Duemilaquindici

capodanno-2015

La voce, si sa, smaschera le intenzioni, tradisce le emozioni, rivela i desideri.

E fra poche ore, al rintocco della mezzanotte, la voce del capodanno rivelerà, ad ognuno, come sarà il nuovo anno.

Si racconta infatti che, nell’atto di venire al mondo, l’anno nuovo emetta una voce e che quella voce sveli ciò che ha in serbo il futuro.

A mezzanotte in punto, però, fra feste e baldorie, echi di risate, schiocchi di baci e scambi di auguri, nessuno riesce mai ad udire quella voce misteriosa.

E così, nessuno riesce mai a sapere, in anticipo, come sarà l’anno che verrà.

Questo racconto di Dino Buzzati, che avevo letto tanto tempo fa, mi è tornato in mente solo ora. Insieme a mille altri ricordi e alla speranza che, al rintocco di una mezzanotte uguale a tutte le altre, ci sia davvero un nuovo inizio.

Non so come sarà l’anno che sta per arrivare.

So però come è stato quello che sta per finire. Pieno di contrattempi, di contraccolpi, di colpi incassati ma parati col sorriso. O con una smorfia scambiata per sorriso.

Un anno di occasioni che mi sono scivolate addosso, di persone scivolate via, di tante domande e di poche risposte.

Un anno in cui mi sono stupita, interessata, ispirata, emozionata. In cui ho imparato che i ricordi sono belli ma, quando diventano ingombranti, è meglio darci un taglio. Che ci sono sogni così importanti che non meritano di stare chiusi in un cassetto. Che è bello pianificare e progettare ma è ancora più bello sorprendersi per qualcosa di inaspettato. E che tutto quello che si mette in circolo torna indietro. Da qualche parte, prima o poi.

Fra i buoni propositi del prossimo anno c’è quello di non avere nuovi propositi, ma di provare a mettere fine a vecchi comportamenti.

Chè di errori ne ho fatti tanti e sono le strade già percorse quelle in cui casco più facilmente. Però, se mi guardo indietro e mi tornano in mente gli sbagli fatti, non mi pento di nessuno di essi.

Spero che continui così anche nel prossimo anno. E sarà questo l’augurio che farò a me stessa, allo scoccare della mezzanotte.

Con un sorriso e il calice alzato verso il cielo, brinderò per salutare il nuovo anno e per archiviare quello vecchio.

Poi chiuderò gli occhi, sperando di sentire, in lontananza, la voce del capodanno che mi dirà che questo sarà davvero un buon anno. Da vivere attimo per attimo, collezionando momenti.

Perchè gli anni saranno pure lunghi e faticosi ma è una volta passati che diventano interessanti.

E allora, a chi passa da qui, buon duemilaquindici!

Natale al sud

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I grattacieli illuminati di Manhattan, i viali innevati di Central Park, le vetrine addobbate della Fifth Avenue.

Trascorrere il Natale a New York, imbacuccata come un eschimese e con una tazza di cioccolata calda in mano, è sempre stato un mio sogno.

Uno dei tanti. Uno di quelli che, però, anche quest’anno rimarrà chiuso nel cassetto. Insieme ai calzini spaiati.

Perchè anche quest’anno, come ogni anno, andrò a trascorrere il Natale dalla mia famiglia.

Andrò al sud, a conciarmi per le feste.

Le vacanze di Natale al sud, si sa, non si contano in giorni. Si contano in chili presi.

Basta entrare nella cucina di casa mia, respirare ed ingrassare un paio di chili. Ed è ormai da settimane che mia madre è chiusa in quella cucina a preparare i dolci natalizi. Torrone, giuggiulena, mustazzola, mostata, biscotti al burro, alle mandorle, ai fichi.

La vigilia di Natale, poi, a casa mia si mangia come il 25. E pure il 26 si mangia come il 25. A casa mia si mangia sempre, anche se non si ha fame, anche se si è in pochi, anche se si è smesso solo da poche ore.

Si sta a tavola, si chiacchiera e si mangia. Cibi elaborati che richiedono tempo e pazienza. Piatti che traboccano di amore e dedizione. Sapori che ricordano chi ora non c’è più.

E poi si dorme, chè quelle quando si dorme sono le uniche ore in cui non si mangia.

Io però, il tempo per fare altre cose tipicamente natalizie, lo trovo sempre. Baciare parenti che non vedo da una vita, guardare film che parlano di slitte e di renne, ascoltare canzoncine suonate da strani tizi vestiti di rosso e con la barba bianca, sorridere scartando regali orrendi.

I regali, ahimè. I regali di Natale sono, per me, un po’ come l’ultima sigaretta di Zeno. Ogni volta giuro e spergiuro di non comprarne più e poi invece, puntualmente, ce n’è sempre un altro da comprare. Un altro ancora.

Anche quest’anno, ai regali, ci penserò l’ultimo minuto dell’ultimo giorno. E, come ogni anno, ripiegherò sulle solite cosine, cosette, cosucce. Sulle solite cose inutili, insomma.

E poi c’è Matteo. Perchè il problema vero, quest’anno, sarà accontentare il nipotino treenne. Matteo è un tipo esigente, pieno di pretese e così, oltre al gatto di peluche che muove la coda e alla macchinina telecomandata dei Cars, pensando che io fossi uno dei re magi, mi ha chiesto pure la mirra.

Si, la mirra. E l’ha chiesta a me, che ho quarant’anni suonati e non ho ancora capito la mirra che cos’è. Pur di renderlo felice, però, qualcosa mi inventerò. E sarà bello vedere lo stupore nei suoi occhi quando, la mattina di Natale, ancora assonnato, si avvicinerà piano piano all’albero illuminato e troverà i regali che tanto ha desiderato.

E allora, chi se ne frega se anche quest’anno non andrò a New York e non pattinerò sulla pista di ghiaccio del Rockfeller Center.

A me basterà ascoltare il crepitio della legna che arde nel camino, sentire il profumo delle caldarroste e dei mandarini, assaggiare sapori che sanno di antico e godere delle coccole che solo la mia famiglia sa regalarmi.

Quindi, visto che nei prossimi giorni sarò impegnata con Melchiorre a cercare la mirra giusta per Matteo, gli auguri ve li faccio ora.

Buon Natale, di cuore, ad ognuno di voi.

L’opera dei pupi

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Il sipario si apre. Si va in in scena.

Su un minuscolo teatrino polveroso, ogni giorno, tutti i giorni, si racconta una storia appesa ai fili.

I burattini, agili e snodabili, danno vita allo spettacolo.

Gli spettatori si divertono, si spanciano, si sganasciano in risate plebee.

E il gran burattinaio, celato nell’ombra, osserva soddisfatto.

Poi, finito il teatrino, i burattini scompaiono dentro una scatola di legno. La recita è terminata.

L’opera dei pupi funziona così, un po’ come il gioco delle parti. Il burattinaio esiste se esiste il burattino.

Una volta, su quel palcoscenico in miniatura, si raccontavano storie che facevano sgranare gli occhi per lo stupore e la meraviglia. Le gesta eroiche di Carlo Magno e dei suoi paladini senza macchia e senza paura. Di Medoro e Angelica travolti dalla passione. Di Orlando prima innamorato e poi furioso.

Una volta, ora non più.

Ora non è più tempo di abiti di raso e di velluto, di rumore di armature.

Ora i pupi siamo noi. E poco importa se siamo manipolati dal basso, come i burattini o manovrati dall’alto, come le marionette.

Siamo pupazzi nelle mani del puparo di turno. Lobotomizzati dalla tv e dalla disinformazione. Sottomessi alla mediocrità, alla corruzione, al malaffare.

Fantocci colpevoli di non avere la forza di strappare il filo. E condannati ad essere guidati da una manica di lerci manigoldi.

Così tragicamente assuefatti alla spettacolarizzazione della morte che, la vista di un corpo dilaniato, non sembra più turbarci.

Così passivamente avvezzi all’ipocrisia che, davanti alla menzogna e alla truffa, non ci incazziamo nemmeno più.

Così cinicamente abituati a fare come gli struzzi da non accorgerci che, infilando la testa sotto la sabbia, il culo rimane fuori. Ed è facile fare i burattinai con il culo dei burattini.

Su quel minuscolo teatrino polveroso, ogni giorno, tutti i giorni, vaghiamo senza meta e senza senno. Come Orlando.

E, come Orlando, aspettiamo il giorno in cui Astolfo, in groppa al suo cavallo alato, volerà sulla luna per recuperare la ragione che è stata smarrita.

Perchè, si sa, tutto il senno perduto sulla terra si trova sulla luna. Insieme alle lacrime e ai sospiri degli innamorati, al tempo perso dagli uomini e ai loro progetti mai realizzati.

Oggi, però, non è ancora quel giorno. Oggi siamo pupi, rassegnatamente all’opera.

Venghino signori, venghino.