Tempo d’estate

Versione 2

Un giorno lo farò.

Andrò a casa di quelli che fanno sempre la cosa giusta e gli metterò in disordine le bomboniere della vetrinetta.

Poi andrò anche da quelli che raccontano la vita con cattedratica supponenza, che scambiano banalissime opinioni per sacrosante verità, che si incazzano quando ricambi l’indifferenza, che bastonano anche con la carota, che fingono talmente tanto da non sapere più chi sono, che non si fermano mai prima dell’osso, che spengono i sorrisi per accendere se stessi, che continuano a sparare anche quanto ti sei arresa, che pretendono di conoscerti, senza che tu ti sia mai presentata.

E con un’alzata di spalle gli dirò: “Sto resistendo con tutte le mie forze per non diventare come voi. Sto vincendo io, vero?”.

Poi mi allontanerò con i Carmina Burana in testa, cercherò un angolo poco affollato e mi trasformerò in un dopotutto.

Perché, dopotutto, da quella volta che me la sono cavata da sola non ho più smesso.

Adesso però è ora di partire.

Per un po’, come al solito.

Il tempo sufficiente a distrarmi e smarrirmi.

Il piano è questo: avere un sogno da sognare, qualcosa da toccare, un dubbio, un sorriso e una birra ghiacciata.

E vivere questo tempo d’estate, cincischiando.

Nel frattempo, fate come se ci fossi.

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Ho quella cosa che solo una teglia di tiramisù potrebbe risolvere.

Non è un vero perché, sono tante minuscole ragioni.

E allora metto le mani sui fianchi e sbuffo perché io non volevo essere l’elefante e anche la cristalleria, la foglia e anche il vento, la sabbia e anche la clessidra.

Ma forse le cose che vanno al contrario sono solo quelle che stanno prendendo la rincorsa.

Un po’ come quei desideri che se ne stanno alla rinfusa dentro la mia testa e che, ogni tanto, tentano di evadere utilizzando una lima per le unghie.

Ho voglia di discorsi profondi e di sorrisi leggeri, di una confezione grande di piccole tregue, di autostoppismo galattico, di fare quel che devo non soltanto perché devo, di un barile di qualcosa, di urlare al correttore che la deve smettere di sostituire coglioni con ciglioni, di gnocchi al cavolo nero con fonduta di taleggio, di un nascondiglio da qualche parte, di parole col sapore di novità, di avere la sfrontatezza del punto e virgola e la tenacia dei mandorli in fiore sotto la pioggia, di chiedere ad un bambino come ci si meraviglia del mondo, di un riscaldatore professionista di piedi freddi, di mettere il cervello in salamoia, di casa, plaid, divano e Brunori Sas che canta “La verità”, di dire alla gente che si crede il libro delle risposte di cominciare a farsi due domande, di un governo che faccia cambiare idea anche a me che non l’ho votato, di fermare il tempo e ordinargli di diventare subito estate e di rimanerci finché non lo dico io, di non spiegare più niente a nessuno e rispondere “mafaiunpocomecazzotipare” così tutto attaccato, di dormire senza conoscere l’ora esatta in cui dovermi svegliare, di svegliare i vicini la domenica mattina con una canzone dei Metallica a palla, di andare a Bora Bora e passare le giornate sorseggiando Margarita.

Ma siccome i sogni non costano nulla e i biglietti aerei sì, io continuo a sognare.

Poi magari non succede nulla, ma potrebbe. Ed è questo che conta.

(Comunque domani salirò al Quirinale e mostrerò a Mattarella la mia wishlist, perché almeno il bonus di Renzi io francamente lo meritavo.)

 

 

 

 

 

Ciak, si gira

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Non so voi, ma io di più.

Ho bisogno di meravigliarmi, di smettere di correre e di starmene con le mani in tasca per vedere se finisce bene come nelle commedie americane.

Nascono così i miei film mentali, quelli in cui sono distratta dal dire cose ed occupata a pensarne altre, dove sono regista, comparsa e attrice protagonista e dove l’immagine non sempre è sincronizzata col sonoro.

La mia testa, certi giorni, sembra una multisala.

Nei trailer, poi, sono da Oscar: ho l’aria un po’ malinconica e gli occhi che non assecondano ciò che la bocca dice; disegno vie d’uscita a matita; gioco a carte al tavolo di un bar di Berlino est con una cappotto di pelliccia e il rossetto sbavato; arredo tunnel con mobili antichi, tappeti pregiati e bellissimi “ce la farò”; raddrizzo quadri storti, pensieri sbilenchi ed orizzonti curvi; entro alla Rizzoli di New York, compro un libro, scambio il pacchetto con Robert De Niro e aspetto che il caso diventi destino; mi siedo sul divano, bevo un cognac e abbino le soluzioni ai problemi giusti; mi alzo in piedi, mi scompiglio un po’ i capelli e dirigo l’orchestra che suona nella mia testa; sono a casa di Dalì e faccio l’orologio molle in uno dei suoi quadri; vado via con l’elicottero di Another brick in the wall mentre tutt’intorno piove a dirotto; vivo nella grotta di fianco a quella dei Flintstones e con il telecomando in mano tento di programmare il caso; vado a cercare l’oro nel Klondike con zio Paperone e nuoto in vasche piene di monete sonanti; con una gonna di chiffon e i capelli raccolti in uno chignon ascolto cosa hanno da dirsi i miserabili di Hugo e gli idioti di Dostoevskij; parcheggio, attraverso la pineta, vedo i pini diradare come una quinta che si apre sull’azzurro, respiro aria di mare e guardo il cielo che brontola e borbotta, come se sapesse; vado con Astolfo sulla luna a recuperare il senno che è stato smarrito; mi levo la corazza fatta ad uncinetto, cammino per le strade del mondo e provo a capire se il mondo è vero o finto o così così.

Oppure sono quella che lascia bigliettini anonimi sul parabrezza delle macchine o che passa le giornate a preparare torte di mele per Ryan Gosling.

Alla fine esco di scena, sorrido e penso che dovrei farlo di più.

Nei miei film mentali ci sono anche i titoli di coda, la dissolvenza in nero e i Carmina Burana come colonna sonora.

E tante altre cose che di solito non sono vere, ma io sì.

Adesso però devo andare perché sta iniziando il secondo tempo.

Mille voglie

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Che voglia di ascoltare i Nirvana, di infornare una ciambella, di sistemare in un vaso bianco un mazzo di tulipani viola, di un po’ di coraggio e di un po’ di culo, di un angolo di muro, del polpettone che faceva mia nonna, di rispondere no, di tornarmene a letto, di un inseguimento tra le strade di New York a bordo di una Dodge St. Regis nera, di un nascondiglio da qualche parte in mezzo a questa confusione, di un appuntamento al buio sotto un lampione, di allontanare la gente che mi guarda e decide chi sono, di chiudere la porta ed aspettare che si apra quel cazzo di portone, di non raccontarlo a nessuno così continua ad esistere, di caramelle gusto mojito, di giocare con il fuoco, di cancellare un pezzo di linea gialla, di spacciare dubbi, vendendoli per certezze, di seguire i consigli di chi non me li dà, di abbandonare a sé tutto ciò che non vale la pena trattenere, di diventare giornalista enogastronomica e mangiare a scrocco da Cannavacciuolo, di non aspirare al molto, ma al meglio, di seguire le parole senza domandare dove possano portare, di giocare a bowling con Jeffrey Lebowski, di confessare al soffitto di casa che a volte parlo anche con il soffitto dell’ufficio, di abbracciare un albero storto dal vento, di scaraventare i pensieri oltre il pensato, di organizzare corsi di immersione per persone superficiali, di una sedia a dondolo e di un vecchio grammofono, di un lucidalabbra alla mela e mandarino, di fare l’assaggiatrice di tiramisù, di spalmare sulle spalle altrui i pesi che pesano troppo, di mettere in gabbia il tempo che vola, di raddrizzare tutte le cose storte o restare a testa in giù per un po’, di comprare un ombrello fatto di carta di riso e canna di bambù e usarlo come paracadute, di scrivere una barzelletta sul biscotto del Cucciolone, di dire parolacce a chi ammazza le donne, a chi applaude al razzista, a chi picchia i deboli, a chi spara in nome di un dio che forse non c’è, di imparare a suonare l’arpa, di non essere leggera, ma sembrarlo, di fare un giro su una barchetta di carta che se ne frega di dove deve approdare, di un’ottima annata, di una buona notizia, una qualunque, ma un bicchiere di vin brûlé andrà bene uguale.

(Non la sentite anche voi questa voglia improvvisa di frittura di totani, di cioccolata calda con panna e di nichilismo russo?)

Il nido di Debussy

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A cose che farò senza averne voglia e ad altre che vorrei fare, ma non posso.

Certe giornate iniziano così, pensando.

Fuori i contorni irregolari delle Apuane che ritagliano metri al cielo e dentro le note della Suite bergamasque che raccontano la nostalgia.

E mentre il Clair de lune riempie la stanza, un pettirosso si posa sul mio davanzale, fischia un discorso lungo e complicato e vola via.

Debussy -non potevo non chiamarlo così- è tornato anche il giorno dopo e quello dopo ancora.

E’ curioso, un po’ sfacciato e mi guarda, ogni volta, con il sospetto che merito.

Io gli sbriciolo qualche biscotto sul davanzale, lui mi intona la strofa di una nuova canzone e poi va via, facendo casino con le ali.

Mi piace guardarlo mentre compie parabole spericolate a mezz’aria e va a posarsi sui rami della magnolia, poco più in là.

Come ogni inverno, sta facendo il nido per la famiglia arrivata da chissà dove.

Perché ognuno si costruisce da solo lo spazio nel quale esistere.

Il mio nido è fatto di mattoni, calce e mura; quello di Debussy di foglie, muschio e rametti di legno raccattati qua e là.

Rifugi buoni ed accoglienti che danno fiato, quando tutto il resto lo toglie.

Si abbassano le paratie di protezione, con un piccolo click si fa scattare la serratura e, finalmente, ci si sente a casa.

A casa non si va, a casa si torna.

E’ il posto dove si accumulano storie, ricordi e minuscoli pezzi d’esistenza che sopravvivono all’andare delle stagioni.

Dove, a piedi scalzi e ad occhi chiusi, si cammina lentamente tanto non c’è da andare da nessuna parte perché si è già arrivati.

Dove si tengono i sogni.

Debussy, ogni mattina, mi racconta i suoi.

Cinguetta, fischia e canta ed è come se mi parlasse.

E talvolta il suo è l’unico ragionamento sensato della giornata.

 

Con gli occhi a mandorla

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Ma passiamo al faceto.

Che sto alla cucina come il senatore Razzi sta alla grammatica, ormai lo sanno tutti.

Che sono più brava a mangiare che a cucinare, anche.

Insomma, per me non esiste nulla che non possa essere risolto con un sorriso e una buona cena.

Al ristorante, ovviamente.

A quello stellato, preferisco la trattoria con le tovaglie a quadretti e le sedie impagliate.

Dove servono roba buona, saporita, rozza, forte e, soprattutto, abbondante.

Cacio e pepe, pizzoccheri alla valtellinese, tonno in agrodolce, carciofi fritti, parmigiana di melanzane, tiramisù fatto in casa, caffè con i cantuccini, zenzero candito.

Posti così.

La cucina molecolare o la nouvelle cousine non fanno per me.

Che poi mi ritrovo nel piatto la stessa quantità di pasta che mi faceva assaggiare mia nonna per capire se fosse cotta o meno.

O tre penne incrociate tra di loro con un gambo di prezzemolo infilato sopra che non so mai se quello è il primo o è solo un esempio.

Ogni tanto, poi, mi piace provare anche la cucina etnica.

Amo il kebab, il falafel, il cous cous, l’humus, la moussaka, la pita, lo tzatziki.

Così, qualche giorno fa, sono andata con degli amici in un ristorante asiatico.

Un po’ cinese, un po’ giapponese, un po’ che so io.

Un posto alla moda, fatto di stoffe, di bambù, di quadri dai disegni astratti e tavolini bassissimi.

Pieno di gente e di chiacchiericcio mischiato a risate e parole urlate.

Mi sono seduta su uno scomodissimo pouff e ho cominciato a sfogliare il menù.

Era pieno di ideogrammi, senza traduzione accanto.

Alla mia richiesta di delucidazioni il cameriere dagli occhi a mandorla ha cominciato a sorridere portandosi la mano alla bocca, da vero giapponese.

Credo di averlo mandato a fanculo. In italiano.

Dopo aver ordinato non so cosa, mi è arrivato un grande piatto vuoto, dove galleggiavano poche robe isolate e insipide, accompagnate da tracce di sostanze colorate.

Funghi cotti, pesce crudo, involtini di alghe e sei chicchi di riso.

Tutta roba dai nomi strani da mangiare con le bacchette, lentamente.

Al terzo tentativo senza riuscire a prendere niente, le ho lanciate per aria e mi sono fatta portare un cucchiaio.

Nel bel mezzo del piatto c’era una roba verde.

Pensando fosse un pisello, l’ho messo in bocca e ho cominciato a masticare.

All’improvviso è come se mi fosse esploso qualcosa sulla lingua, nel naso, nei polmoni.

Perché il wasabi è così, ti fa smettere di respirare.

Ormai morente, ho fatto un cenno al cameriere che, con un inchino nipponico, ha portato al tavolo delle ciotoline di sakè.

Ho bevuto il mio sakè, il sakè degli altri e anche del tè giapponese, caldissimo.

Sono uscita da lì incazzata per il conto salato, ustionata dal tè e ubriaca di sakè.

Ma, soprattutto, affamata.

Avrei mangiato lo scontrino, uno stinco del cameriere e un panino dal kebabbaro di fronte.

E, invece, mi sono mangiata le unghie e una volta tornata a casa, mi sono avvinghiata sul pane duro da giorni, con cui volevo fare il pangrattato.

Poi ho giurato sul protocollo di Kyoto e sulla muraglia cinese che non avrei mangiato mai più roba dagli occhi a mandorla.

 

 

 

 

Anabasi

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Tutto sarebbe più facile se fossi solo una.

E invece contengo mille me.

Un condominio incasinato e abitato da un’infinità di matrioske che se ne stanno lì, una dentro l’altra, sul fondo del mio fondo, senza nemmeno pagare l’affitto.

Così ogni tanto prendo un ascensore e vado giù.

Parto da me e, con un bagaglio leggero, provo ad arrivare alla vera me.

E’ un viaggio che non ce n’è uno uguale e da cui non torno mai come sono partita.

Procedo, inciampo, scavo, scovo, rovisto.

Per capire chi sono stata e per non dimenticare chi sono diventata.

Lungo questo cammino verso l’interno, ci sono le strade che ho intravisto e poi abbandonato e quelle che ho percorso e mai più percorrerò.

Ci sono i viottoli poco frequentati, le salite lente e tortuose, le discese ripide e pericolose, gli incroci senza semafori e le piazze dove la gente sfreccia senza voltarsi.

Ci sono i pensieri di marmo, i sorrisi di creta, le promesse non mantenute, le scatole che mi porto dietro da una vita all’altra e il suono di passi incerti e titubanti.

I miei.

Quelli di quando cammino senza direzione, come una turista che si è persa.

Poi però parte un giro di basso o il sax di una vecchia canzone e allora rallento e mi godo il paesaggio.

Mi faccio largo tra mucchi di pensieri senza senso, strati di robe inutili, cumuli di storie strane e altri mille fardelli che pesano, frenano, bloccano.

Ma io non ho paura.

Perché so che lì, da qualche parte, c’è una costruzione bassa e un po’ sgarrupata, con le mura in pietra piene di rampicanti, da cui se mi affaccio vedo il mare.

“θάλαττα! θάλαττα!” grido, proprio come i diecimila mercenari greci di cui narra Senofonte.

Uno non lo sa cosa ha dentro finché non scende nel profondo.

Però il senso deve per forza essere lì. Non altrove.

E se non troverò niente nel viaggio di andata, troverò qualcosa in quello di ritorno.

Che ogni viaggio verso l’interno, si sa, è un viaggio verso l’alto.

Ne vale la pena?

Ne vale la pena.

Basta un ascensore ed un bagaglio pieno di dubbi.

Perché chi parte con i dubbi difficilmente perderà roba per strada.