Duemila14

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Augurarsi ed augurare che il nuovo anno sia migliore del precedente è consuetudine antica. Una formula di rito, un cerimoniale scaramantico.

Non vi piacerebbe che l’anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?” chiedeva il passeggere di Giacomo Leopardi al venditore di almanacchi. “Signor no, non mi piacerebbe“.

No, non piacerebbe neanche a me. Ciò che è stato è ormai archiviato, ciò che sarà, sarà comunque un’opportunità. Da vivere, attimo per attimo. Collezionando momenti. Sfogliando almanacchi.

E così, fra ricordi e sogni, mi ritrovo, a meno di quarantotto ore dalla fine dell’anno, a fare il consueto elenco di buoni propositi per l’anno che verrà.

Il Duemila13, nelle mie intenzioni, doveva essere l’anno della qualità. E così è stato. Ho sfrondato cose, sfoltito rapporti, limato persone. Ho inseguito obiettivi, ho conosciuto nuova gente, ho creato PindaricaMente. Ho imparato a dire di no, ho parlato di meno e letto di più.

Il mio proposito per il Duemila14 è quello di fare cose mai fatte prima. Oppure di non fare sempre le stesse cose.

Che sia, per tutti, l’inizio di un nuovo inizio.

Io brindo a me. E al mio almanacco nuovo. Buon Duemila14!

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Xmas time

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La valigia è sul letto. Non è quella di un lungo viaggio, ma quella delle mie brevi però intense vacanze natalizie.

Ancora poche ore e poi, Etna permettendo, si parte!

Il comitato di accoglienza siciliano prevede tante coccole, pranzi infiniti e cene abbondanti. Tutto all’insegna della tradizione, tutto a discapito del girovita.

Scacce, scacciate, ‘mpanate, vota vota, sfincione, mustazzola, facciuna, giuggiulena. Chi conosce la cucina siciliana sa di cosa parlo. Chi non la conosce, non sa cosa si perde.

Considerato dunque che fra poche ore sarò conciata per le feste, è bene che gli auguri ve li faccia ora.

Auguri di buon Natale, di buona fine e di buon inizio anno.

Auguri di cuore ad ognuno di voi. E ricordatevi, non si ingrassa da Natale a Capodanno ma da Capodanno a Natale.  Sicchè… 😉

Mala tempora

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La definizione data dal dizionario Treccani è: attrezzo agricolo a tre denti usato per smuovere il letame. Il forcone, quindi, serve a smuovere merda.

E considerato che, in Italia, la produzione di questa materia prima non conosce crisi, era inevitabile che il forcone, un giorno, sarebbe diventato il simbolo dell’Italia in ginocchio. Dell’Italia che, lentamente, sprofonda nelle sue stesse deiezioni.

Mala tempora currunt.

L’Italia è ferma e le cause sono tante. Corruzione, malaffare, recessione, crisi.

Chi conosce sa, chi non conosce, invece, giudica. E preferisce dire che se l’Italia è ferma la colpa, stavolta, è del forcone.

Nella smania di salire sul carro del vincitore, c’è chi il forcone lo strumentalizza, chi lo cavalca, chi lo banalizza, chi ci gioca alla rivoluzione. C’è chi il forcone lo vede nero, chi rosso, chi verde. Chi attorno al forcone ci vede un mondo intero e chi ci vede il vuoto.

Nella smania  di arrogarsi un qualche merito, c’è chi dice tutto e, un attimo dopo, il contrario di tutto. Chi sostiene una posizione e, un attimo dopo, quella opposta.

Nella smania di esprimere un giudizio c’è chi confonde i vincitori con i vinti, le vittime con i carnefici, i buoni con i cattivi, i chiacchieroni con gli imbroglioni, i forconi con i caproni.

Ogni tanto, prima di esprimere un giudizio, sarebbe bene capire. E capire bene. Perchè un giudizio, formulato in assenza di elementi sufficienti, è comunque un pregiudizio. Un inganno spacciato per verità.

Ogni tanto, per evitare di esprimere un’opinione parziale e quindi falsata, sarebbe bene sospendere il giudizio. Praticare l’epochè. Come facevano i filosofi dell’antica Grecia che, per arrivare alla verità delle cose, sospendevano il giudizio e si fermavano ad osservare, ad approfondire, a dubitare, a comprendere.

E quando ci si ferma ad osservare, anche i colori della tavolozza appaiono più nitidi. C’è il nero, c’è il rosso, c’è il verde. E’ vero, ci sono anche loro ed è proprio quando si mescolano confusamente insieme che danno vita al marrone. Così il marrone diventa il colore del letame, quello che tanta gente, armata di forcone, sta cercando di smuovere. Gente indignata, disillusa, esasperata. Gente in ginocchio che si è aggrappata con forza al forcone più vicino solo per non affondare del tutto. Gente comune che ha perso tutto e lo rivuole indietro.

Addà passà a nuttata. E, naturalmente, passerà anche il forconismo. Il letame invece, se soltanto si smuove ma non si rimuove, allora quello rimarrà a lungo.

Mala tempora currunt (sed peiora parantur).

Cose nostre

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Film sulla mafia ne ho visti tanti. Alcuni belli, altri meno.

Alcuni mi hanno emozionato e insegnato qualcosa.

Altri mi hanno fatto incazzare. Le solite coppole, le solite lupare,  il solito baciamo le mani.

E poi c’è “La mafia uccide solo d’estate”, il film di Pif che mi ha toccato il cuore.

Contro la mafia “possiamo sempre fare qualcosa” diceva Falcone. E Pif non ne ha fatto solo un film. Ha scelto di raccontare la Storia, quella vera, quella dura, quella di Arturo, un ragazzino nato nella Sicilia degli anni ’70. Costretto a vivere fra gente insensibile ed indifferente e gente leale e generosa. Costretto ad assistere alle stragi di mafia degli anni ’90. Costretto a dubitare dello Stato e degli uomini di Stato.

Arturo ed io siamo coetanei, oltre che conterranei. In comune molte altre emozioni, sensazioni, idee. Io, nella Sicilia negli anni ’90 c’ero ed io, i fatti raccontati nel film, li ricordo. Ricordo le lacrime, il dolore, lo smarrimento. Ricordo di aver imparato a riconoscere il male dal bene. Ricordo le vittime, ad una ad una. Uomini straordinari che oggi mancano al mondo, all’Italia, alla Sicilia. A ciascuno di noi.

Il film di Pif è un piccolo capolavoro di semplicità, di sensibilità, di antiretorica. Una commedia dal sapore amaro, capace di unire ironia e commozione, di affrontare i grandi temi civili e ridicolizzare la mafia.

Durante il film si ride. Alla fine del film si piange e si applaude. E si torna a casa con la consapevolezza di quanto sia importante la memoria e la trasmissione della memoria. Per capire, per imparare, per provare a cambiare le cose. Per non dimenticare.

Il film è il regalo di Natale che ciascuno di noi dovrebbe farsi. E’ un film che tutti dovrebbero vedere, grandi, piccini, studenti, famiglie intere. E’ un importante promemoria e, per i più giovani, un prezioso insegnamento.

E’ un film che parla di cosa nostra ma, anche di cose nostre. E, per nostre, si intende di tutti.

Fenomenologia dello shopping natalizio

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Ci siamo. Dicembre è arrivato. Puntuale, come sempre. E anche il mood natalizio è stato attivato. Puntuale, come da tradizione.

Un rituale collettivo fatto di luci, addobbi, colori, sapori. Di atmosfere incantate, ovattate, contagiose. E di fenomeni misteriosi.

Perchè lo shopping natalizio rimane per me un mistero. Un fenomeno oscuro ed inspiegabile. Un fenomeno di cui nessuno parla ma che, ad ogni Natale, coinvolge molte vite umane.

Basta entrare, durante il periodo natalizio, in un qualsiasi centro commerciale  e fermarsi ad osservare. Ci si riconosce. Fra coloro che vivono una medesima condizione ci si riconosce quasi subito e, inevitabilmente, si creano rapporti di comprensione, di vicinanza, di fratellanza. L’empatia con i propri simili è così forte che, invece che in un centro commerciale, si ha quasi l’impressione di essere capitati in una seduta di alcolisti anonimi. E si finisce per avere compassione, gli uni per gli altri.

A me del Natale piace tutto, ma mi riesce davvero difficile provare il piacere che provano tutti gli altri esseri viventi nel dedicare un tale dispendio di tempo, di soldi, di energie agli acquisti natalizi.

Le vie dello shopping, si sa, sono infinite. Però, chissà perchè, a Natale bisogna percorrerle tutte. In lungo e in largo. Da cima a fondo. Una moltitudine umana che girovaga incessantemente fra i negozi, a caccia di un regalo. Il più delle volte di un pensierino, di una cosina, di una cosuccia, di una cosetta, definizioni che, solitamente, preludono a regali dimmerda, talvolta dimmerdissima.

Nonostante ciò, lo shopping natalizio non è mai un’operazione semplice e banale. E’ un’esperienza complessa che coinvolge tutta la sfera psicologica dell’individuo. La sua coscienza e, pare, anche la sua autocoscienza. Un fenomeno talmente fenomenale che si può analizzare solo ricorrendo al modello hegeliano. Perchè, secondo la fenomenologia di Hegel, soltanto attraverso l’attenta osservazione dei fenomeni che ci circondano, lo spirito si eleva dalle forme più elementari di conoscenza alle esperienze conoscitive più generali, fino al potere assoluto.

E allora io il fenomeno l’ho osservato, attentamente.

E’ stato però tutto inutile. Questo entusiasmo nel fare acquisti natalizi non lo capirò mai, così come non capirò mai alcuni concetti filosofici.

Esattamente come non capirò mai coloro che, allo shopping, attribuiscono addirittura  un potere taumaturgico e catartico. Sono quelli che pianificano con mesi di anticipo ogni singolo acquisto, che curano ogni piccolo dettaglio, che nulla lasciano all’improvvisazione.

Ahimè, io sono, invece, quella dell’ultimo minuto, quella disorganizzata, quella perennemente priva di idee, quella del regalo last minute.

Quella che, a poche ore dalla cena della vigilia, si ritrova a comprare decine di cose inutili, insignificanti, banali.  Regali talmente brutti che, spesso, superano in bruttezza quelli ricevuti. Regali da manco li cani, come direbbe mia nonna.

E #mlcaward13 (Manco LiCani Award 13) è proprio l’hashtag creato quest’anno su Twitter, dedicato ai peggiori regali di Natale ricevuti.

Un concorso a cui tutti possono aderire e che io, qualora partecipassi, rischierei addirittura di vincere con: sbuccia ananas, set di manicure da viaggio, taglia pilucchi dei maglioni di lana, kit per il punto croce, pigiami di flanella, vestaglie da ospedale, set bagnoschiuma/cremacorpo/profumo alla rosa canina, candele a forma di pupazzo di neve, tazze con agrifogli.  Se non partecipo quindi, è solo per non sbaragliare la concorrenza.

Sempre secondo la dottrina di Hegel,  nella fenomenologia dello shopping natalizio, va inclusa, di diritto, la sottile arte del riciclo. Capita infatti di ricevere un orrendo portafogli in finta pelle marrone, riciclato da così tanti anni che, se si è fortunati, è possibile trovarci dentro persino una banconota da mille lire.

Basterebbe riciclare i rifiuti con la stessa cura e lo stesso impegno con cui si riciclano i regali di Natale e l’Italia sarebbe un paese migliore.

Io comunque, quest’anno, ho preso le dovute precauzioni ed ho scritto una letterina a Babbo Natale (e per conoscenza a parenti ed amici).

Naturalmente, non ho chiesto la pace nel mondo perchè a quella, di solito, ci pensano le miss nei concorsi di bellezza. Mi sono limitata a: scarpe, borse, profumi, libri, pacchetti benessere, viaggi (anche i weekend vanno bene) e gli intramontabili gioielli, esclusi però quelli di bigiotteria, perchè, per fortuna, sono allergica al nichel.

Ma siccome c’è crisi, basta anche il pensiero.