Chiedimi cosa mi piace

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Poi guardo fuori e mi accorgo che c’è il sole.

E mi viene da pensare che sarebbe bello guardarlo scendere su un orizzonte liscio e lucido, fino a che non va giù dentro il mare.

Mi piace il tramonto, perché fa strizzare gli occhi e allargare il cuore.

E mi piacciono le strade dritte e solitarie, da camminarci piano dando pedate ai ciottoli e pensando ai cazzi miei.

Mi piace il bianco e il nero, l’odore della cannella, l’acciuga sulla pizza, la musica di sottofondo, l’antologia di Spoon River, la birra chiara, il numero 7, l’odore aspro della città dopo il mercato e lo sguardo ecchissenefrega.

Mi piacciono le insegne dei vecchi negozi, i vestiti leggeri a fiori, i punti luce, le coincidenze, i piccoli gesti della seduzione, le cose antiche, le cifre tonde, le librerie nelle case degli altri, i gamberetti crudi, gli ormeggi, le bitte e gli occhi quando guardano davvero.

Mi piace chi si fa montagna, anche se dentro si sente vulcano; chi racconta le sue paure, anche se sorride; chi piange, anche se non lo fa vedere.

Mi piacciono le persone disarmate, imperfette e un po’ ammaccate. Quelle con la faccia di chi non ne ha azzeccata una nella vita, che scricchiolano quando le abbracci, che tendono la mano invece di puntare il dito, che dicono “ci sono” e poi ci sono veramente.

Mi piace il verbo bisbigliare, il sostantivo auspicio, l’aggettivo ovattato e la parola tuttavia. Perché somiglia al momento in cui si decide di mollare il freno della razionalità e di rimettere in gioco ogni cosa.

Mi piacciono le piante grasse, perché non hanno bisogno di niente; le pietre, perché c’erano prima di me e rimarranno anche dopo; i telecomandi, perché mi fanno giocare con le scelte e le possibilità; i luoghi che sanno di casa, perché ognuno a casa sua fa come gli pare.

Le cose che mi piacciono di più della vita sono quelle che capisco di meno.

Ma la gente che mi piace, mi piace che lo sappia.

Di me, mi piace che non mollo.

E mi piace pensare che questo sentirmi così scarabocchiata, arricciata e ruvida sia nato da lì.

Da “è una bambina molto sensibile”.

Ma forse è tutta una scusa.

 

 

 

C’era una volta

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L’orgoglio è una roba strana.

Arriva improvviso per le cose più impensate ed è tanto più grande quanto più piccole sono queste cose.

Nel leggere ciò che ha scritto Matteo il groppo in gola c’è stato.

Una minuscola commozione, una stilla di fierezza ziesca.

Forse l’amore per i libri si può anche insegnare.

O forse abbiamo tutti bisogno di addormentarci sentendo una fiaba.

Una di quelle che accarezza dentro e fa chiudere gli occhi.

E fa andare in un altrove inventato.

Fatto di carta ed inchiostro, ma che sembra reale.

Leggendo quel libro, Matteo ed io siamo stati in un castello della Loira con La Bella e la bestia e tra le rovine di Machu Picchu con Le follie dell’imperatore.

Abbiamo percorso le strade silenziose di Collodi con Pinocchio e quelle festose di New Orleans con La principessa e il ranocchio.

Abbiamo passeggiato per i boschi con Cappuccetto rosso e per le savane con Il re leone.

Io con i miei occhi grandi e lui con i suoi occhi curiosi.

Che sembrano sguarniti davanti al mondo, eppure già misurano facce, scrutano movimenti, scandagliano parole.

Rubano e imprigionano per provare a conoscere ciò che non sanno.

Degli occhi di Matteo invidio i libri che ancora dovranno leggere.

Alcuni evaporeranno velocemente perché non troveranno appigli, altri rimarranno incastrati nei pensieri per sempre.

Ma Matteo ha solo sei anni e, adesso, nessuna saggezza mi appare più saggia di quella di guardare il mondo attraverso le favole.

Per conoscere, con racconti di volpi, lupi, formiche e cicale, i vizi e le virtù umane.

E imparare che i draghi e i mostri esistono, ma che possono essere sconfitti.

Ci sarà tempo per capire che anche le favole bisogna saperle raccontare.

E che il segreto forse non è il racconto, ma è come si ascolta.

Intanto, regalerò a Matteo Il piccolo Principe.

Così potrà leggerlo durante l’estate e scoprire che l’essenziale è invisibile agli occhi e che non si vede bene se non con il cuore.

A me l’hanno insegnato da piccola e non lo scordo più.

Anche se, a volte, me ne servirebbero almeno tre, come il polpo.

Che un cuore solo si consuma ad usarlo tutti i giorni.

Ma questa è un’altra storia.

 

Parentopoli

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Si addolcisce il cuore che ritrova rami e radici.

Per un po’ si nutre di assenze che si fanno presenze e di affetti che sanno esserci, senza esserci.

Il mio si lascia alle spalle una decina di abbracci, una sfilza di occhi lucidi, una manciata di coriandoli e un “dovremmo farlo più spesso”.

Prendere un aereo e accorciare le distanze.

E trascorrere giornate tra risate, memorie e vecchi tempi.

E poi mangiare in dieci su un tavolo da quattro.

Stretti, come solo i parenti stretti sanno stare.

A quel tavolo c’era pure Giuseppe.

Che tutti però chiamano Enzo, senza sapere perché.

Forse perché mio zio Enzo é uno, ma contiene mille sè.

Calciatore, macellaio, imprenditore edile, mediatore immobiliare, cinematografaro, produttore di frutta biologica, politico.

Ogni volta si arrangia e ogni volta qualcosa s’inventa.

Oppure si smonta in mille pezzi e si ricostruisce daccapo.

Perché lui è radice, ma è anche foglia. E’ albero, ma è anche vento.

Ha una mente pensante che non conosce appagamenti e un’anima inquieta, mutevole e smaniosa.

Ha occhi antichi che dicono senza dire nulla e che leggono anche dove non ci sono pagine.

Mio zio sa di greco e di latino, di diplomazia e di contratti.

E’ fatto di poche parole, di tante opere e di qualche omissione.

Io, comunque, ho sempre riso e sorriso alle chiacchiere che si fanno su di lui.

Quelle che si diffondono da una casa all’altra, di bocca in bocca, come una catena di Sant’Antonio.

E mentre in troppi parlano e chiedono e giudicano, lui osserva e tace.

Perché ha capito che anche con i peccati bisognerebbe fare alla romana e ognuno scontare i suoi.

Allora finge quel poco che serve per disinteressare gli indiscreti e per ammansire i polemici.

Cambia pelle e cambia colore perché sa che si vive anche di piccole camaleontiche finzioni.

E poi sa che ciò che viene reso non sempre ripaga ciò che viene dato.

E che se tutto si traduce in entrate ed uscite, allora serve a poco ragionare con il cuore.

Lo sa perché anche lui si applica da sempre alle sfere del dare e dell’avere.

Un tempo per brama famelica di possedere di più. Adesso per desiderio maturo di mischiare quattrini e sogni.

E allora mi chiedo perché io, così convinta che si debba vivere con ciò che si ha dentro, poco o tanto che sia, alla fine ho sempre fatto il tifo per lui.

Forse é solo sangue. Oppure è stima.

Sì, forse é la stima la parentela più stretta che c’è.

Perché è vero che siamo due pianeti dissonanti, io e mio zio Enzo.

Distanti per abitudini, passioni, visioni.

Lui che cerca di spiegarmi che alcuni non sono limiti, ma possibilità.

Ed io che continuo ad arroccarmi a confini che per me non possono essere varcati.

Ma in questi giorni di volti coperti da maschere, ho visto la sua faccia.

Una faccia e mille sfaccettature.

Ed ho conosciuto le tramutazioni, gli incantesimi, gli inganni, gli orchi e i draghi di cui é piena la sua storia.

Una storia con un finale sempre da aggiustare.

Scrivere un post su uno zio?

Dovevo pur dire a qualcuno che esistono certi parenti e che sono creature che sembrano uscite da un libro di avventure.

 

La forma dell’acqua

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Come un’opera che si edifica senza accontentarsi della fine.

Fatta di mattoni e cemento e di sostanza che prende forma con l’andare delle stagioni.

E’ un cantiere che non finisce mai, la costruzione di sè.

Si parte dagli angoli, precisi e fissi come quelle quattro cose importanti della vita.

Poi, lentamente, si delimitano i muri esterni. Uno alla volta.

Ci si fabbrica ogni giorno, affidandosi al regolo, alla livella e al filo a piombo.

Un lavoro che richiede tempo e pazienza e porte aperte per farci entrare il vento e la luce.

Ogni tanto si mura qualche dubbio, si cambia una piastrella scheggiata, si ripara una crepa o si sale sul tetto e ci si fa un lucernario.

Per guardare da dentro com’è bello fuori.

E se a volte si sente qualche scricchiolio, è solo la struttura che si assesta.

Dentro questa fortezza fatta di pietre antiche e pesanti e di muschio che copre le pareti e rampicanti che si infilano nelle fessure, c’è la sostanza che si disfa e si fa.

Come acqua che scorre dai fiumi al mare e dal mare ai fiumi, senza sosta e senza forma.

“Qual è la forma dell’acqua?”, si interroga Camilleri in uno dei suoi romanzi.

“L’acqua non ha forma. Piglia la forma che le viene data”, gli risponde Montalbano.

Come farlo capire anche a Matteo?  

Che l’acqua non ha forma e che é un tentativo inutile quello di nascondere con la forma, la mancanza di sostanza.

“Zia, hai visto che bei voti?”, mi ha detto sfoggiando uno dei suoi sorrisi sdentati.

Prima elementare, prima pagella del primo quadrimestre.

Una sfilza di otto e di nove che commuove ed inorgoglisce.

Conquistata a colpi di vocali e consonanti scritte in stampatello sul quaderno a righe e di numeri storti e sbilenchi su quello a quadretti.

Come fargli capire che, se l’acqua non ha forma, spetta a lui darle almeno sostanza, colore e sapore?

Sarebbe bello insomma che Matteo, goccia dopo goccia, riempisse la sua bottiglia non di otto e di nove, ma di cosa, di come e di perché.

Che capisse che una bottiglia bella fuori non sarà mai una bella bottiglia, se dentro ha acqua sporca e inzaccherata.

E che studiasse la tabellina del nove o la poesia di Pascoli o la storia dei Sumeri non per prendere buoni voti, ma per diventare una persona capace.

Capace di difendersi, di non farsi raggirare con le parole, di non farsi dare etichette da nessuno.

Che l’etichetta, si sa, nasconde il contenuto.

Se poi Matteo imparerà anche a mettere qualche accento giusto, ad imbroccare le acca e ad azzeccare i congiuntivi, allora la sua acqua non sarà mai quella di una comune bottiglia di plastica.

 

La minestra, la finestra ed io

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Se è insipido, aggiungere un pizzico di sale.

E questo è tutto ciò che so della cucina.

Perché io faccio pasticci, ma non il pasticcio di carne.

Manteco pensieri spaiati, ma non risotti accoppiati con le pere.

Intingo la penna nel calamaio, ma non la patata nell’olio.

Più che molecolare, la mia è una cucina sperimentale.

Sperimento assaggi di delizie morbide o stagionate con gemme fruttate, fantasia di conchiglie al sapore di pomodoro e odore di basilico, quattro salti in padella su un letto di spremuta d’olive.

Ecco perché mia madre sostiene che, tra mangiare sempre la solita minestra o buttarmi dalla finestra, sia arrivato il momento di buttare la minestra dalla finestra e comprare il Bimby.

Un giocattolo per adulti.

Che trita, pesa, frulla, taglia, emulsiona, grattugia, omogeneizza, monta, sbatte, mixa, impasta, riscalda, cuoce.

E che costa come quindici giorni di vacanza a Sharm el-Sheikh a fare snorkeling con le tartarughe giganti, una settimana di crociera nel Mediterraneo o un fine settimana a Copacabana a sorseggiare caipirinha in un hotel 5 stelle all inclusive.

Un fottìo, insomma. Nonostante ciò, sono anni che insiste per regalarmelo.

Perché lei ce l’ha, mia sorella ce l’ha, tutte le sue amiche ce l’hanno e le vicine di casa anche.

Mi ha detto anche che, per quelle culinariamente negate come me, c’é persino la versione digitale.

Un display touchscreen a colori spiega, passo dopo passo, cosa fare e con il tocco di un dito il piatto é pronto.

Così, un giorno, invece di “non so cucinare”, potrò dire “so usare il Bimby”.

Mica come lei che, con o senza robot, cucina per la necessità di avere qualcuno di cui prendersi cura, per ricordare chi non c’é più e per rimpinzare di manicaretti chi c’è ancora.

Mia madre mescola uova e zucchero. Assembla strati di lasagne. Frigge melanzane e ricordi, tutti insieme.

E con mani grandi come badili distribuisce pacche sulle spalle e gustose pietanze.

La domenica fa l’arrosto? Se ne avanza un po’ é un peccato, così lo trita e il lunedì si presenta con le polpette.

Ne rimangono due? Le pressa e il martedì te le ritrovi nello spezzatino con le patate.

Io invece, al massimo, riciclo le penne al pomodoro superstiti del sabato, ci aggiungo un po’ di mozzarella e la domenica le ripropongo incrociate tra di loro e con un gambo di prezzemolo infilato sopra.

Penne in crosta di, senza crosta.

Perché io, anche se non ho il cestello Varoma, mangio comunque.

E se oggi sono una peccatrice affamata, la colpa é della suora che un giorno all’asilo mi disse: “Mangia, che i bambini in Africa muoiono di fame se non mangi tutto.”

Ed io allora mangiavo per loro, per quei piccoli africani con il volto scarno e sofferente, le gambe deboli e le pance piene d’aria.

Poi, quando ho capito che quella era solo una cazzata che gli adulti raccontano ai bambini e che in Africa quei corpicini rimanevano smunti lo stesso, ho cominciato a mangiare per me.

Una cucina fatta di cinquanta sfumature di frigorifero: robe surgelate, zuppe riscaldate, bistecche cotte non proprio a puntino.

E siccome della storia del “ce l’hanno tutti” a me non interessa nulla, io il Bimby non lo voglio.

Voglio l’equivalente in soldi e andare a nuotare con le tartarughe giganti a Sharm El Sheik, oppure a zonzo nel Mediterraneo o spiaggiarmi a Capacabana per un po’.

Poi al ritorno, felice ed abbronzata, chiuderò la finestra e cambierò il nome alla solita minestra.

Vuoi assaggiare i miei capelli d’angelo in composto liquido di ortaggi e baccelli leguminosi al profumo di coriandolo?

Prenderla con filosofia

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Tutto poi si riduce ad avere qualcosa a cui pensare.

I pensieri, comandano loro.

Di alcuni cerco di ricordare dove cominciano e dove finiscono. Altri sono come lo scotch di cui è impossibile ritrovare il capo.

Io penso perché ci sono giorni che sembrano fatti apposta per pensare.

O forse perché se penso, sono. Credo.

Così faccio pensieri arruffati, senza punteggiatura, appallottolati come calzini buttati in giro qua e là.

E vado un po’ dove capita.

Gite mentali.

Le chiamo così da quel giorno, quando il professore di filosofia del liceo mi mise davanti la Repubblica di Platone.

“Apri il libro a pagina 314 e leggi a voce alta”, mi disse.

E mentre io leggevo a voce alta il mito della caverna, lui passeggiava su e giù per l’aula come un peripatetico.

Apparentemente non faceva nulla se non seguire il filo dei suoi pensieri.

Poi andò alla lavagna e scrisse: “La filosofia insegna a pensare. A pensare e comprendere. A comprendere e diventare migliori. Perché avere una bella testa é molto di più che avere solo una testa”.

Chiusi il libro e capii che, in quella storia di catene, prigionieri ed ombre sul muro, c’ero già dentro e non sapevo più come uscirne fuori.

Avevo quindici anni e quelle frasi mi rimbombavano in testa, scivolavano via, una in fila all’altra, come gli anelli di una catena.

E ad ogni anello mi si apriva un mondo.

Quel professore schivo e gentile, colto e severo, capace di fare le nottate per chiosare un passo sconosciuto di un filosofo più sconosciuto ancora, l’ho amato molto.

Per anni sepolto fra pile di libri, da qualche giorno è sepolto fra filari di cipressi.

E a me, oggi, viene da dirgli grazie.

Per avermi insegnato, attraverso la filosofia, che tutto ciò che di meglio era stato pensato e scritto dagli uomini, era stato pensato e scritto da quegli uomini lì.

Come Talete di Mileto che osservava gli astri con lo sguardo rivolto verso il cielo e a chi gli domandava se fosse venuta prima la notte o il giorno, rispondeva che era precedente la notte, di un giorno.

O Pitagora che per descrivere il mondo usava il linguaggio della matematica, convinto che il numero fosse l’ἀρχή, il principio e l’essenza di tutte le cose.

E poi c’erano i Sofisti con la loro kalokagathìa, l’unione del bello e del buono. “Tutte le qualità buone e belle devono essere tenute in esercizio e la saggezza non meno delle altre”, dicevano.

E c’era Zenone con i suoi paradossi, Socrate con il suo non sapere e Kant che, filosofeggiando sulla ragione, si poneva le solite tre domande che mi faccio spesso anch’io: che cosa posso sapere? Che cosa posso fare? Che cosa ho diritto di sperare?

Oppure Hegel che, per arrivare alla verità, scomponeva e componeva i problemi del mondo in tesi, antitesi e sintesi.

O Schopenhauer che indagava sul dolore e su quell’intervallo fugace ed illusorio che é il piacere.

Tutti questi uomini mi hanno insegnato che le domande sono più importanti delle risposte.

Che è meglio avere un dubbio, che una dubbia certezza.

Che non bisogna mai smettere di dire e ripetere, mescolare e sciogliere, tagliare e aggiungere, comporre e scomporre, procedere e inciampare, cominciare e poi finire, ricominciare e poi finire.

E che, nella vita, bisogna distinguere fra retori, bravi a parole e venditori di fumo.

Ma, soprattutto, mi hanno insegnato a pensare.

Nonostante il tempo e nonostante il mondo.

All’esame di maturità classica portai Italiano come prima materia e Filosofia come seconda.

“Se Platone vedesse come ci siamo ridotti oggi, ritornerebbe nella caverna. E si murerebbe”, mi disse il professore durante l’interrogazione.

“Tu, però, non smettere mai di pensare. E’ questo che non ti perdonano.”

Non c’è rimedio, infatti, ad una bocca che tace e a due occhi pensano.

(Ciao prof.)

Primi morsi di vita

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Nessuno è tanto alto come quando si china a guardare il sorriso di un bambino.

Perché un sorriso così ti fa reggere tutto.

Gli sbagli, le mancanze, le presenze, le assenze e le prepotenze.

Ti chini e conti i denti mentre sorride, i respiri mentre dorme, i capelli mentre si pettina, i giorni mentre li vive.

Matteo, da oggi, va in giro per il mondo con un dente in tasca e un sorriso zoppo.

“Guarda zia, mi è caduto il primo dentino!”, mi dice ridendo e con la bocca spalancata.

“Stanotte arriverà san Nicola e mi porterà i soldi di carta, vero zia?”

Ed io china su di lui, a guardare quella finestra che gli si è aperta tra le labbra.

Quella fessura tra gli incisivi, dove la lingua si intrufola, si arrotola e sibila.

Matteo ancora non lo sa che in questo pezzo di universo squilibrato servono i denti. Tutti. A volte, le zanne.

Perché senza non si va mica avanti.

Non dico che dovrà adoperarli. Ma quando sarà grande, farà bene a mostrarli, i denti.

E a stringerli, quando imboccherà strade e mari sconosciuti e le labbra saranno secche e la bocca amara.

Un giorno imparerà che trentadue denti non riescono a tenere a bada una lingua, che il dente del (pre)giudizio é solo un dente avvelenato e che dente per dente é da perdente.

Quel giorno capirà anche che solo le buone parole non rompono i denti.

E che non basta averli bianchi e dritti se poi la coscienza é sporca e storta.

Poi, quando comprenderà che la vita va masticata, spero che riuscirà a gustarsi ogni sapore con lentezza.

Adesso Matteo ha quasi sei anni, capelli corvini e ribelli, gote rosse e una fossetta che parla d’infanzia.

Ha un topo di pezza sul cuscino e un drago sul comodino, disegna case sbilenche, costruisce passaggi segreti che non portano da nessuna parte, annoda uno scialle al collo per diventare un supereroe e, quando ha nostalgia del mare, fa le onde con il lenzuolo.

I suoi sorrisi raccontano di quello che ha trovato, i suoi occhi di quello che ancora cerca.

Allora io oggi mi butto un po’ di pensieri alle spalle, aspetto che si posino sulle scapole e mi riparino dal freddo.

E mi godo gli occhi neri di Matteo dentro i miei occhi seri.

Perde chi ride per primo.

(Rido. Così lui mi fa subito un sorriso sdentato ed io, invece di perdere, vinco.)