Riflessioni di una notte di mezza estate

La Luna nellarte - Figure di notte di Joan Miró

E’ una notte qualunque, grondante d’estate.

L’insonnia mi appiccica e mi spettina e dietro gli occhi chiusi arrivano le storie che mi racconto prima di dormire. Alcune a puntate, altre a ruota libera, tutte senza censure con dentro parolacce e frasi senza senso, ragionamenti e ricordi.

La più ricorrente è quella di lasciare tutto e andare a vedere il mondo, vivere di mojito e tiramisù e morire sotto falso nome.

Non lo farò mai, però ci penso.

Nel frattempo sono andata via per un po’.

Ho spento il computer, staccato spine e contatti e preso un aereo. Ho accarezzato volti e dialetti, visto posti che non avevo ancora visto, camminato lungo strade assolate e cercato l’ombra sotto ulivi e navate.

Ogni sera ho guardato il sole scendere sul mare e il mondo colorarsi di rosso, strizzando gli occhi e allargando il cuore.

Ho spento anche un po’ di candeline perché l’estate, si sa, è la stagione dei compleanni.

Il blog ha compiuto sette anni ed io qualcuno di più.

Mi manca scrivere qui con l’assiduità di un tempo, ma appena posso vengo e semino frammenti di me che qualche occhio anonimo e paziente leggerà.

Ma lo farei anche se non mi leggesse nessuno perché scrivere non sarà capirsi, ma almeno è ascoltarsi.

Sette anni di righe scritte corrispondono a quasi duecento post e centomila visualizzazioni, da Hong Kong alla Finlandia, dall’Australia al Perù.

Ho anche due affezionati lettori che, chissà perché, visitano ogni giorno il mio blog: uno vive a Riunione, isola dell’Oceano Indiano occidentale di cui ignoravo l’esistenza, l’altro è di Città del Vaticano, ma dubito che sia Francesco.

A parte alcuni che sento quotidianamente, il resto dei miei follower è gente che non ha né faccia né voce, ma che con post e commenti si fa vedere e sentire comunque.

Poi è stata la volta del mio compleanno e quel giorno ho ricevuto regali bellissimi, ma davanti ad una vecchia ed impolverata Lettera 22 ho provato una commozione che non si può spiegare.

Così io che so scrivere solo a penna e al pc, adesso dovrò imparare ad usare la macchina da scrivere con quel ticchettio che scandisce tempo e parole.

Ogni tanto mi chiedono: perché non scrivi un libro?

Perché penso che di scrittori ce ne siano fin troppi e di lettori, invece, troppo pochi.

Diventare un’ottima lettrice, è questo il mio sogno.

Oltre, naturalmente, quello di lasciare tutto e andare a vedere il mondo, vivere di mojito e tiramisù e morire sotto falso nome.

Ho già pronto l’epitaffio: Vestita di tutto punto, qui riposa la fu PindaricaMente. Perì per darci in sogno i numeri del lotto.

Status quo

A volte tutto è cambiato, anche se niente sembra cambiato.

Tomasi di Lampedusa la sapeva lunga, ma io di più.

E in questi giorni, in cui ho messo a soqquadro la mia vita per il desiderio di mutare l’immutabile, ho capito che voler cambiare il fuori sposta di qualche virgola anche il dentro.

Piccoli segnali, continui ed impercettibili, un reticolo di fili che tirano ora da una parte ora dall’altra e dopo un po’ si è diversi, senza volerlo.

Se fossi un palazzo di dieci piani, solo uno sarebbe mio. Il resto sarebbe fatto di strade percorse, incroci, successi, delusioni, scelte e possibilità.

In quest’ultima settimana, impastando analisi e ragionamenti, calcoli e ponderazioni, ho costruito un altro piano, l’undicesimo.

Per un’inestricabile congiuntura di eventi, negli ultimi sette giorni ho ricevuto due proposte di lavoro. Quelle sognate da una vita, a tempo indeterminato, in città antiche e belle, su poltrone dove tanti siedono senza avere meriti e capacità.

Per anni ho pensato che mi sarei accontentata anche di una sedia pieghevole in plastica pur di fare quel lavoro, proprio quello.

Così mi sono rimessa a studiare e ho partecipato a dei concorsi, avanzando tre caselle. Ho fatto le prove, sono entrata in graduatoria e ho avanzato altre cinque caselle, ho aspettato la chiamata e quando la chiamata è arrivata ho rifiutato e sono tornata al punto di partenza.

Non è il gioco dell’oca, altrimenti l’oca sarei io.

Ma ci sono momenti nella vita in cui si è già dove si vorrebbe essere e qualsiasi cosa non conta più nulla e le scelte, quelle istintive ed epidermiche, sembrano illogiche se guardate con la ragione.

In quei momenti, però, la ragione non serve o forse quando i sogni si avverano non sono più sogni.

E’ stato un po’ come vincere una battaglia e poi non sapere cosa farne del trofeo ma, in fondo, non c’è niente di più effimero del desiderare e non c’è niente di più serio del vivere.

Per tornare al punto di partenza e far sì che tutto rimanesse com’è, sono cambiata io.

Così, dopo un lungo e gattopardesco “ricalcola percorso”, ho spento il navigatore, tanto ormai sapevo dove andare.

Guidando verso lo status quo è partita la musica. I Deep Purple cantavano Child in time a tutto volume ed io, rullando le braccia e suonando una batteria immaginaria, ho capito di essere sulla strada giusta.

E poi dall’undicesimo piano si vede anche il mare.

Passato prossimo

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Ecco, non so come spiegarlo, ma ci sono giorni che sembrano fatti apposta per pensare al passato.

E i pensieri vengono in fila come i vagoni dei trenini di plastica nera e rossa, quelli con il passaggio a livello e la carrozza passeggeri che ciuffa e cose così.

Tutta roba legata da un filo che non capisco, ma che forse sono io.

Io che come un rigattiere accumulo ciò che serve a non dimenticare quello che vale la pena non dimenticare perché chi sono stata e chi sono decidono chi sarò.

Conservo parole, fogli, biglietti e piccoli segni di passaggi di vita che voglio tenermi stretti e che ogni tanto annuso per rintracciare un passato che non è ancora remoto.

Mi piacciono le cose antiche, il bianco e nero, la crinolina, la musica del trecento, i mobili di cento anni fa.

Cose che per acquistare valore hanno bisogno di tempo e polvere e ammaccature e ancora tempo.

Dormo nella camera da letto che fu di mia nonna perché dentro l’armadio c’è l’odore dei suoi vestiti e c’é lei capace di starmi accanto, di essermi ancora utile, di suggerirmi ricordi.

Sparse per casa ho cose che sono lì da tanto e anche se sbeccate, lucide e consumate, il tempo le ha fatte diventare preziose.

Un vecchio braciere di rame che adesso è diventato una bellissima fioriera, un pesante ferro da stiro con piccoli intarsi sul fronte che mi ricorda il Flatiron di New York, una grande conchiglia che anche se distante da anni dal mare ne conserva sempre il rumore, un orologio da tavolo in argento che guardo ogni volta con riconoscenza vecchia e stupore nuovo.

Quando ce li ho tra le mani penso che questi oggetti hanno passato vite, storie e generazioni e adesso fanno parte di me e mi seguono silenziosi.

Mi ricordano di un tempo dove molte cose avevano un senso, semplicemente perché c’era gente che dava un senso alle cose.

Io invecchio e loro pure e alla fine ci somigliamo.

Vivere senza storia, senza radici, senza bellezza è inutile e pericoloso.

E forse è per questo che non mi piace la roba moderna, perché tutto è seriale, anonimo, omologato e i polli Aia e le librerie Ikea sono la stessa cosa e hanno lo stesso identico sapore.

Ma, in realtà, se non chiudo con il passato è solo perché non mi piace il ragù.

Un passo indietro

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Lento lento, veloce veloce, lento lento, veloce veloce.

Capita che la vita non sia sempre un elegante fox-trot, ma tocca ballarla comunque.

Compiendo il primo passo, ritornando sui propri passi, camminando su strade dritte e veloci o su sentieri tortuosi e lenti.

Poi le strade a volte si incrociano e ci si incontra.

Ci si può ignorare o salutare e basta o anche decidere di far due passi insieme.

Avanti o indietro non é importante, sono i motivi giusti o sbagliati che fanno la differenza.

Ora, per come la vedo io, credo che esista un ragionevole dubbio su ciò che voleva dire e invece ha detto il tizio che si chiama come Mozart.

Ha detto di aver scelto una ragazza a condurre con lui il Festival perché è bella, perché è la fidanzata di e perché sa stare un passo indietro al suo uomo.

Un passo indietro, sia mai gli facesse ombra.

Ma ammesso che sia stato frainteso e che non era sua intenzione dare della donna un’immagine così stereotipata, il problema non è ciò che ha detto.

Il problema è che il maschile, davanti al femminile, ancora sbanda.

E le donne come me devono ancora ricordare agli uomini, e forse a loro stesse, di essere fatte di corpo e anche di pensiero, di essere capaci di muovere intelletti e di smuovere coscienze, di segnare strade ed essere creature portatrici di dignità.

Perciò bellissime.

Perché bellezza, per me, è quello che rimane di una donna quando si dimentica di essere bella. Il resto è réclame.

Ma vivere in un mondo di tronisti, pupe e veline, dove essere belli conta più di essere bravi, dimostra quanto la strada sia ancora lunga.

E anziché fare un passo indietro, quella strada sarebbe auspicabile percorrerla insieme, fianco a fianco, rispettando ognuno l’andatura dell’altro.

Di passi indietro io ne faccio tanti. Per ammirare meglio un quadro, per prendere la rincorsa, per dare un senso a quelli che farò avanti.

L’errore è fare un passo indietro per far percepire l’altro come un gigante, perché a seguire un’ombra si diventa solo l’ombra di un’ombra.

Detto ciò, aridatece Pippo Baudo.

Varie ed eventuali

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Giorni strani questi, fatti di strade perse e persone ritrovate, di storie stanche e vite nuove, di freddo che finalmente è arrivato e di pioggia che non se ne vuole più andare, di vento forte e cipressi che come pennelli di Picasso pitturano nuvole nere su un cielo che, a volte, è come se sapesse.

Ore increspate e dense, fitte di pensieri, lavori, pretese, contrattempi e crucci distribuiti a pioggia tra amici e parenti e allora alzo gli occhi al cielo e penso che pioverà anche oggi e intanto Einaudi suona Una mattina e a me viene voglia di parlare al buio, di un po’ di letargo e di un vassoio di pasticcini incartato col fiocco.

La cosa buffa di certi giorni è che passano. Come tutti gli altri.

Scrivo poco negli ultimi tempi. A che serve? mi chiedo ogni tanto. Poi mi ritrovo con un mare di parole in testa che si esaurisce solo quando il nero raggiunge il bianco perché scrivere non è obbligatorio, è solo bello.

E allora scrivo di cose buone e cattive tutte mischiate insieme: di un weekend a Napoli in cui ho iniziato a viaggiare ancora prima di partire e in cui ho pianto davanti alla statua del Cristo velato e ho riso davanti alla sfogliatella del Gambrinus; di un brutto incidente, uno di quelli in cui ci si fa molto male, da cui sono uscita senza fiato, ma senza un graffio e il merito, forse, è del corno rosso comprato a Spaccanapoli o di qualcuno che sta lassù o chissà dove; di tazze sbeccate con cui mi aggiro per casa pensando che essere infrangibili non è cosa che ci compete; di paure sminuzzate e fatte piccole piccole che tengo come un mazzo di chiavi nella tasca del cappotto e che servono a ricordarmi ciò che sono e ciò che non posso essere; di parole di conforto e di braccia sempre spalancate perché l’amicizia è quella cosa che “se hai bisogno sappi che ci sono e se ho bisogno so che ci sei”; di novembre che è qui per ricordarmi che tra un mese arriva la tredicesima e per riportarmi alla mente, ogni volta, i versi di una poesia di Carver, una di quelle che a scuola purtroppo non fanno imparare a memoria:

Per un po’
non andiamo da nessuna parte.
Ma poi andiamo.

Per un po’ non sono andata da nessuna parte, ma adesso vado e se mi vedrete andare veloce e ridere tanto, è solo perché sto recuperando.

Tra le cose di tutti i giorni

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Ci sono giorni in cui John Belushi mi cammina accanto in silenzio, Jim Morrison mi guarda e canta People are strange, Van Gogh dipinge per me una notte stellata, Camilleri mi scrive su un pizzino la ricetta dell’arancino e mia nonna mi accarezza i capelli e mi dice “ciatu mio”.

Sono i giorni in cui le assenze diventano presenze per il solo fatto di esserci, anche senza esserci.

Ci sono giorni a cui chiedo molto e poi mi accontento di quello che arriva, in cui passo il tempo a dire “mah” e talvolta lo alterno con “boh”, giorni in cui basterebbe offrire granita di mandorle agli angoli delle strade per rendere il mondo un posto migliore, giorni così, di piogge improvvise e di lune piene, di ombrelli persi e di dubbi ritrovati, giorni che iniziano appiccicosi e sfatti e finiscono a vaffanculo e birra.

Sono i giorni in cui la papera non galleggia e si naviga a vista sperando di vedere tutti gli scogli.

Ci sono giorni in cui le donne tolgono il reggiseno per Carola, ai bambini di Bibbiano tolgono mamma e papà, ai migranti la possibilità di una vita migliore augurando buon appetito ai pesci, all’umanità ogni traccia di speranza e a me le parole di bocca.

Sono i giorni in cui Astolfo dovrebbe tornare sulla luna a recuperare il senno che da un po’ è stato smarrito.

Ci sono giorni che partono sbagliati e do la colpa al piede che scende dal letto, ma non è così, giorni in cui ho voglia di caffè freddo con panna, di leggere parole altrui che raccontano cose di me che pensavo di conoscere solo io, di togliermi sassolini e scarpe, di riposare all’ombra degli ulivi della Sicilia, di ascoltare le cicale amoreggiare al tramonto, di sapere che le persone che mi sono care stanno bene e allora sto bene anch’io.

Sono giorni che sembrano tutti uguali, ma io no.

Ci sono giorni in cui prendo le cose come vengono, le butto nell’acqua bollente per qualche minuto e poi le passo in padella a fuoco vivo, mentre guardo programmi tv che sembrano la versione sporcacciona del teorema di Ferradini e sogno ad occhi aperti di recitare nella prossima stagione de La casa di carta solo per farmi chiamare Trinacria e andare a scippare le vecchiette che ritirano la pensione alla posta.

Sono giorni in cui si sta così, tra le cose di tutti i giorni, in cerca di un po’ di svago perché anche i carri armati, ogni tanto, vanno oliati.

Intanto domani mangerò al mare e questo mi basta.

Frittura di pesce. Senti come suona bene?

Gioco il jolly

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Sono quella che non è più quella di una volta.

Avevo 25 anni e lunghi capelli biondi che lavavo con lo shampoo Campus alla mela verde, sognavo di fare un giro sull’elicottero di Another brick in the wall e volevo andare a vivere a New York per guardare il fumo che usciva dai tombini.

Era l’estate del Commodore 64, del floppy disk e della tastiera senza la chiocciola.

Su quei tasti neri che sembravano sciogliersi per il caldo ho scritto la mia tesi di laurea.

Scrivevo di Dante, della Divina Commedia e di una selva oscura che, in quei giorni, sembrava anche a me un buon posto dove nascondersi.

Purgatorio, canto XXXII, le allegorie.

La curia romana è rappresentata come una puttana ammiccante e sicura di sé; accanto a lei c’è un gigante, Filippo il Bello re di Francia, che la sorveglia perché non si allontani e scambia con lei dei baci sfacciati. E quando la prostituta rivolge a Dante uno sguardo pieno di desiderio “quel feroce drudo la flagellò dal capo infin le piante”.

È la tarda mattinata di mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300 e il canto racconta il trasferimento della sede papale ad Avignone.

Ma descrive anche il turbamento di Dante nel rivedere, dopo dieci lunghi anni, il volto di Beatrice: ha la vista abbagliata come se avesse fissato il sole. “Tant’eran li occhi miei fissi e attenti a disbramarsi la decenne sete, che li altri sensi m’eran tutti spenti.

Dante mi ha insegnato che una cosa bella va guardata, non fotografata. E poi il ricordo tenuto nel cuore, come tutte le cose preziose.

Che tutto ruota intorno all’Amore e alla Morte. In letteratura, in poesia, nella vita di tutti i giorni, da secoli. Il trucco, forse, sta solo nel dire meglio quello che altri hanno già detto e portarlo lontano.

Che la mancanza partorisce desiderio. Si desidera infatti quello che non si ha o si fa fatica ad avere.

D’altronde persino Mark Caltagirone ha capito che in amore vince chi fugge.

Ognuno gioca con i jolly che ha.

Quando sento dire che l’università non serve, che le materie umanistiche non danno lavoro e che studiare è tempo sprecato, gioco il mio.

E rispondo: avere una bella testa è molto più che avere solo una testa. Quindi se alla virtute e canoscenza preferisci fare soldi, prima o poi ti verrà una paura fottuta che io te li possa portare via, diventando migliore di te grazie a cose che tu non hai imparato.

Studiare l’Infinito di Leopardi o il Simposio di Platone o la Vita Nova di Dante non mi ha fatto diventare ricca, ma una persona capace, quello almeno sì.

Capace di difendermi, di non farmi raggirare con le parole, di mettere qualche accento giusto, di imbroccare le acca e di azzeccare i congiuntivi.

Ecco perché oggi sono quella che non è più quella di una volta.

Però, nel dubbio, chiedo a Pamela Prati se esisto davvero.

La giusta distanza

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Io mi trovo bene con quelli che non si trovano più, che sono una via di mezzo tra un vicolo cieco e una rotonda.

Quelli che non si vede che stanno resistendo e vanno avanti e poi ogni tanto si ritrovano e si abbracciano forte come se non si vedessero da anni.

Hanno tutti lo stesso sguardo quelli che si sono persi da qualche parte.

E’ sugli incroci che succede di smarrirsi. Un dedalo di strade ed una matassa di fili da sbrogliare.

Anche io, da un pò di tempo, sembro Arianna perché il mio animale guida, da un po’ di tempo, non guida più.

Adesso cammina. A volte su strade grandi e dritte, altre su viottoli piccoli e poco calpestati.

Procede lentamente, che a correre sempre si rischia di non godersi il panorama.

E quando io vorrei svoltare a destra, lui insiste per andare per la sua strada, dalla parte opposta. O forse vorrebbe solo liberarsi di me.

D’altronde anche Virgilio, ad un certo punto, si è liberato di Dante.

Il mio animale guida deve essere per forza un porcospino, altrimenti non si spiega questo bisogno di chiudermi a riccio, di rivestirmi di robusti aculei, di avere una tana tutta mia dove nascondermi, portarci le mie cose, starci con i miei simili. E il mondo fuori.

Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.

Ecco, Schopenhauer, i porcospini ed io è nella giusta distanza che troviamo un po’ di pace.

O forse la distanza non esiste, esistono solo le mie misure, quelle che mi aiutano a frenare in tempo.

Per misurare tutto ciò che vorrei questa vita non mi basta.

Nella prossima, però, al posto delle spine pungenti mi piacerebbe avere, che ne so, la sfrontatezza del gatto, la leggerezza della farfalla, l’eleganza della giraffa, la pazienza della formica.

Oppure tre cuori come il polpo, in caso un altro polpo me ne spezzasse uno.

E il tuo animale guida qual è?

I migliori se li sono presi. Sono rimasti il gatto che attraversa l’autostrada, quello che si morde la coda, il moscerino schiantato sul parabrezza, la civetta sul comò, il tasso alcolemico, il verme solitario e il capro espiatorio.

Me lo ha detto Toro Seduto.

Il manculicanesimo

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Eravamo io, qualche rimasuglio di sonno e la tizia della merceria.

Ad un certo punto mi dice che, visto i tempi che corrono, ha fatto bene l’ago ad andarsi a nascondere nel pagliaio.

Perché non bastava la storia della donna creata da una costola dell’uomo o quella delle piramidi costruite dagli alieni, adesso ci si mettono pure i terrapiattisti a dire che la terra non è tonda.

E le salite e le discese? E il sangue alla testa? E il mappamondo-bar nel salotto di casa dei miei?

Fatto sta che nel 2020 i terrapiattisti se ne andranno in crociera in Antartide per dimostrare che la terra è piatta, che la curvatura terrestre e la forza di gravità sono solo delle invenzioni, che il Polo Nord in realtà è al centro e il Polo Sud è tutto intorno, che le missioni spaziali sono delle messinscene frutto di un complotto, che i dinosauri non sono mai esistiti, che i terremoti vengono prodotti artificialmente, che i pianeti sono degli ologrammi, che l’Australia non sarebbe dov’è, ma per vederla basta salire sulla cima di un monte in Norvegia e la si scorge all’orizzonte.

Sembrano persone normali, invece sono gironi danteschi.

Come i fruttariani, i melariani, per non parlare dei respiriani. Sono quelli che sostengono di essere in grado di sopravvivere senza mangiare e di nutrirsi semplicemente respirando l’energia del sole.

Beati loro, non ingrassano e non devono nemmeno lavare i piatti.

Ma il mio 8×1000 quest’anno lo voglio dare ai pastafariani.

Il Pastafarianesimo è una religione con tanto di chiese, dogmi e riti ed è basata sui carboidrati.

I seguaci indossano abiti da pirata, hanno uno scolapasta in testa e adorano il Prodigioso Spaghetto Volante, un essere levitante composto da spaghetti e polpette al sugo, perennemente sbronzo e che vomitando ha creato l’universo.

Al posto dei dieci comandamenti hanno gli otto condimenti e nel paradiso pastafariano, pieno di spogliarelliste e spogliarellisti che fanno accoglienza all’ingresso, c’è persino un vulcano che erutta birra.

Per non fare la fine dell’ago che dalla vergogna si è nascosto nel pagliaio, ho deciso di fondare qualcosa anch’io.

Sono quindi aperte le iscrizioni al Manculicanesimo, un movimento di avanguardia pura che consiste nel parlare da soli e nell’essere persuasivi con se stessi.

A cadenza mensile ci riuniremo in una grande valle con l’eco per gridare a turno “mancu li cani”, una sorta di vaffanculo meravigliosamente liberatorio e rigenerante.

L’unico requisito per farne parte è essere panzapiattisti, cioè sostenere di avere la pancia piatta anche se non è vero.

Accorrete, è gratis.

 

Vita, morte e miracoli

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Ho passato più tempo in chiesa in quest’ultima settimana che nel resto della mia vita. Se si esclude il barocco siciliano, ovviamente.

Un funerale ogni tanto fa bene. Mi ricorda cosa vuol dire essere viva, mi riporta con i piedi per terra, perché quando si seppellisce qualcuno anche la rata del mutuo acquista un altro valore.

Due, invece, sono troppi.

Troppe guance da baciare, troppi discorsi a cui annuire, troppe parole che rimangono di traverso perché troppo fresco è il dolore.

E’ morto il fratello di una mia collega. Quarant’anni. Un incidente stradale. Non è necessario avergli voluto bene. Mi è bastato voler bene a sua sorella.

Una perdita che mi ha spaventato, stordito e mi ha lasciato monca.

Perché la morte coglie sempre di sorpresa, è una roba che non ti aspetti, eppure poco più in là della morte c’è altra vita, ancora altra vita.

Ho letto da qualche parte che gli antichi greci non scrivevano necrologi. Alla morte di un uomo si ponevano solo una domanda: “Era capace di passione?”

Sì, chi ha conosciuto Marco dice che la risposta sarebbe stata sì.

E’ morto mio nonno. Novantasei anni. L’ultimo che mi era rimasto.

E’ stato come togliere la calce ad un muro di mattoni. Un tempo era bello e solido, un riparo sicuro quando fuori soffiava troppo vento. Adesso il muro è crollato e fa un po’ freddo.

Sapeva di pino silvestre, mio nonno. Ha fatto la guerra in Libia, la fuitina con mia nonna e qualche miracolo profano. Quindi a lui che una cosa era impossibile non potevi dirlo.

Ricordo che quando ero piccola, ogni domenica, tirava fuori dalla tasca del vestito buono le mentine, quelle nella scatola di latta. Per viziarmi bastava quel gesto, silenzioso e complice.

E poi tante premure, tanti discorsi pieni di cose taciute, ma capite, tante risate.

Come quella volta che gli dissi di mettersi in posa perché gli avrei fatto una foto e lui mi rispose: “Ma cosa ci fai con un telefono che fotografa?”.

Ho fatto dei ricordi e mi ci sono arredata il cuore, ecco cosa. E alcuni servono a sorridere quando poi si rimane soli.

Oltre alle foto restano parole, emozioni, sguardi, consigli, insegnamenti dati con l’esempio e altre cose che mi porto dentro. Per cui forse non è morto.

Un principio della fisica dice che niente si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

E’ applicabile anche alle persone?

Ora ci penso.