Tempo d’estate

Versione 2

Un giorno lo farò.

Andrò a casa di quelli che fanno sempre la cosa giusta e gli metterò in disordine le bomboniere della vetrinetta.

Poi andrò anche da quelli che raccontano la vita con cattedratica supponenza, che scambiano banalissime opinioni per sacrosante verità, che si incazzano quando ricambi l’indifferenza, che bastonano anche con la carota, che fingono talmente tanto da non sapere più chi sono, che non si fermano mai prima dell’osso, che spengono i sorrisi per accendere se stessi, che continuano a sparare anche quanto ti sei arresa, che pretendono di conoscerti, senza che tu ti sia mai presentata.

E con un’alzata di spalle gli dirò: “Sto resistendo con tutte le mie forze per non diventare come voi. Sto vincendo io, vero?”.

Poi mi allontanerò con i Carmina Burana in testa, cercherò un angolo poco affollato e mi trasformerò in un dopotutto.

Perché, dopotutto, da quella volta che me la sono cavata da sola non ho più smesso.

Adesso però è ora di partire.

Per un po’, come al solito.

Il tempo sufficiente a distrarmi e smarrirmi.

Il piano è questo: avere un sogno da sognare, qualcosa da toccare, un dubbio, un sorriso e una birra ghiacciata.

E vivere questo tempo d’estate, cincischiando.

Nel frattempo, fate come se ci fossi.

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Era di maggio

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Per guardare altrove non ci vuole poi tanto.

Basta voltarsi e stare in silenzio, che a maggio solo la primavera dovrebbe poter dire qualcosa.

L’ho aspettata sotto la pioggia e l’ho vista incedere con ostinata perseveranza verso un inverno che si era affezionato troppo a questo spicchio di mondo.

E’ arrivata così, esagerata, spettinata e strafottente, come una donna che deve lottare ogni volta per ottenere le cose.

I giorni di letto e temporali hanno lasciato il posto a finestre aperte, vestiti colorati e pensieri leggeri.

Perché quando c’è il sole anche questo mondo sembra quasi un altro mondo.

La primavera è una confezione grande di sentimenti misti.

E’ lei che mi insegna a camminare lentamente, tanto non devo andare da nessuna parte perché ci sono già; a guardare un tramonto senza saper dove inizio io e finisce lui; a tagliere i rami secchi per vedere di nuovo il cielo; a smettere di fare le cose giuste e a cominciare a fare le cose belle; a cancellare il senso di colpa e a sfruttare il senso di attimo che fugge; a sorvolare con leggerezza su situazioni e persone che adesso non pesano più, dimenticando quanto spessore avessero un tempo; a scrollarmi di dosso coperte, maglioni e cose da fare, andando avanti sottraendo; a rivestire di leggerezza il piombo e ad infondere coraggio agli altri per ricordarmi di averne.

A maggio cambia tutto, dentro e fuori.

Dentro ci si nasconde un po’, se serve.

E d’improvviso c’è pace, equilibrio e tepore.

E non si capisce bene il perché, visto che la vita è quella di sempre, casuale, incasinata, improvvisata e caotica, ma è come se fosse arrivata la primavera anche lì e l’aria fresca della mattina avesse portato via le scorie di ieri.

Fuori ci sono le vetrine colorate del centro, i gelati da prendere all’aperto, le passeggiate in compagnia, i capelli a chignon, le bouganville che esplodono, il profumo del gelsomino che consola e l’aria che sembra essere senza peso e senza fatica.

Finalmente, penso.

Ci sono mesi che iniziano in un modo e finiscono chissà come. Maggio mi piacerebbe continuasse così.

Perché maggio è il mese che mi fa reggere tutto, gli sbagli, le urgenze, le mancanze, le incongruenze di tutto un anno, di tutta una vita.

Poi arriverà il caldo spudorato dell’estate e quando tutte le foglie autunnali saranno cadute, soltanto allora sarà inverno e varrà la pena aspettare la primavera.

Forse le stagioni le hanno inventate per questo, per non farci annoiare.

Intanto stamattina mi sono svegliata con una domanda: come sarà la primavera sui tetti di Montmartre?

Ventuno grammi

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Leggera come due gallette di riso, un cioccolatino, una carta di credito.

Eppure ci sono giorni in cui pesano tantissimo quei 21 grammi che dicono essere il peso dell’anima.

E ci sono storie di vita e di morte che si intrecciano nell’andirivieni di un mondo sfilacciato, squilibrato e colmo.

C’è la storia di Giada, 26 anni, fagocitata da giornate ingorde e bulimiche che chiedono di essere efficienti come macchine e veloci come automi.

Perché non si può restare indietro, né si possono deludere le aspettative altrui.

Nulla di ciò che aveva raccontato della propria vita era vero: non c’era nessun esame superato, non c’era nessuna tesi da discutere, ma Giada aveva organizzato quello che doveva essere il giorno della laurea nei minimi dettagli.

Aveva indossato il vestito più bello, scelto le bomboniere, prenotato il ristorante per il pranzo con amici e parenti.

Quando però i 21 grammi della sua anima hanno cominciato a pesare come se fossero 21 tonnellate, Giada si è buttata giù dal tetto dell’Università, dissolvendosi in una polvere fatta di menzogne, fragilità, doveri mai desiderati, sensi di colpa e singhiozzi.

Ventuno grammi di anima tagliata male.

E poi c’è la storia di Italo, 82 anni, occhi antichi e una mente che ribolle e non si acquieta.

Si è iscritto a Filosofia in cerca di risposte al dolore per la perdita della moglie, per curarsi l’anima dopo che quella della sua adorata Angela è volata chissà dove.

Ma l’anima non si ripara facilmente, non è come il cuore, non si trapianta.

Che cosa è l’anima?

E’ coscienza, è un soffio che ha la parvenza di eterno, è l’embrione di ciò che si è, è l’assenza del raziocinio oppure è il distillato del sentimento?

Esiste l’anima? E se esiste, dove va a finire dopo la morte? Quali forme assume?

Sono queste le domande tormentose e ossessive che hanno accompagnato Italo negli anni di lutto.

E quando la guerriglia del cuore si è un po’ attutita, Italo ha deciso di affrontare il dubbio filosofico, di sfidare la logica e i paradigmi della scienza per trovare conforto e risposte.

Ha attraversato territori fatti di ovatta e di spirito ed è andato oltre lo spazio, il tempo e la materia.

Oltre a ciò che la ragione umana può comprendere.

E, alla fine, ha preferito credere a Platone, a Tommaso Moro, a Pascal. A chi gli ha dato la possibilità di credere all’immortalità dell’anima.

Adesso Italo sta imparando daccapo il senso della vita.

Continua a vivere come metà, ma ora sa di essere la frazione invariabile di un doppio e che un giorno potrà ricongiungersi con la parte che gli manca.

Giada e Italo. Due portatori d’anima che, per motivi differenti, hanno accarezzato la mia.

Che ogni tanto pesa più di 21 grammi, ma metà sono per uso personale.

Dietro la lavagna

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La cosa si può riassumere così.

Ci sono due professioni che tutti sono convinti di saper fare: l’insegnante e l’allenatore della nazionale.

Tutti, persino chi scrive “ha” senza acca e chi non conosce il fuorigioco.

E quando, con saccenteria e cattedratica supponenza, li sento sentenziare su queste cose, finisce che baruffo. Baruffo con tutti.

L’arte di insegnare, ad esempio, credo che sia la più difficile da imparare.

Richiede costanza, pazienza, severità e tecnica.

E non è un mestiere fatto solo di contenuti da passare, ma di segni da lasciare.

Chi insegna, in fondo, si prende cura di un pezzetto di futuro.

Così faceva il maestro Perboni del libro Cuore. Schivo ed austero, dedicava tutto se stesso all’istruzione dei suoi alunni che vedeva come la famiglia che non aveva mai avuto.

O il maestro Manzi che, in una tivù in bianco e nero e in una trasmissione dal titolo  “Non è mai troppo tardi”,  insegnava a leggere e a scrivere, disegnando mele su un foglio bianco.

Questa nuova moda di picchiare gli insegnanti, loro non l’avrebbero mai capita.

Loro avrebbero messo genitori e alunni che picchiano i professori, tutti insieme dietro la lavagna.

A riflettere sui propri errori e a scrivere cento volte “sono un coglione” sul quaderno a righe.

Perché questa violenza nasce dalla prepotenza di chi vuole avere sempre ragione.

E mi chiedo quando siamo diventati così, ma soprattutto perché.

Ai miei tempi, se prendevo una nota o un brutto voto, a casa prendevo il resto da mio padre.

Mai uno schiaffo, però.

Bastava una sgridata, un castigo, un’occhiataccia e qualche giorno di silenzio.

Perché non era lo schiaffo, ma il silenzio che contava.

Serviva a farmi capire la colpa, a farla mia.

Adesso i figli non hanno più colpe e i genitori, dopo aver messo bocca sugli orari delle lezioni, sui voti, sulle bocciature, sui libri di testo, sui compiti delle vacanze, escono di casa in pigiama e vanno a scuola a rompere il setto nasale o a spezzare qualche costola all’insegnante che ha osato rimproverare il loro pargolo.

In fondo è per questo che si mandano i figli a scuola, perché diventino migliori dei padri.

 

Così va il mondo

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La politica sarebbe una bella cosa, se solo non ci fossero i politici.

Vecchi che, a ridosso delle elezioni, parlano di futuro e decidono come si dovrebbero fare le cose che si sarebbero dovute fare tanto tempo fa.

Giovani che fanno promesse che non potranno mantenere, propongono leggi che non faranno rispettare, che non hanno la minima idea del problema, ma sostengono di avere la soluzione migliore di quella degli altri e, mentre la barca affonda, parlano del colore del giubbotto di salvataggio che non è in tinta con la scialuppa.

Ma come si fa ad andare a votare se questi continuano ad aprire bocca?

Con tutta la merda da spalare che c’è in giro, si perdono intere giornate a parlare di vaccini, di razza bianca, di sacchetti biodegradabili, di scimmie clonate, di bordelli da riaprire e di famiglie tradizionali da difendere.

Che poi chissà perché quelli che vogliono difendere la famiglia tradizionale sono quelli che una famiglia non ce l’hanno o ne hanno più di una.

Che hanno ex mogli, figli nati da diversi matrimoni, amanti e concubine minorenni e che le corna le fanno tradizionalmente.

Per non parlare degli inciuci, degli intrighi, delle voltagabbanerie, delle notizie false spacciate per vere, delle idee stantie, delle dichiarazioni fuori di testa e degli slogan raccapriccianti urlati a destra, a sinistra, sopra e sotto.

La scelta dell’imbarazzo.

Tra candidati che fanno da stampella a parole prive di agganci con la realtà, politici con l’aria da impiegati del catasto che hanno fatto carriera e aspiranti politici che non riescono a decidere sulle sorti di un partito, figuriamoci quelle di un paese.

E poi, il giorno dopo, tutti a cantar vittoria. Vincitori e vinti.

Se così va il mondo, in un paio di posti cambieranno le marionette, ma non certo chi tira i fili.

Se il mondo va così, non abbiamo bisogno di elezioni. Abbiamo bisogno di un cavallo.

Datemi un cavallo e lo farò senatore.

E intanto fuori piove. Futuro governo ladro.

Mille voglie

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Che voglia di ascoltare i Nirvana, di infornare una ciambella, di sistemare in un vaso bianco un mazzo di tulipani viola, di un po’ di coraggio e di un po’ di culo, di un angolo di muro, del polpettone che faceva mia nonna, di rispondere no, di tornarmene a letto, di un inseguimento tra le strade di New York a bordo di una Dodge St. Regis nera, di un nascondiglio da qualche parte in mezzo a questa confusione, di un appuntamento al buio sotto un lampione, di allontanare la gente che mi guarda e decide chi sono, di chiudere la porta ed aspettare che si apra quel cazzo di portone, di non raccontarlo a nessuno così continua ad esistere, di caramelle gusto mojito, di giocare con il fuoco, di cancellare un pezzo di linea gialla, di spacciare dubbi, vendendoli per certezze, di seguire i consigli di chi non me li dà, di abbandonare a sé tutto ciò che non vale la pena trattenere, di diventare giornalista enogastronomica e mangiare a scrocco da Cannavacciuolo, di non aspirare al molto, ma al meglio, di seguire le parole senza domandare dove possano portare, di giocare a bowling con Jeffrey Lebowski, di confessare al soffitto di casa che a volte parlo anche con il soffitto dell’ufficio, di abbracciare un albero storto dal vento, di scaraventare i pensieri oltre il pensato, di organizzare corsi di immersione per persone superficiali, di una sedia a dondolo e di un vecchio grammofono, di un lucidalabbra alla mela e mandarino, di fare l’assaggiatrice di tiramisù, di spalmare sulle spalle altrui i pesi che pesano troppo, di mettere in gabbia il tempo che vola, di raddrizzare tutte le cose storte o restare a testa in giù per un po’, di comprare un ombrello fatto di carta di riso e canna di bambù e usarlo come paracadute, di scrivere una barzelletta sul biscotto del Cucciolone, di dire parolacce a chi ammazza le donne, a chi applaude al razzista, a chi picchia i deboli, a chi spara in nome di un dio che forse non c’è, di imparare a suonare l’arpa, di non essere leggera, ma sembrarlo, di fare un giro su una barchetta di carta che se ne frega di dove deve approdare, di un’ottima annata, di una buona notizia, una qualunque, ma un bicchiere di vin brûlé andrà bene uguale.

(Non la sentite anche voi questa voglia improvvisa di frittura di totani, di cioccolata calda con panna e di nichilismo russo?)

Il nido di Debussy

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A cose che farò senza averne voglia e ad altre che vorrei fare, ma non posso.

Certe giornate iniziano così, pensando.

Fuori i contorni irregolari delle Apuane che ritagliano metri al cielo e dentro le note della Suite bergamasque che raccontano la nostalgia.

E mentre il Clair de lune riempie la stanza, un pettirosso si posa sul mio davanzale, fischia un discorso lungo e complicato e vola via.

Debussy -non potevo non chiamarlo così- è tornato anche il giorno dopo e quello dopo ancora.

E’ curioso, un po’ sfacciato e mi guarda, ogni volta, con il sospetto che merito.

Io gli sbriciolo qualche biscotto sul davanzale, lui mi intona la strofa di una nuova canzone e poi va via, facendo casino con le ali.

Mi piace guardarlo mentre compie parabole spericolate a mezz’aria e va a posarsi sui rami della magnolia, poco più in là.

Come ogni inverno, sta facendo il nido per la famiglia arrivata da chissà dove.

Perché ognuno si costruisce da solo lo spazio nel quale esistere.

Il mio nido è fatto di mattoni, calce e mura; quello di Debussy di foglie, muschio e rametti di legno raccattati qua e là.

Rifugi buoni ed accoglienti che danno fiato, quando tutto il resto lo toglie.

Si abbassano le paratie di protezione, con un piccolo click si fa scattare la serratura e, finalmente, ci si sente a casa.

A casa non si va, a casa si torna.

E’ il posto dove si accumulano storie, ricordi e minuscoli pezzi d’esistenza che sopravvivono all’andare delle stagioni.

Dove, a piedi scalzi e ad occhi chiusi, si cammina lentamente tanto non c’è da andare da nessuna parte perché si è già arrivati.

Dove si tengono i sogni.

Debussy, ogni mattina, mi racconta i suoi.

Cinguetta, fischia e canta ed è come se mi parlasse.

E talvolta il suo è l’unico ragionamento sensato della giornata.