbasisi va a sedersi su uno scoglio.

A me le dita si chiudono a pugno, le unghie si infilzano nella carne, la gola è serrata, il sopracciglio inarcato, i muscoli induriti e le parole hanno lo stesso sapore amaro del veleno.

Somiglio di più a Rocco Schiavone, che l’elenco delle rotture di coglioni lo tiene esposto nella bacheca della questura.

Perché anch’io ho una graduatoria tutta personale di noie, beghe e incazzature che mi intossicano la giornata.

Vanno dal sesto grado fino al decimo, da quelle meno fastidiose a quelle più insopportabili.

Intanto le scrivo qui, ma prima o poi le farò incidere su una tavoletta di creta.

SCALA PINDARICA DEL GIRAMENTO DI PALLE CON MOTO EOLICO:

Al sesto grado ci sono gli intenditori di vino, le moto smarmittate, i vicini di casa che si mettono a tagliare l’erba la domenica mattina alle sette e mezzo, quelli che non sanno ridere di sé, che imbrattano i monumenti, che se hanno una cosa è la migliore, che parlano sempre al telefono e guidano con una mano e scendono dal suv parcheggiato male e si sentono i padroni del mondo.

Al settimo grado ci sono i battesimi, i matrimoni, le zanzare d’estate, le mosche d’inverno, i centri commerciali il sabato pomeriggio, le cacche dei cani sui marciapiedi, le suonerie dei telefoni sui mezzi pubblici, il vino che sa di tappo, i cretini, gli invadenti, quelli che non sanno tacere quando è il momento di tacere, che nonostante l’età matura vestono, fanno, parlano come quattordicenni e Despacito.

Alll’ottavo i ritardatari cronici, quelli che sputano nel piatto dove hanno mangiato, che aprono una parentesi e non la chiudono più, che usano parole come empatia o resilienza a sproposito, la pubblicità della ceretta che promette di stare quattro settimane senza peli e poi i peli ricrescono già il giorno dopo, gli spoiler, la folla, la retorica, i film che finiscono a cazzo di cane e i selfie in déshabillé con didascalia “Io e il mare” e poi il mare nella foto non c’è.

Al nono grado ci sono i razzisti, gli ignavi, i bacchettoni, i giornalisti che chiedono “come sta?” alla povera crista a cui è appena morto un figlio, le canzoni di Povia, quelli che sono solo curiosi, ma non interessati, che maltrattano gli anziani, che parlano senza dire niente, che non sanno mantenere un segreto, che buttano le cose dai finestrini delle auto in corsa, che hanno bisogno del tutorial per ogni cosa, anche per aprire una scatoletta di tonno, le prediche di chi razzola male, le finte smancerie e i complimenti che celano l’inculata.

Al decimo posto, sovrana ed imperiale, c’è la madre di tutte le rotture: la frase che inizia con “come tu mi insegni”.

Ecco, io quelli che mi dicono così li schiaffeggerei prepotentemente con uno straccio imbevuto nella salsa di soia.

(Anche se nulla mi fa incazzare come accorgermi che i coglioni non sempre sono appaiati, visto che poi io, in giro, li trovo anche da soli.)