La forma dell’acqua

dipinto-quadro-mare-in-bottiglia-379_large

Come un’opera che si edifica senza accontentarsi della fine.

Fatta di mattoni e cemento e di sostanza che prende forma con l’andare delle stagioni.

E’ un cantiere che non finisce mai, la costruzione di sè.

Si parte dagli angoli, precisi e fissi come quelle quattro cose importanti della vita.

Poi, lentamente, si delimitano i muri esterni. Uno alla volta.

Ci si fabbrica ogni giorno, affidandosi al regolo, alla livella e al filo a piombo.

Un lavoro che richiede tempo e pazienza e porte aperte per farci entrare il vento e la luce.

Ogni tanto si mura qualche dubbio, si cambia una piastrella scheggiata, si ripara una crepa o si sale sul tetto e ci si fa un lucernario.

Per guardare da dentro com’è bello fuori.

E se a volte si sente qualche scricchiolio, è solo la struttura che si assesta.

Dentro questa fortezza fatta di pietre antiche e pesanti e di muschio che copre le pareti e rampicanti che si infilano nelle fessure, c’è la sostanza che si disfa e si fa.

Come acqua che scorre dai fiumi al mare e dal mare ai fiumi, senza sosta e senza forma.

“Qual è la forma dell’acqua?”, si interroga Camilleri in uno dei suoi romanzi.

“L’acqua non ha forma. Piglia la forma che le viene data”, gli risponde Montalbano.

Come farlo capire anche a Matteo?  

Che l’acqua non ha forma e che é un tentativo inutile quello di nascondere con la forma, la mancanza di sostanza.

“Zia, hai visto che bei voti?”, mi ha detto sfoggiando uno dei suoi sorrisi sdentati.

Prima elementare, prima pagella del primo quadrimestre.

Una sfilza di otto e di nove che commuove ed inorgoglisce.

Conquistata a colpi di vocali e consonanti scritte in stampatello sul quaderno a righe e di numeri storti e sbilenchi su quello a quadretti.

Come fargli capire che, se l’acqua non ha forma, spetta a lui darle almeno sostanza, colore e sapore?

Sarebbe bello insomma che Matteo, goccia dopo goccia, riempisse la sua bottiglia non di otto e di nove, ma di cosa, di come e di perché.

Che capisse che una bottiglia bella fuori non sarà mai una bella bottiglia, se dentro ha acqua sporca e inzaccherata.

E che studiasse la tabellina del nove o la poesia di Pascoli o la storia dei Sumeri non per prendere buoni voti, ma per diventare una persona capace.

Capace di difendersi, di non farsi raggirare con le parole, di non farsi dare etichette da nessuno.

Che l’etichetta, si sa, nasconde il contenuto.

Se poi Matteo imparerà anche a mettere qualche accento giusto, ad imbroccare le acca e ad azzeccare i congiuntivi, allora la sua acqua non sarà mai quella di una comune bottiglia di plastica.

 

Annunci

La minestra, la finestra ed io

andy-warhol-group-of-five-campbells-soup-cans

Se è insipido, aggiungere un pizzico di sale.

E questo è tutto ciò che so della cucina.

Perché io faccio pasticci, ma non il pasticcio di carne.

Manteco pensieri spaiati, ma non risotti accoppiati con le pere.

Intingo la penna nel calamaio, ma non la patata nell’olio.

Più che molecolare, la mia è una cucina sperimentale.

Sperimento assaggi di delizie morbide o stagionate con gemme fruttate, fantasia di conchiglie al sapore di pomodoro e odore di basilico, quattro salti in padella su un letto di spremuta d’olive.

Ecco perché mia madre sostiene che, tra mangiare sempre la solita minestra o buttarmi dalla finestra, sia arrivato il momento di buttare la minestra dalla finestra e comprare il Bimby.

Un giocattolo per adulti.

Che trita, pesa, frulla, taglia, emulsiona, grattugia, omogeneizza, monta, sbatte, mixa, impasta, riscalda, cuoce.

E che costa come quindici giorni di vacanza a Sharm el-Sheikh a fare snorkeling con le tartarughe giganti, una settimana di crociera nel Mediterraneo o un fine settimana a Copacabana a sorseggiare caipirinha in un hotel 5 stelle all inclusive.

Un fottìo, insomma. Nonostante ciò, sono anni che insiste per regalarmelo.

Perché lei ce l’ha, mia sorella ce l’ha, tutte le sue amiche ce l’hanno e le vicine di casa anche.

Mi ha detto anche che, per quelle culinariamente negate come me, c’é persino la versione digitale.

Un display touchscreen a colori spiega, passo dopo passo, cosa fare e con il tocco di un dito il piatto é pronto.

Così, un giorno, invece di “non so cucinare”, potrò dire “so usare il Bimby”.

Mica come lei che, con o senza robot, cucina per la necessità di avere qualcuno di cui prendersi cura, per ricordare chi non c’é più e per rimpinzare di manicaretti chi c’è ancora.

Mia madre mescola uova e zucchero. Assembla strati di lasagne. Frigge melanzane e ricordi, tutti insieme.

E con mani grandi come badili distribuisce pacche sulle spalle e gustose pietanze.

La domenica fa l’arrosto? Se ne avanza un po’ é un peccato, così lo trita e il lunedì si presenta con le polpette.

Ne rimangono due? Le pressa e il martedì te le ritrovi nello spezzatino con le patate.

Io invece, al massimo, riciclo le penne al pomodoro superstiti del sabato, ci aggiungo un po’ di mozzarella e la domenica le ripropongo incrociate tra di loro e con un gambo di prezzemolo infilato sopra.

Penne in crosta di, senza crosta.

Perché io, anche se non ho il cestello Varoma, mangio comunque.

E se oggi sono una peccatrice affamata, la colpa é della suora che un giorno all’asilo mi disse: “Mangia, che i bambini in Africa muoiono di fame se non mangi tutto.”

Ed io allora mangiavo per loro, per quei piccoli africani con il volto scarno e sofferente, le gambe deboli e le pance piene d’aria.

Poi, quando ho capito che quella era solo una cazzata che gli adulti raccontano ai bambini e che in Africa quei corpicini rimanevano smunti lo stesso, ho cominciato a mangiare per me.

Una cucina fatta di cinquanta sfumature di frigorifero: robe surgelate, zuppe riscaldate, bistecche cotte non proprio a puntino.

E siccome della storia del “ce l’hanno tutti” a me non interessa nulla, io il Bimby non lo voglio.

Voglio l’equivalente in soldi e andare a nuotare con le tartarughe giganti a Sharm El Sheik, oppure a zonzo nel Mediterraneo o spiaggiarmi a Capacabana per un po’.

Poi al ritorno, felice ed abbronzata, chiuderò la finestra e cambierò il nome alla solita minestra.

Vuoi assaggiare i miei capelli d’angelo in composto liquido di ortaggi e baccelli leguminosi al profumo di coriandolo?

Prenderla con filosofia

filosofia3r

Tutto poi si riduce ad avere qualcosa a cui pensare.

I pensieri, comandano loro.

Di alcuni cerco di ricordare dove cominciano e dove finiscono. Altri sono come lo scotch di cui è impossibile ritrovare il capo.

Io penso perché ci sono giorni che sembrano fatti apposta per pensare.

O forse perché se penso, sono. Credo.

Così faccio pensieri arruffati, senza punteggiatura, appallottolati come calzini buttati in giro qua e là.

E vado un po’ dove capita.

Gite mentali.

Le chiamo così da quel giorno, quando il professore di filosofia del liceo mi mise davanti la Repubblica di Platone.

“Apri il libro a pagina 314 e leggi a voce alta”, mi disse.

E mentre io leggevo a voce alta il mito della caverna, lui passeggiava su e giù per l’aula come un peripatetico.

Apparentemente non faceva nulla se non seguire il filo dei suoi pensieri.

Poi andò alla lavagna e scrisse: “La filosofia insegna a pensare. A pensare e comprendere. A comprendere e diventare migliori. Perché avere una bella testa é molto di più che avere solo una testa”.

Chiusi il libro e capii che, in quella storia di catene, prigionieri ed ombre sul muro, c’ero già dentro e non sapevo più come uscirne fuori.

Avevo quindici anni e quelle frasi mi rimbombavano in testa, scivolavano via, una in fila all’altra, come gli anelli di una catena.

E ad ogni anello mi si apriva un mondo.

Quel professore schivo e gentile, colto e severo, capace di fare le nottate per chiosare un passo sconosciuto di un filosofo più sconosciuto ancora, l’ho amato molto.

Per anni sepolto fra pile di libri, da qualche giorno è sepolto fra filari di cipressi.

E a me, oggi, viene da dirgli grazie.

Per avermi insegnato, attraverso la filosofia, che tutto ciò che di meglio era stato pensato e scritto dagli uomini, era stato pensato e scritto da quegli uomini lì.

Come Talete di Mileto che osservava gli astri con lo sguardo rivolto verso il cielo e a chi gli domandava se fosse venuta prima la notte o il giorno, rispondeva che era precedente la notte, di un giorno.

O Pitagora che per descrivere il mondo usava il linguaggio della matematica, convinto che il numero fosse l’ἀρχή, il principio e l’essenza di tutte le cose.

E poi c’erano i Sofisti con la loro kalokagathìa, l’unione del bello e del buono. “Tutte le qualità buone e belle devono essere tenute in esercizio e la saggezza non meno delle altre”, dicevano.

E c’era Zenone con i suoi paradossi, Socrate con il suo non sapere e Kant che, filosofeggiando sulla ragione, si poneva le solite tre domande che mi faccio spesso anch’io: che cosa posso sapere? Che cosa posso fare? Che cosa ho diritto di sperare?

Oppure Hegel che, per arrivare alla verità, scomponeva e componeva i problemi del mondo in tesi, antitesi e sintesi.

O Schopenhauer che indagava sul dolore e su quell’intervallo fugace ed illusorio che é il piacere.

Tutti questi uomini mi hanno insegnato che le domande sono più importanti delle risposte.

Che è meglio avere un dubbio, che una dubbia certezza.

Che non bisogna mai smettere di dire e ripetere, mescolare e sciogliere, tagliare e aggiungere, comporre e scomporre, procedere e inciampare, cominciare e poi finire, ricominciare e poi finire.

E che, nella vita, bisogna distinguere fra retori, bravi a parole e venditori di fumo.

Ma, soprattutto, mi hanno insegnato a pensare.

Nonostante il tempo e nonostante il mondo.

All’esame di maturità classica portai Italiano come prima materia e Filosofia come seconda.

“Se Platone vedesse come ci siamo ridotti oggi, ritornerebbe nella caverna. E si murerebbe”, mi disse il professore durante l’interrogazione.

“Tu, però, non smettere mai di pensare. E’ questo che non ti perdonano.”

Non c’è rimedio, infatti, ad una bocca che tace e a due occhi pensano.

(Ciao prof.)