Quattro anni dopo

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Ascolto il pianoforte accarezzato da Ludovico Einaudi e guardo il sole che sta per andare a letto.

Si è messo un pigiama arancione e di là è apparsa la luna, ancora in vestaglia.

Io intanto scrivo in questo posto strano che sento mio, ma non lo è.

I pensieri, quelli sì che sono miei.

Poi li appoggio qui, qualcuno li legge e non sono più miei.

Perché niente come un blog somiglia ad una bottiglia con dentro i messaggi.

In questo guazzabuglio di appunti sparsi ci sono approdata quattro anni fa, come una migrante.

Qui ho conosciuto decine di persone, qualcuno è sparito, qualcun altro è diventato mio amico, c’è chi si è sposato e chi ha scritto un libro.

Ogni giorno, in modo silenzioso e discreto, ci sono e mi fanno compagnia.

E i loro pensieri mi danno da pensare e, talvolta, da scrivere.

Così anch’io, in un’impercettibile fuga dall’essere me, ogni tanto riverso qui fiotti di coscienza, desideri e turbamenti.

Accosto immagini secondo una logica tutta mia e scrivo post di poche righe che però, sommate, fanno una vita.

Questo blog voleva essere un pensatoio o uno sfogatoio, poi è diventato altro e non me ne sono accorta.

Sono cambiata e lui è cambiato con me.

Scrivere mi ha evitato l’analista, l’omicidio, il suicidio, l’ulcera e le bollicine sul viso.

E’ il mio blog, ed è com’è perché a me piace così.

Mi piace scrivere e leggere.

E farmi leggere?

Questo ancora non l’ho capito.

Eppure sono 140 i post pubblicati, 3.500 i commenti ricevuti, 28.000 i visitatori e 54.000 le visualizzazioni.

Cinquantaquattromila, cazzo.

Visite da tutte le parti del mondo: Brasile, Grecia, Tunisia, Finlandia, Israele, Kuwait, Nepal.

Forse sono italiani andati in vacanza in quei posti, altrimenti non si spiega.

E poi ce n’è uno, uno solo, che mi legge dal Paraguay e che tutti i giorni attraversa l’Atlantico e viene a trovarmi.

Non so perché, ma vedere quella bandierina che sventola sulla pagina delle statistiche, mi fa sorridere ogni volta.

Ah, quasi mi dimenticavo.

PindaricaMente è nato il 19 luglio 2013.

Fategli gli auguri, io intanto apro una bottiglia di prosecco.

 

 

 

Bazzecole, quisquilie, pinzillacchere

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Ogni tanto mi piglia così. Ad ogni cifra tonda che leggo mi viene da ringraziare.

I numeri non contano, vero.

Poi però succede di tornare qui, dopo non aver scritto per un po’, e di dare un’occhiata al contatore delle presenze.

Ventimila visitatori, quarantamila visualizzazioni.

I numeri non contano, appunto.

Contano le persone. Quelle le ringrazio, una ad una.

E poi, si sa, essere gentili non costa nulla e si fa sempre bella figura.

Il blog, per me, è uno dei tanti altrove.

Non mi chiede nulla, non è un appuntamento, non è neppure un posto.

Niente piante da annaffiare, niente polvere da togliere, niente bollette da pagare.

E’ una voglia, un bisogno, una scatola dove accumulare pensieri, ricordi, momenti, stati d’animo e altre cose che ho in testa.

Cose senza nessuna importanza. Bazzecole, quisquilie, pinzillacchere.

Fesserie, insomma.

Ma siccome un giorno potrebbero servirmi, allora è meglio che io le scriva da qualche parte per ricordarmene.

E succede che, nel dare un’occhiata distratta alle statistiche del blog, l’occhio mi cada sui termini di ricerca.

Su quelle parole chiave che, digitate su Google o su altri motori di ricerca, per uno strano algoritmo conducono dritte dritte a PindaricaMente.

Ecco, parliamone.

Perché nonostante io mi sia fin qui applicata, sforzata, impegnata a scrivere cose di spessore (di almeno 5 cm, per intenderci) e a far sembrare le mie bazzecole non troppo bazzecole, queste parole la dicono lunga sulla gente strana che c’è in giro, su di me e su ciò che scrivo.

Per esempio, sono io che attiro i disagiati, o sono talmente tanti che ci si inciampa di continuo pur non avendo alcuna propensione?

Insomma, fra i termini di ricerca, io ho trovato di tutto, di più e oltre.

L’elenco sarebbe lungo. Ho scelto i cinque che, non so perché, mi hanno fatto sorridere tanto. (No, non è vero, lo so perché.)

5) malinconia del latte anche quando si smette: non ricordo di aver mai parlato di svezzamento in uno dei miei post.

Di latte alle ginocchia, una volta. E di latte di mandorla, un’altra.

Come funziona la malinconia del latte? Fa venire l’umore grigio e uggioso al pari della malinconia del passato o di un amore perduto? Ditemi, ditemi.

4) perche i treni puzzano di piscio?: una volta ho scritto un post sul treno che passa una volta sola.

E anche se sono scesa alla prima stazione, un’idea sull’olezzo da rotaia me la sono comunque fatta.

I treni puzzano di piscio perché la gente ci piscia.

Bisogna cercarla su internet la risposta a questa domanda?! Nemmeno La Palisse sarebbe arrivato a tanto.

3) Chiusa una porta, murala: questa non è una semplice ricerca sul cemento a presa rapida. Questa è una perla di saggezza.

Perché, diciamoci la verità, c’è forse qualcuno che ha chiuso una porta e, apriti sesamo, gli si è aperto un portone? Ecco, appunto.

Quindi io, chiusa una porta, torno a controllare di averla chiusa bene, butto via le chiavi e, semmai, apro una birra.

2) un arbitro italiano di calcio che fa rima con ombrellone o riunione: qui alzo le mani, perchè io del calcio so giusto i fondamentali.

Che la palla è tonda, che l’arbitro è cornuto e che i gol fuori casa valgono doppio.

Però ora lo voglio sapere, cazzo. Voglio sapere chi è questo arbitro dal cognome così bislacco. (Avevo pensato a Trapattoni, ma mi hanno spiegato che non è un arbitro.)

1) Solletico alla coniglietta di playboy: il podio è suo. Perché chiunque sia stato a digitare questa cosa sul motore di ricerca, per me ha vinto.

Ma io dico: con tutte le cose che un uomo potrebbe fare ad una coniglietta di playboy, la prima cosa a cui pensa è il solletico?

E’ come se io ora andassi su Google e scrivessi: solletico a Ryan Gosling. No, vabbè.

Infine, una menzione d’onore a chi, qualche giorno fa, è arrivato al mio blog digitando Se fossi Ermione direi a D’Annunzio: “taci” lo dici a tua sorella.

A lei va il mio applauso, la ola e il bacio accademico.

A questo punto, Google ed io volevamo ringraziarvi. Sommessamente.

Perché voi non lo sapete, ma ci fate compagnia. Ogni giorno.

Se potessi, poi, ne inventerei uno tutto mio, di motore di ricerca.

Altro che Google, Google Hearth e Google Maps.

Ci vorrebbero Google Dream, Google Heart e Google Happiness.

Quelli sì che sarebbero motori di ricerca.

Il bandolo e la matassa

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Si ritorna sempre dove si è stati bene.

E dopo un anno, io sono tornata. In questo che, per me, è sempre stato rifugio, talvolta soffitta, spesso zattera.

Avevo solo bisogno di fermarmi per un po’. E respirare. Perché respirare è sempre più importante che arrivare.

Avevo matasse da sbrogliare, bandoli da ritrovare, vecchi nodi da districare e nuovi legami da annodare.

“Chè la diritta via era smarrita…” Ci sono viaggi che iniziano così.

A guidarmi, la voglia di raggiungere un luogo senza nome.

E i cinque sensi, come punti cardinali.

Ho attraversato strade dritte e solitarie, da camminarci dentro pensando ai cazzi miei.

Ma anche rotatorie pericolose e vicoli ciechi.

Poi ho capito che è il viaggio stesso, la risposta.

Che anche una strada senza fine, a guardare bene, ha una via d’uscita.

E che, a volte, è il bandolo che perde la matassa.

Riprendo in mano il mio uncinetto, quindi, e ricomincio a ricamare parole.

Da capo, un’altra volta.

Ringrazio di cuore chi, in questo ultimo anno, è passato ogni giorno da qui.

Chi è andato via, stanco di aspettarmi e chi non si è mosso, sapendo che sarei tornata.

É stato bello sapermi letta.

Grazie anche a chi, fuori da qui, mi ha aiutato a ritrovare il bandolo di una matassa nata intrecciata e mi incoraggiato a tornare a fare centrini. D’inchiostro.

Un pretesto per tornare bisogna sempre seminarselo dietro, quando si parte.

Ecco, il mio siete stati voi.

[E siccome anche PindaricaMente, in questo ultimo anno, é cresciuto tanto e il vestitino che indossava era ormai stretto e corto, abbiamo approfittato dei saldi di stagione e ne abbiamo comprato uno nuovo.
Sobrio, elegante, bianco. Ma quel bianco, in fondo, non é proprio bianco.]

La ricamatrice di parole

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Nessuno mi conosce come loro. Le parole, intendo.

A volte ne scrivo una, la guardo e ascolto le cose che ha da dirmi.

Poi la incido, la limo, la intaglio. Tolgo il superfluo, lascio il peso.

Solo allora, quando ho finito con lo scalpello, prendo l’uncinetto.

Dipano il gomitolo, intreccio il filo e, in punta d’ago, ricamo parole sulle trame dei giorni.

Faccio centrini che il tempo ingiallirà. E se non vengono bene, tiro il filo e ricomincio. Mille volte.

Lo faccio per me. In fondo, scrivo per me. (Forse).

Una parola tira l’altra. E un punto tira l’altro.

Punto croce

PindaricaMente è nato così, come un posto dove dipanare matasse, fermare ricordi, condividere sogni, vomitare pensieri.

Qui ci sono le mie parole. Qui si sente l’odore delle mie mani. E qui, incidentalmente, ci sono io.

Perché io, quando non so come dirlo, allora lo scrivo.

Punto erba

PindaricaMente è il mio angolino privato aperto al pubblico. E’ come un circolo di un paesino di campagna dove è bello ritrovarsi fra vecchi amici a prendere il caffè, leggere il giornale, giocare a briscola o fare l’uncinetto.

Qui ho raccontato storie, annodato fili e rattoppato strappi.

E’ arrivato, però, il momento di fermarmi. Per un po’.

Di respirare piano, guardarmi attorno e vedere cosa succede.

Mezzo punto

PindaricaMente, fra qualche giorno, festeggerà il compleanno.

Due anni. Cento post. Trentamila visualizzazioni. Millemila parole.

I numeri, si sa, non contano. Contano le persone. Quelle le ringrazio.

Ora faccio un nodo, taglio il filo e sfilo l’uncinetto.

E vado a cercare fili nuovi da tessere e parole nuove da ricamare.

Tornerò. E sarà bello, spero.

Punto.

I puntini sulle i

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L’ho sempre pensato come una soffitta, il mio blog.

Un posto dove rimettere in ordine cose vecchie, un po’ polverose.

Sbirciando fra ricordi di famiglia, vecchie cassapanche e lettere ingiallite. E sorridendo davanti a certe foto che, senza filtri, raccontano il dentro, il fuori e ciò che accade attorno.

Entro, appoggio da una parte la roba che vorrei ricordarmi, scrivo un pensiero ed esco.

E quel pensiero rimane qui, anche quando non si sono.

Le persone poi vengono, guardano, leggono, tacciono oppure commentano.

Sono lo specchio che gli altri mi porgono per farmi capire meglio, i commenti. E mi piacciono. E mi piace che poi, a volte, si aprono discussioni, anche argute e taglienti, dove ognuno ci mette del suo.

Ai commenti rispondo sempre. E li modero perchè questa é casa mia, dopotutto. E quando si entra in casa altrui ci si presenta. Si lascia almeno una mail e ci si assume la responsabilità di ciò che si scrive.

Perché chi ha un blog sa che, prima o poi, dovrà fare i conti con lui: il commentatore cagacazzi.

Il commentatore cagacazzi é un individuo che la mattina si sveglia e decide, scientemente, di rompere le palle al prossimo.

Si inventa un nick, sceglie un blog e, facendosi forte dell’anonimato, comincia a scrivere commenti inopportuni e frasi maleducate.

Lui si gratifica così, offendendo.

I suoi interventi, spesso, sono inutili perché il commentatore cagacazzi non ha nessuna voglia di partecipare ad una discussione costruttiva e civile.

Spesso non sa neppure quale sia l’argomento di cui si parla. E così sotto un post dove io, ad esempio, parlo dell’ultimo viaggio fatto, lui mi attacca un pippone di 1.863 righe sul fatto che noi donne siamo tutte un po’ gatte morte, un po’ peripatetiche e pure sessualmente insoddisfatte.

Quando leggo certe cose, ci penso. Avrei voglia di rispondere a tono, di dirgliene quattro. Poi mi trattengo, non lo faccio. Che certe cose si commentano da sole.

Gli insulti beceri, le volgarità da film di Pierino, le battute da caserma sono, a mio avviso, da bloccare, bannare, censurare.

Però due/tre cose, al commentatore cagacazzi, le voglio dire.

Forse, ciò che davvero non sopporti è il fatto che io abbia le tette felicemente coniugate con il cervello. Ma questo è un problema tuo, risolvilo.

Il mio blog non è un luogo pubblico. E’ un luogo privato aperto al pubblico. E il fatto che sia aperto al pubblico non vuol dire che sia a tua completa disposizione.

Se io, cortesemente, ti faccio entrare a casa mia questo non ti autorizza ad imbrattarmi i muri del salotto o a pisciarmi sul tappettino del bagno.

Se non ti piace ciò che scrivo, smetti di leggermi.

E se vuoi scrivere pipponi sul gattamortismo o consigli su come rendere soddisfacente la vita sessuale delle donne, apriti un tuo blog.

Ecco, io ho messo i puntini sulle i.

Tu invece, prima di fare il leone da tastiera, impara almeno a fare la O col bicchiere.

Un anno dopo

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Mentore è una parola che mi piace tanto, come tutte quelle che vengono dal passato.

Fido consigliere, preziosa guida, saggio precettore.

Da un po’ di tempo anche io ho il mio. E se PindaricaMente esiste è colpa merito suo.

“Il bello del blog è che non è un lavoro, quindi non sei costretta a farlo quando non hai voglia. E una come te, a cui piace scrivere, dovrebbe avere un blog”.

E’ cominciato tutto così. Da queste poche parole dette dal mio mentore in un afoso pomeriggio d’estate di un anno fa.

Storia vecchia quella del maestro che compare quando l’allievo è pronto. Forse, però, è davvero così. Per me, è stato così. Il mentore è comparso ed io, affidandomi a lui, ho capito di essere pronta.

La scelta del tema. Il contenuto dell’about, il primo post. Abbiamo condiviso tutto, sin dall’inizio.

Anche il nome, PindaricaMente, è nato da un divertente brainstorming telefonico. Io lanciavo tasselli in aria e il mentore li metteva insieme. Ciascuno al posto giusto.

Ecco perchè, oggi, voglio ringraziarlo pubblicamente.

Lo faccio oggi, perchè, ancora oggi, fa quello che un buon mentore dovrebbe fare. Mi lascia fare e dopo, a seconda dei casi, mi incoraggia oppure mi corregge. Mi supporta e, spesso, mi sopporta.

E lo faccio oggi perchè, oggi, è il compleanno del blog. PindaricaMente, oggi, compie un anno.

Un anno in cui ho raccontato storie, imbrattando pagine bianche di inchiostro nero.

Un anno in cui ho condiviso, con molti, il frastuono dei miei pensieri mutandoli in post pieni di parole, di punti e di virgole.

Un anno in cui, scrivendo, mi sono inevitabilmente legata a chi, dall’altra parte del pc, chissà dove, mi stava leggendo.

E allora, in attesa di nuove pagine da imbrattare e di nuove storie da raccontare, chiudo gli occhi, esprimo un desiderio e soffio sulla candelina.

Ad maiora!