Anche a te e famiglia

elegant-christmas-element-template-vector-material-4-51985

Non manca molto, ma nemmeno tanto poco a: “Anche a te e famiglia”.

Quest’anno è passato, in un modo o nell’altro.

Alcune cose sono andate per il verso giusto, altre hanno preso una piega sbagliata.

Ma io ho cercato di non arrabbiarmi, ho sorriso un po’ di più ed ho pensato un po’ di meno.

Ho cercato anche di non aver bisogno di nessuno, non riuscendoci.

Poi ho cercato di aver bisogno di qualcuno, non riuscendoci di nuovo.

Insomma, se dovessi raccontarlo, direi che è stato un anno lento e pesante.

Nonostante tutto, ho tenuto botta.

Perché il vantaggio di vivere un tempo sospeso è che lo si può usare come altalena.

Ed io, dondolandomi, ho trattenuto il buono e lasciato scivolare via tutto ciò che non valeva la pena trattenere.

Tre cose che salvo?

Le parole di una persona che per me conta molto, le risate di un bambino che mi chiama zia, le 6.823 pagine che ho letto.

Ma questo non è tempo di bilanci, piuttosto di bilance.

Io, come sempre, cercherò di non deludere la mia.

Passerò il Natale al sud, tra profumo di mandarini, vecchi ricordi, nuovi propositi e parole scambiate senza fretta.

Poi aspetterò la fine dell’anno al nord, fra laghi, montagne e neve che ovatta, in un paesino che pare uscito da un presepe.

Al rintocco di una mezzanotte uguale a tutte le altre, mi aggrapperò alla superstizione del calendario, sperando che il giro di boa coincida con la data che cambia e che ci sia davvero un nuovo inizio.

Con un sorriso e un calice alzato verso il cielo, brinderò a me, saluterò l’anno nuovo e mi accerterò che quello vecchio sia proprio finito.

Per il resto, come dice Rodari, anche il 2017 sarà come gli uomini lo faranno.

A me basterebbe non essere leggera, ma sembrarlo.

(Si accettano suggerimenti, tanto poi farò come mi pare.)

Intanto, a chi passa di qui, auguri di buone feste.

Annunci

Appunti di geometria

wassily-wassilyevich-kandinsky-transverse-line

(Promemoria)

Esistere, forse, vuol dire rifarsi spesso daccapo.

Io, ad esempio, sono nata tonda.

Poi un giorno mi sono rotta e, con i cocci e qualche altro frammento di me, mi sono rimontata diversa.

Ora sono quadrata.

Racchiusa dentro quattro lati fatti di calce e mattoni, tirati su con fatica.

Protetta da angoli aguzzi e appuntiti come aculei di un porcospino.

Ligia ad un sacco di obblighi, di rituali, di codici, di convenevoli, di regole ed altre pastoie.

Ma quando qualcosa si rompe, rimane a pezzi comunque.

Anche se si rimette insieme con la colla riparatrice, anche se da cerchi si diventa quadrati.

E per le mie piccole fratture, il punto di rottura é sempre lì, ad un passo.

Sono giorni di rotture, appunto, questi.

Un orecchino, il telefono, la macchinetta del caffè e un po’ anche le palle.

Un su e giù di imprevisti, un viavai di minuscole seccature.

Tra una parolaccia, uno sbuffo, unghie rosicchiate e nervi aggrovigliati.

Sorretta, da una parte, dalla stampella della pazienza che tace sorniona. Dall’altra, da parole amiche che mi esortano a rompere anche gli schemi, a sovvertire le geometrie, a sabotare il quadrato.

Anche volendo, non potrei fingere di non capire.

Che l’ostinazione nell’essere me, è solo ostinazione.

E che devo rompermi un‘altra volta e tornare cerchio, con gli angoli smussati e le spigolosità arrotondate.

O farmi triangolo, con i piedi ben piantati a terra e la testa tra le nuvole.

O forse gatto, per farmi accarezzare meglio.

Oppure vento. Sì, voglio farmi leggera.

E mandare all’aria abitudini e convenzioni, lasciar correre o ignorare, abbandonare zavorre e fardelli, prendere il volo e far scivolare il peso del giudizio sulle tempie e lungo le caviglie.

Vorrei mettere a soqquadro questo confortevole quadrato ed accogliere ciò che viene per ciò che é, con gli occhi chiusi e le mani aperte.

Vorrei essere capace di vivere senza capo né coda, come un anacoluto. Senza schemi, come un cruciverba. Senza concretezza, come un quadro di Kandinsky.

Non riesco, ma vorrei.

Intanto queste cose venute a galla, come gli gnocchi nell’acqua bollente, oggi le scrivo qui.

Per ricordarmi di ricordare chi ero prima che il mondo mi cambiasse, facendomi diventare chi sono.

(Fine promemoria)

Scritto di corsa (terza ed ultima parte)

babbo-natale-nei-dipinti-famosi-botticelli

Il Natale si avvicina, accidenti a lui.

Le città sembrano già più belle, Dio più credibile e gli stronzi più buoni.

Presto ci saranno i pranzi di famiglia, i ricordi, le nostalgie, gli auguri, i baci, gli abbracci e lo scambio dei regali.

Ci sono mille modi di fare un regalo di Natale.

Io, quest’anno, ho deciso di farne pochi, ma accetterò tutti quelli che mi arriveranno: un sorriso, una frase buttata lì per caso o forse no, una dimostrazione d’affetto, un cazziatone vestito da dimostrazione d’affetto, un bracciale di perle, qualche perla di saggezza, un abbonamento alle terme, un weekend a Parigi, una settimana sul Mar Rosso, dieci giorni su un atollo qualsiasi di un oceano qualsiasi, un buono regalo di Sephora, un profumo di Narciso Rodriguez, un libro di De Giovanni, un lavoro alla Sellerio, l’autografo di Camilleri, un cd di Bollani, una borsa di Hermès, una valigia di Furla, un negozio intero di scarpe, un corso di fotografia, il MacBook Air, l’iPod bianco, la Moleskine nera, una pashmina grigia, un vestito colorato, un biglietto per il concerto di Patti Smith a Roma o dei Guns N’ Roses ad Imola o per la mostra di Peggy Guggenheim a Venezia o di Basquiat a Milano, un ciondolo di Pandora, un kg di pata  negra, una cassa di Gewürztraminer, un presidente del consiglio donna, un vitalizio come i politici, un invito a cena da Ryan Gosling, uno a pranzo da Jude Law, il culo di Belen, la testa della Montalcini, la voce di Mina, una via d’uscita, abbracci vecchi, facce nuove e altre cose importanti che facciano diventare meno importanti le cose importanti di un tempo.

Perché, si sa, è brutto ricevere regali non graditi. Che poi tocca fare il sorriso di circostanza come Maria quando, scartando i regali dei Re Magi, capì che era mirra.

Io, se potessi, regalerei a tutti voi una pazzia.

Oppure del tempo.

Sì, tempo in più. Un anno a te, dieci a lei, mesi sparsi un po’ a tutti, da spendere come, dove, con chi volete.

Ma non posso.

E allora, per questo Natale, vi regalo un desiderio.

Esprimetelo qui e si avvererà. Scommettiamo?