Il nido di Debussy

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A cose che farò senza averne voglia e ad altre che vorrei fare, ma non posso.

Certe giornate iniziano così, pensando.

Fuori i contorni irregolari delle Apuane che ritagliano metri al cielo e dentro le note della Suite bergamasque che raccontano la nostalgia.

E mentre il Clair de lune riempie la stanza, un pettirosso si posa sul mio davanzale, fischia un discorso lungo e complicato e vola via.

Debussy -non potevo non chiamarlo così- è tornato anche il giorno dopo e quello dopo ancora.

E’ curioso, un po’ sfacciato e mi guarda, ogni volta, con il sospetto che merito.

Io gli sbriciolo qualche biscotto sul davanzale, lui mi intona la strofa di una nuova canzone e poi va via, facendo casino con le ali.

Mi piace guardarlo mentre compie parabole spericolate a mezz’aria e va a posarsi sui rami della magnolia, poco più in là.

Come ogni inverno, sta facendo il nido per la famiglia arrivata da chissà dove.

Perché ognuno si costruisce da solo lo spazio nel quale esistere.

Il mio nido è fatto di mattoni, calce e mura; quello di Debussy di foglie, muschio e rametti di legno raccattati qua e là.

Rifugi buoni ed accoglienti che danno fiato, quando tutto il resto lo toglie.

Si abbassano le paratie di protezione, con un piccolo click si fa scattare la serratura e, finalmente, ci si sente a casa.

A casa non si va, a casa si torna.

E’ il posto dove si accumulano storie, ricordi e minuscoli pezzi d’esistenza che sopravvivono all’andare delle stagioni.

Dove, a piedi scalzi e ad occhi chiusi, si cammina lentamente tanto non c’è da andare da nessuna parte perché si è già arrivati.

Dove si tengono i sogni.

Debussy, ogni mattina, mi racconta i suoi.

Cinguetta, fischia e canta ed è come se mi parlasse.

E talvolta il suo è l’unico ragionamento sensato della giornata.

 

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Pagina bianca (o zibaldone pindarico)

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C’è un modo solo di fermare le parole, scriverle.

Appoggiare su una pagina bianca un selciato di segni neri e di pensieri vermigli e dire loro: “Adesso dovete farcela da soli”.

E poi rimanere lì, a guardare quelli che riusciranno a sopravvivere.

Ogni tanto, però, il cervello finisce l’inchiostro.

E senza idee e ispirazioni che valga la pena annusare, su quella pagina bianca non resta altro che disegnarci una faccia.

Un sorriso, due occhi che pensano e il barlume di un minuscolo stupore.

Anche oggi, seduta davanti alla tastiera, è come se aspettassi qualcosa.

Un ricordo, un sogno, un segno o un frammento di me da rimettere a posto.

Ma ho solo mani vuote e testa assente e il foglio è così ostinatamente bianco.

Potrei scrivere, che ne so, del tempo e del sole che se ne va ogni giorno un po’ prima o del lavoro che ammorba e della voglia di mollare tutto, andare a Copacabana, aprire un chiringuito e vendere granite siciliane.

Potrei provare a spiegare che essere siciliana vuol dire aver preso da Pirandello il sentimento del contrario, da Verga la malavoglia e da Camilleri la taliata o che essere nati nella parte fortunata del mondo non è un merito, ma solo culo. Oppure che la distinzione nord/sud va bene quando c’è da scegliere fra un Chianti riserva o un Nero d’Avola, riferita a persone, invece, andrebbe sempre evitata.

Potrei parlare di quelli che hanno un’opinione su tutto e che, di solito, sono quelli che bilanciano il mio bisogno di non dare opinioni su niente. O della gente che non sa nulla di me che spiega ad altra gente che non sa nulla di me, chi sono io.

Potrei raccontare di quel giorno in cui ho capito di essere quercia, che poi è anche il giorno in cui ho capito che essere giunco è l’unico modo per continuare ad essere quercia. O di quella volta che ho riempito i cassetti di bustine di tè e poi ho sperato che diventassero bauli della Compagnia delle Indie.

Potrei dire che anche il più forte ha il suo punto debole e che il bello è conoscere quel punto dove affondare la lama e tenere il coltello in tasca. O di tutte le volte che muoio soffocata da parole non dette per non offendere chi inizia un discorso con “Senza offesa”.

Potrei chiedermi se pure in Asia chiamano le loro figlie Umbria o Basilicata, ma poi mi ricordo che ho un nome strano anch’io e quindi mi taccio.

Potrei parlare degli antichi Greci che, alla morte di un uomo, non scrivevano necrologi, ma si ponevano una sola domanda: “Era capace di passione?” e raccontare cos’è per me la passione.

O potrei scrivere della gente che crede che io capisca tutto, a primo colpo, ma che in realtà fingo per non deluderla. Oppure dell’unica cosa che ho capito: che chi sa vivere, vive e chi non sa vivere, insegna agli altri a farlo.

Potrei dire tante cose, se solo le parole la smettessero di giocare a nascondino.

Ma, forse, scrivere del mutismo di una pagina bianca è scrivere comunque.

 

Anabasi

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Tutto sarebbe più facile se fossi solo una.

E invece contengo mille me.

Un condominio incasinato e abitato da un’infinità di matrioske che se ne stanno lì, una dentro l’altra, sul fondo del mio fondo, senza nemmeno pagare l’affitto.

Così ogni tanto prendo un ascensore e vado giù.

Parto da me e, con un bagaglio leggero, provo ad arrivare alla vera me.

E’ un viaggio che non ce n’è uno uguale e da cui non torno mai come sono partita.

Procedo, inciampo, scavo, scovo, rovisto.

Per capire chi sono stata e per non dimenticare chi sono diventata.

Lungo questo cammino verso l’interno, ci sono le strade che ho intravisto e poi abbandonato e quelle che ho percorso e mai più percorrerò.

Ci sono i viottoli poco frequentati, le salite lente e tortuose, le discese ripide e pericolose, gli incroci senza semafori e le piazze dove la gente sfreccia senza voltarsi.

Ci sono i pensieri di marmo, i sorrisi di creta, le promesse non mantenute, le scatole che mi porto dietro da una vita all’altra e il suono di passi incerti e titubanti.

I miei.

Quelli di quando cammino senza direzione, come una turista che si è persa.

Poi però parte un giro di basso o il sax di una vecchia canzone e allora rallento e mi godo il paesaggio.

Mi faccio largo tra mucchi di pensieri senza senso, strati di robe inutili, cumuli di storie strane e altri mille fardelli che pesano, frenano, bloccano.

Ma io non ho paura.

Perché so che lì, da qualche parte, c’è una costruzione bassa e un po’ sgarrupata, con le mura in pietra piene di rampicanti, da cui se mi affaccio vedo il mare.

“θάλαττα! θάλαττα!” grido, proprio come i diecimila mercenari greci di cui narra Senofonte.

Uno non lo sa cosa ha dentro finché non scende nel profondo.

Però il senso deve per forza essere lì. Non altrove.

E se non troverò niente nel viaggio di andata, troverò qualcosa in quello di ritorno.

Che ogni viaggio verso l’interno, si sa, è un viaggio verso l’alto.

Ne vale la pena?

Ne vale la pena.

Basta un ascensore ed un bagaglio pieno di dubbi.

Perché chi parte con i dubbi difficilmente perderà roba per strada.

Il posto delle parole

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Il momento migliore è la sera.

Ripongo obblighi e doveri, arrese e pretese, tolgo le scarpe e mi concedo premure che non regalo a nessuno.

Chiudo il piccì e apro un libro.

Dentro ci sono parole che non cambiano la vita, ma aiutano almeno ad addormentarsi bene.

Parole che poi pretendono altre parole, pagine che si cercano fra loro, storie che richiamano altre storie, come le molliche di Pollicino.

Sono un vizio, i libri.

Arrivano perché non so farne a meno.

Se ne stanno lì, in bella mostra sugli scaffali, provocanti e nudi.

Occhieggiano, ammiccano, non fanno resistenza.

Ci provo a non comprarne, ma loro sono più forti.

Così adesso casa mia non ha più muri, le mensole rigurgitano e le torri sbilenche di libri hanno invaso ogni metro quadro.

Un’accozzaglia cacofonica di voci e storie che vivono con me da anni e raccontano ciò che sono e sono stata.

Ho i classici necessari ed immortali, i libri che dopo due pagine mi hanno annoiato a morte, ma che ho letto fino in fondo per rispetto alla lettura, quelli che ho comprato perché ne parlavano tutti, ma che dopo un po’ mi sono vergognata di aver comprato e letto e quelli che mi hanno cambiato la vita e che tengo a vista così chi entra capisce subito con chi ha a che fare.

Alcuni li ho anche riletti, non so quante volte, nella speranza di dimenticarli di nuovo.

Per i libri di passaggio mi sono rassegnata al Kindle, ma i libri importanti per me sono fatti di carta, segnati da inchiostro, con la copertina, il segnalibro tra le pagine e tutto il resto.

Non so se sia meglio un libro di carta o un ebook.

Credo che sia meglio leggere.

Perché leggere è mettere da parte cose che prima o poi potrebbero servire, è sospendere il tempo, è percorrere posti nuovi senza bussola dove ognuno fa la sua strada, libero di perdersi, perché tra le pagine ci sono eco di vite che sarebbe bello vivere, perché le parole placano la paura di rimanere un giorno senza parole, perché leggendo si sfiorano frammenti di vite appartenute a qualcuno e che arriveranno a qualcun altro, perché i libri sono voci da sfogliare, perché chi legge ha il coraggio di porsi domande e soprattutto perché una persona con un libro in mano è ancora una persona libera. Di scegliere.

Se fossi un libro sarei un libro di favole per bambini, scritto a mano su fogli di carta di riso e fasciato in una stoffa ricamata.

Oppure un romanzo un pò complicato, a tratti onirico, con un titolo che promette bene.

Avrei una copertina rigida e dal colore stonato, come un acquerello dalle pennellate massicce.

Sarei vissuto e un po’ sgualcito, avrei orecchie e sottolineature e sarei riposto su uno scaffale da raggiungere a fatica.

Uno di quei libri dalla prosa scarna, asciutta, quasi incompiuta e senza gli a capo, ma con un sacco di note a margine.

Ed è proprio lì che sarei io.

Nella realtà, invece, sono una roba a metà tra l’Odissea ed Io speriamo che me la cavo.

E tu che libro saresti?

 

Nessuno mi pettina bene come il vento

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È arrivato il vento.

Per lui ho indossato un vestito leggero, ho messo un rossetto rosso e ho sciolto i capelli.

Sembra maestrale e viene dal mare.

Un alito d’aria che smuove le tende, asciuga pensieri e sudori e porta ricordi di posti lontani.

Sa di ginestre e di sale, di alghe e legni sbiancati, di conchiglie e ossi di seppia.

Finalmente respiro e penso che questo mondo fatto di merda è il migliore che mi potesse capitare, perché c’è anche chi non sogna o sogna male.

Verrà il libeccio con le sue nuvole cariche di pioggia e di arcobaleni.

Manderà all’aria doveri ed abitudini e porterà a terra odore di mare, stridori di insetti impazziti e qualche minuscolo piacere che proverò ad accarezzare senza pudore.

Poi mi siederò sulla battigia, guarderò l’acqua che si arrotola e si srotola e, in mezzo a quelle onde burrascose, ci butterò anche le mie tempeste.

Finalmente sorriderò e penserò che, se voglio sconfiggere certi mulini, mi basterà solo aspettare che si alzi il vento.

Verrà lo scirocco e il cielo sarà bianco come la volta di un vecchio forno a legna.

I capelli si ingarbuglieranno, le idee si confonderanno e i vetri si faranno lavagna.

Un vento che darà forma alle nuvole e racconterà storie antiche che sanno di sabbia.

Quando soffierà, il mare si gonfierà e farà la schiuma e i panni stesi al sole sembreranno ballare.

Finalmente deporrò il fiato e penserò a quel vento che ogni volta porta via ciò che deve andare e avvicina ciò che di nuovo deve arrivare.

Verrà il freddo e la tramontana che fa lacrimare gli occhi pulirà poi il mondo.

L’aria sarà vetrata, i capelli arruffati e i pensieri incasinati.

Entrerà spifferando dalle finestre e porterà con sé le note di una canzone jazz e il suono lontano di un treno.

Racconterà tutti i ma, i se, i forse e i dovrei.

Una cantilena che solleverà le parole, le mischierà e le attorciglierà quasi fossero foglie.

L’aria gelida rigenererà cellule e pensieri e profumerà di more, di uva e di legna che arde nel camino.

Arriveranno anche i suoni.

Il tintinnio dei rami, il mormorio dell’erba, il fruscio degli alberi mentre spennellano il cielo.

Finalmente mi acquieterò e penserò che se il vento a volte taglia al contrario, io sono più forte.

Adesso invece penso a mia nonna.

A questo punto, avrebbe guardato fuori, mi avrebbe sorriso e mi avrebbe detto il nome del vento che sta asciugando il bucato.

 

Palle eoliche

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La chiamano inquietudine.

Saranno i soldi che mancano, il caldo, le tasse, i contrattempi, le auto che intasano le strade o il colesterolo che intasa le vene, ma quello che vedo in giro è solo un gran giramento di coglioni.

Anche i miei, metaforicamente parlando, spesso sono rotanti.

Talvolta, poi, girano anche senza un perché.

Io però non sono come Montalbano, che quando gli girano i cabbasisi va a sedersi su uno scoglio.

A me le dita si chiudono a pugno, le unghie si infilzano nella carne, la gola è serrata, il sopracciglio inarcato, i muscoli induriti e le parole hanno lo stesso sapore amaro del veleno.

Somiglio di più a Rocco Schiavone, che l’elenco delle rotture di coglioni lo tiene esposto nella bacheca della questura.

Perché anch’io ho una graduatoria tutta personale di noie, beghe e incazzature che mi intossicano la giornata.

Vanno dal sesto grado fino al decimo, da quelle meno fastidiose a quelle più insopportabili.

Intanto le scrivo qui, ma prima o poi le farò incidere su una tavoletta di creta.

SCALA PINDARICA DEL GIRAMENTO DI PALLE CON MOTO EOLICO:

Al sesto grado ci sono gli intenditori di vino, le moto smarmittate, i vicini di casa che si mettono a tagliare l’erba la domenica mattina alle sette e mezzo, quelli che non sanno ridere di sé, che imbrattano i monumenti, che se hanno una cosa è la migliore, che parlano sempre al telefono e guidano con una mano e scendono dal suv parcheggiato male e si sentono i padroni del mondo.

Al settimo grado ci sono i battesimi, i matrimoni, le zanzare d’estate, le mosche d’inverno, i centri commerciali il sabato pomeriggio, le cacche dei cani sui marciapiedi, le suonerie dei telefoni sui mezzi pubblici, il vino che sa di tappo, i cretini, gli invadenti, quelli che non sanno tacere quando è il momento di tacere, che nonostante l’età matura vestono, fanno, parlano come quattordicenni e Despacito.

Alll’ottavo i ritardatari cronici, quelli che sputano nel piatto dove hanno mangiato, che aprono una parentesi e non la chiudono più, che usano parole come empatia o resilienza a sproposito, la pubblicità della ceretta che promette di stare quattro settimane senza peli e poi i peli ricrescono già il giorno dopo, gli spoiler, la folla, la retorica, i film che finiscono a cazzo di cane e i selfie in déshabillé con didascalia “Io e il mare” e poi il mare nella foto non c’è.

Al nono grado ci sono i razzisti, gli ignavi, i bacchettoni, i giornalisti che chiedono “come sta?” alla povera crista a cui è appena morto un figlio, le canzoni di Povia, quelli che sono solo curiosi, ma non interessati, che maltrattano gli anziani, che parlano senza dire niente, che non sanno mantenere un segreto, che buttano le cose dai finestrini delle auto in corsa, che hanno bisogno del tutorial per ogni cosa, anche per aprire una scatoletta di tonno, le prediche di chi razzola male, le finte smancerie e i complimenti che celano l’inculata.

Al decimo posto, sovrana ed imperiale, c’è la madre di tutte le rotture: la frase che inizia con “come tu mi insegni”.

Ecco, io quelli che mi dicono così li schiaffeggerei prepotentemente con uno straccio imbevuto nella salsa di soia.

(Anche se nulla mi fa incazzare come accorgermi che i coglioni non sempre sono appaiati, visto che poi io, in giro, li trovo anche da soli.)

 

Ho delle isole negli occhi

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Voglia di mare, mentre oggi piove.

Basterebbe una settimana a caso, su un’isola a caso. Con il mare intorno, uno a caso.

Una spiaggia con pochi ombrelloni, un libro e un po’ di vento che assordi la mente.

E stare lì a guardare il sole che tramonta sul mare.

Perché in un posto di mare il sole dovrebbe tramontare sul mare, per legge.

Quando attorno tutto è complicato e le cose si fanno difficili e il lavoro assorbe energie e il capo chiede i documenti via fax e poi cambia idea e li vuole via Pec e lo scanner non funziona e il caldo è soffocante e l’asfalto si scioglie sotto i tacchi e le macchine sono scatolette di lamiera infuocata e in giro non si trova un parcheggio neanche a pagarlo, ecco, proprio in quel momento mi viene da pensare a come si starebbe bene sulla spiaggia di Kalamaki, nell’isola di Zante.

Fare nuotate silenziose, annusare pini e cipressi e mangiare pesce crudo in una di quelle palafitte fatte di legno portato dal mare.

E nella sabbia, intanto, le uova delle tartarughe si intrecciano con i versi di Kavafis sul viaggio e con quelli di Foscolo sulla nostalgia.

Si starebbe bene anche in un’isola del nord, una qualsiasi delle Faroe.

Dove il mare scuro sbatte sugli scogli e fa la schiuma bianca come la birra e l’erba è così verde che viene quasi voglia di togliersi le scarpe e camminarci sopra.

Mi basterebbe sedermi su uno scoglio, farmi scompigliare i capelli dal vento, leggendo Melville o Conrad o Hemingway.

Leggendo di mare davanti al mare.

Oppure sarebbe bello ciondolare tra le palme di Playa Maguana, a Cuba, vicino Baracoa.

Lì la sabbia è bianca, il mare è turchese e i bambini che giocano sulla spiaggia ridono del niente che hanno e che è già molto.

Un bagno e poi un po’ di sole e poi un po’ di ombra e poi due risate e poi di nuovo un bagno e poi un pisolino sull’amaca al fresco, in una casa bassa con una grande veranda e poi un libro di racconti di Lezama Lima, un paio di canzoni dei Buena Vista Social Club e poi due chiacchiere dopo cena e poi al primo sbadiglio, buonanotte.

E svegliarmi in un dammuso, a Pantelleria.

Fare colazione con la granita di gelsi rossi, prendere lo scooter e fare le stradine sterrate che portano al mare.

Ogni tanto uno scorcio, un muretto a secco, un fico d’india.

Con il vento che mi spazza i pensieri, la risacca che mi sfiora le caviglie e il dialetto di Camilleri che mi accarezza la mente.

E poi ci sarebbe l’isola di Santa Cruz, nelle Galapagos.

Dove la luna è gigante, le tartarughe enormi e l’orizzonte non finisce mai.

Piantare un ombrellone su una di quelle spiagge isolate e assolate, stendere un asciugamano e, un minuto dopo, correre in acqua.

Oppure passeggiare su un pontile bianco, affogato nel mare blu, ripensando a quel libro di Amado letto tanto tempo fa, ma che profuma ancora di garofano e cannella.

Però, a dirla tutta, mi basterebbe anche qualche giorno nella mia Sicilia, dove ogni abbraccio sa di casa e l’aria di pane cunzato.

Tra il barocco, lo scirocco, le chiese color oro e i cieli azzurro pantone, mangiare un arancino in santa pace, godendomi ogni singolo boccone come un privilegio.

E leggere negli occhi bruniti di Matteo parole che non smetterei mai di leggere, trovarci un po’ di me e il senso delle cose della vita.

Insomma, datemi un libro, un’isola e il mare davanti.

E lasciatemi lì, per un po’.