Nei panni di un uomo

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Non è invidia del pene. Nè voglia di celodurismo.

E’ solo curiosità, la mia. Forse perchè non ho mai sentito dire ad un uomo di voler vivere nei panni di una donna.

A me, invece, quelli di un uomo, piacerebbe vestirli. Anche per un giorno, un giorno soltanto.

Avrei la panzetta, la barba e la pelle dura, se fossi un uomo. E pure qualche ruga intorno agli occhi. Come uno che, nella vita, ha avuto un bel po’ di pensieri e la fronte l’ha aggrottata spesso.

Al posto del sangue rosso avrei acqua di mare. Perchè io, se fossi un uomo, sarei uno che va per mare. Con un veliero un po’ ammaccato dal libeccio, ma pronto a spiegare le vele per affrontare le onde più alte.

Sarei un uomo di mare perchè il mare insegna che avere paura è cosa buona, ma poi ti accarezza, come a dirti che andrà tutto bene. Il mare, poi, ha l’orizzonte. E l’orizzonte, si sa, aggiusta tutto e raddrizza le cose storte.

Se fossi un uomo, avrei un sacco di difetti. E non fingerei di non averne.

Sarei riservato, parlarei poco, ascolterei molto. Non sarei particolarmente bello, nè affascinante. Avrei piuttosto quello sguardo spaesato e dolce di un cagnolino che, più di una volta, ha smarrito la strada di casa ed è fradicio, sotto la pioggia.

Non avrei lezioni di vita da impartire, nè consigli da dare.

Sarei soltanto uno che fa, che decide, che non cerca vie d’uscita o scorciatoie.

Sarei soltanto uno che ha fatto la guerra vera, quella di trincea, ed è sopravvissuto.

Tratterei gli oggetti come oggetti e le persone come persone.

E, se fossi un uomo, non userei mai le faccine per esprimere un sentimento o uno stato d’animo. Userei le parole. E sarei un uomo di parola.

In bagno, alzerei sempre la tavoletta e, dopo aver fatto pipì, mi laverei le mani. Poi, se uscissi di casa per andare a comprare le sigarette, tornerei. Si, io tornerei.

Cercherei di fare tre o quattro cose alla volta, come fanno le donne. Se non trovassi i calzini o la birra, cercherei i calzini nel cassetto e la birra in frigo. E proverei a sopravvivere anche a 37 di febbre, senza un lamento.

Mi piacerebbe essere un uomo anche solo per non depilarmi più in giù del collo. O anche per andare in vacanza finalmente con una valigia sola, chè un paio di scarpe sarebbero più che sufficienti.

Se fossi un uomo, poi, non sceglierei mai una donna come si sceglie una pizza.

Mi innamorerei di cose che vedrei solo io. Di gesti improvvisi e inavvertibili. Di un modo di parlare o di muovere le mani. Di dettagli, sfumature, virgole, silenzi. Di fragilità mal celate. E, di tutte queste cose, sarei geloso.

Non correrei mai dietro ad una donna. Le camminerei a fianco, la corteggerei, la vizierei, la farei ridere e le chiederei scusa. Troverei il tempo per ascoltarla, anche quando tace.

Proverei a sedurla passando i polpastrelli sulla carta e sulle parole di un libro. O arrotolando le maniche della camicia, a piedi scalzi, con una sigaretta spenta tra le dita.

E’ un compito molto difficile, essere uomini. Perchè consiste, principalmente, nell’avere a che fare con le donne.

Gli uomini, io lo so, ci sono. Sono quelli che, nell’avere a che fare con le donne, sanno essere grandi anche nelle piccole cose.

Ed io, se fossi un uomo, sarei mio padre.

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Lo zen e l’arte della pigrizia

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Tanto per cominciare, cominciamo a chiamare le cose con il loro nome.

La pigrizia è pigrizia e consiste nel non voler fare oggi quello che si può fare tranquillamente domani.

Da non confondersi con il fancazzismo che consiste nel non voler fare una cosa se, quella cosa, la può fare tranquillamente qualcun altro. O con la poltroneria che, invece, consiste nel non fare una mazza tutto il giorno.

Poi c’è anche la svogliatezza, quella di cui soffri tu in questo momento che, invece di lavorare o stirare o preparare la pasta fillo con il Bimby, preferisci stare qui a leggere le cazzate che scrivo.

Quella che pratico io si chiama pigritudine. Perchè è una vera e propria attitudine alla pigrizia, è culto dell’ozio, è affezione al divano.

Pigritudine, ad esempio, è starsene la mattina qualche minuto in più sotto il piumone per decidere con quale piede scendere dal letto. Perchè da quello, si sa, dipende poi il resto della giornata.

L’arte della pigrizia, come tutte le arti, richiede una pratica assidua e un impegno costante. Io poi, modestamente, pigra ci nacqui.

Ci stavo, infatti, talmente tanto bene nella pancia di mia madre che, per tirarmi fuori mi hanno dovuto attaccare delle ventose alla testa. Sono nata, insomma, a mo’ di lumaca. E sono cresciuta a mo’ di tartaruga di Zenone. Perchè chi va piano non solo va sano, ma medita.

Ed io, su questa cosa, ci ho meditato parecchio.

Ogni anno, a fine estate, medito su quando iscrivermi in palestra. A settembre, mi dico.

E poi, a settembre: il colpo della strega, il ciclo, piove, lo tsunami, ormai comincio lunedi, vabbè magari ad ottobre.

Ed eccoci, così, a fine novembre.

Anche oggi, la pigritudine ed io, abbiamo deciso che, di questa cosa della palestra, ne riparleremo domani. Per oggi è meglio rimanere qui, sul divano, con il plaid sulle ginocchia e il tablet in mano.

Oggi leggo, scrivo, twitto, telefono, rido, parlo, sgranocchio qualcosa. Insomma, per oggi ho già abbastanza cose da fare.

Perchè, quindi, dovrei andare in un luogo chiuso, dove la gente si stanca, soffre e soprattutto puzza? Perchè?

A me, già l’idea di andare in palestra per pedalare su una bicicletta finta o per zompettare su uno step insieme ad altre trenta donne truccate come Moira Orfei, fa venire l’acido lattico.

Per non parlare poi di chi, sudato come un pollo allo spiedo, passa il tempo davanti allo specchio a farsi i selfie agli addominali obliqui o di quelli che, ad ogni alzata di pesi, fanno certi versi che manco un poeta provenzale.

E poi, diciamolo, mica sono grassa io. Sono morbida, accogliente, burrosa. Prosperosa come una donna di Botero, ecco.

E la cosa bella è che, quest’anno, dopo anni di donne magre come grucce, di corpi ossuti, pallidi e tristi, quelle come me sono finalmente tornate di moda.

Quelle con qualche chilo di troppo, con i buchi della cellulite e le maniglie dell’amore.

Quelle che, più il sedere si abbassa, più cercano di tenere alto l’umore.

E quindi, un giorno, questo sarà il mio epitaffio:  “E’ morta prematuramente ma non ha sudato”.

 

 

A proposito di gentilezza

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Strano mondo, il nostro.

Siamo talmente disabituati alla gentilezza che, per celebrarla, ci siamo inventati una giornata mondiale. All’uopo.

E la giornata mondiale della gentilezza è oggi. Solo oggi, chè domani sarà la giornata mondiale di qualcos’altro.

Già. Come se si dovesse essere gentili solo un giorno all’anno. E si potesse, quindi, essere cafoni nei restanti trecentosessantaquattro.

Il gesto occasionale fatto a mo’ di autogratificazione. Come se fosse questa la gentilezza.

E non è nemmeno quando un uomo apre la portiera della macchina ad una donna. Quello, se succede, è solo perchè una delle due è nuova.

Grazie, prego.

Scusi, ma si figuri.

Ha bisogno? Non si preoccupi.

Disturbo? No, si accomodi.

Un gesto gentile ne vuole sempre un altro.

E gentili si nasce. Oppure ci si diventa, con l’esercizio della virtù e con l’elevatezza dei sentimenti.

Si declina in tante maniere, la gentilezza.

E’ la capacità di mettersi nei panni degli altri, di ascoltare e accogliere le fragilità altrui. E’ generosità, altruismo, solidarietà. E’ amorevolezza, rispetto, garbo.

E’ un balsamo che ammorbidisce le asprezze e le volgarità della vita quotidiana.

E siccome è una qualità morale che coinvolge tutte le relazioni umane, va coltivata e affinata quotidianamente. Non una volta l’anno, il 13 novembre.

Appare più una virtù da santi che da gente comune. Ed appare così anacronistica, oggi, la gentilezza.

Eppure qualcuno in giro che prova ad essere gentile lo incontro, ogni tanto.

Solo che, davanti ad una gentilezza inaspettata o ad un gesto di cortesia disinteressato, rimango spesso disarmata.

Così finisce che scambio la gentilezza per qualcos’altro. E mi chiedo, insomma, dove sia la fregatura.

Peccato, perchè nulla seduce più di un gesto cortese buttato lì, quasi per caso.

Siamo gentili, dunque. Almeno oggi.

Chè domani si celebra altro.

Domani sarà la giornata mondiale della scoperta dell’acqua calda.

 

Il sapore amaro della ruggine

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Succedono cose mentre sono distratta a farne altre. Succedono e basta.

La vita, poi, riprende a scorrermi addosso e tutto sembra uguale. Non è, però, tutto uguale.

E’ che certe storie non mi lasciano fuori. Certe storie mi tirano dentro e, per comprenderle, devo masticarle, deglutirle, digerirle. Il sapore che certe storie lasciano in bocca è amaro. Sa di ruggine.

La storia di Brittany Maynard è difficile da raccontare. O forse no. Forse sono io che faccio fatica a tradurla in parole. Ne ho una serie infinita in testa e metterle in fila non è facile.

Brittany, ventinove anni e un tumore incurabile al cervello, è morta qualche giorno fa. Ha scelto lei di morire, prima che la malattia le corrodesse il corpo e l’anima. Come la ruggine quando corrode il ferro.

Una scelta forse codarda, forse coraggiosa. Comunque amara. Come tutte le cose che sanno di addio, di non ritorno.

Una scelta che il mondo ha interpretato attraverso la lente della propria morale. Perchè il mondo giudica, punta il dito, ingrossa dibattiti. E il dibattito quando si ingrossa troppo, poi tracima.

Che poi, in questi casi, non serve nemmeno capire. Accettare, quello si che è difficile. Rispettare, quello si che è difficilissimo.

“Non è compito mio dirle come deve vivere, nè dirle come deve morire. Il mio solo compito è amarla”.

Le parole di Debbie, la madre di Brittany, non hanno bisogno di altre parole.

Ammiro chi lotta ostinatamente contro la malattia, chi la combatte coraggiosamente fino all’ inesorabile fine. Ammiro chi, pur vivendo attaccato ad una macchina, con il pappagallo sotto il culo, con il corpo attanagliato dal dolore e senza un briciolo di lucidità, resiste come un martire coraggioso.

E comprendo pure chi, spinto da un naturale ed egoistico senso di possesso, vuole tenere qualcuno vicino a sè, anche quando questo qualcuno non vuole o non ce la fa più. Comprendo, perchè è più facile trattenere che lasciare andare.

Biasimo però chi, seduto comodamente sul divano di casa, pontifica sulla vita e sulla morte. Chi giudica le scelte altrui, il dolore altrui, la dignità altrui.

Una interminabile, lenta e penosa fine. Con il corpo e la mente obnubilati da atroci sofferenze. Sarebbe forse questo morire con dignità?

Ma si sa, la porpora dei papi ha finito per riempire di ruggine pure i vangeli.

Io che amo profondamente la vita non vorrei mai morire anzitempo. Solo che, non potendo scegliere di che morte morire, vorrei almeno essere libera di scegliere quando, se sapessi di non poter più vivere dignitosamente.

Vorrei poter decidere, con consapevolezza e lucidità, come lasciare questo mondo, prima che una qualsiasi malattia mi sfiguri il corpo e la coscienza.

Vorrei poter prendere questa decisione da sola, che anche una mosca sarebbe di troppo. E, dopo aver deciso, non sentirmi sola.

Se Dio esiste, poi, ma la vedrò con lui. Faccia a faccia.