Tempo d’estate

Versione 2

Un giorno lo farò.

Andrò a casa di quelli che fanno sempre la cosa giusta e gli metterò in disordine le bomboniere della vetrinetta.

Poi andrò anche da quelli che raccontano la vita con cattedratica supponenza, che scambiano banalissime opinioni per sacrosante verità, che si incazzano quando ricambi l’indifferenza, che bastonano anche con la carota, che fingono talmente tanto da non sapere più chi sono, che non si fermano mai prima dell’osso, che spengono i sorrisi per accendere se stessi, che continuano a sparare anche quanto ti sei arresa, che pretendono di conoscerti, senza che tu ti sia mai presentata.

E con un’alzata di spalle gli dirò: “Sto resistendo con tutte le mie forze per non diventare come voi. Sto vincendo io, vero?”.

Poi mi allontanerò con i Carmina Burana in testa, cercherò un angolo poco affollato e mi trasformerò in un dopotutto.

Perché, dopotutto, da quella volta che me la sono cavata da sola non ho più smesso.

Adesso però è ora di partire.

Per un po’, come al solito.

Il tempo sufficiente a distrarmi e smarrirmi.

Il piano è questo: avere un sogno da sognare, qualcosa da toccare, un dubbio, un sorriso e una birra ghiacciata.

E vivere questo tempo d’estate, cincischiando.

Nel frattempo, fate come se ci fossi.

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Vola Gigino vola Gigetto, torna Gigino torna Gigetto

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Forse si dovrebbe approfittare di questo caotico disordine per cominciare a mettere un po’ di ordine.

Perché se c’è una cosa che in questi giorni ho capito della politica italiana è che se un politico dice una cosa, quella è.

Per cinque minuti.

Al sesto inizia il solito deprimente teatrino fatto di affermazioni, smentite, passi indietro, minacce, ritrattazioni, ripensamenti, forse sì forse no, conferme, passi avanti, due palle, un salto alla neuro.

Stasera fanno il governo, poi domani ci ripensano, domenica non lo fanno più, lunedì cambiano idea e martedi rifanno il governo.

Un governo qualsiasi, basta che respiri.

Sembra quasi una puntata di “Politica da incubo”.

A me tutto ‘sto guazzabuglio ricorda tanto una filastrocca che mi cantava mia nonna quando ero piccola: “vola Gigino vola Gigetto, torna Gigino torna Gigetto”.

Un salto e il pezzo di carta sul dito indice spariva, un altro salto e, come per magia, riappariva.

Comunque, in attesa di un governo che governi o nel caso mi dovesse chiamare Mattarella per far diventare anche me premier per un giorno, ho preparato la mia squadra di governo:

agli Esteri: Antonio Razzi

agli Interni: Rocco Siffredi

alla Giustizia: Don Matteo

all’Economia: Arsenio Lupin

all’Istruzione: Salvatore Aranzulla

allo Sport: Mila e Shiro

alle Politiche Giovanili: Maria De Filippi

alle Riforme Istituzionali: padre Pio

alle Pari Opportunità: Genny Savastano.

Viste poi le specifiche competenze in materia, Gigino terrà per sé il Ministero della Fuffa e Gigetto quello dell’Aria Fritta.

(Savoia, mi leggete?)

Intanto la crema antirughe che ho comprato non funziona.

Chiedo dunque l’impeachment della commessa della profumeria che me l’ha consigliata.

Era di maggio

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Per guardare altrove non ci vuole poi tanto.

Basta voltarsi e stare in silenzio, che a maggio solo la primavera dovrebbe poter dire qualcosa.

L’ho aspettata sotto la pioggia e l’ho vista incedere con ostinata perseveranza verso un inverno che si era affezionato troppo a questo spicchio di mondo.

E’ arrivata così, esagerata, spettinata e strafottente, come una donna che deve lottare ogni volta per ottenere le cose.

I giorni di letto e temporali hanno lasciato il posto a finestre aperte, vestiti colorati e pensieri leggeri.

Perché quando c’è il sole anche questo mondo sembra quasi un altro mondo.

La primavera è una confezione grande di sentimenti misti.

E’ lei che mi insegna a camminare lentamente, tanto non devo andare da nessuna parte perché ci sono già; a guardare un tramonto senza saper dove inizio io e finisce lui; a tagliere i rami secchi per vedere di nuovo il cielo; a smettere di fare le cose giuste e a cominciare a fare le cose belle; a cancellare il senso di colpa e a sfruttare il senso di attimo che fugge; a sorvolare con leggerezza su situazioni e persone che adesso non pesano più, dimenticando quanto spessore avessero un tempo; a scrollarmi di dosso coperte, maglioni e cose da fare, andando avanti sottraendo; a rivestire di leggerezza il piombo e ad infondere coraggio agli altri per ricordarmi di averne.

A maggio cambia tutto, dentro e fuori.

Dentro ci si nasconde un po’, se serve.

E d’improvviso c’è pace, equilibrio e tepore.

E non si capisce bene il perché, visto che la vita è quella di sempre, casuale, incasinata, improvvisata e caotica, ma è come se fosse arrivata la primavera anche lì e l’aria fresca della mattina avesse portato via le scorie di ieri.

Fuori ci sono le vetrine colorate del centro, i gelati da prendere all’aperto, le passeggiate in compagnia, i capelli a chignon, le bouganville che esplodono, il profumo del gelsomino che consola e l’aria che sembra essere senza peso e senza fatica.

Finalmente, penso.

Ci sono mesi che iniziano in un modo e finiscono chissà come. Maggio mi piacerebbe continuasse così.

Perché maggio è il mese che mi fa reggere tutto, gli sbagli, le urgenze, le mancanze, le incongruenze di tutto un anno, di tutta una vita.

Poi arriverà il caldo spudorato dell’estate e quando tutte le foglie autunnali saranno cadute, soltanto allora sarà inverno e varrà la pena aspettare la primavera.

Forse le stagioni le hanno inventate per questo, per non farci annoiare.

Intanto stamattina mi sono svegliata con una domanda: come sarà la primavera sui tetti di Montmartre?

Ventuno grammi

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Leggera come due gallette di riso, un cioccolatino, una carta di credito.

Eppure ci sono giorni in cui pesano tantissimo quei 21 grammi che dicono essere il peso dell’anima.

E ci sono storie di vita e di morte che si intrecciano nell’andirivieni di un mondo sfilacciato, squilibrato e colmo.

C’è la storia di Giada, 26 anni, fagocitata da giornate ingorde e bulimiche che chiedono di essere efficienti come macchine e veloci come automi.

Perché non si può restare indietro, né si possono deludere le aspettative altrui.

Nulla di ciò che aveva raccontato della propria vita era vero: non c’era nessun esame superato, non c’era nessuna tesi da discutere, ma Giada aveva organizzato quello che doveva essere il giorno della laurea nei minimi dettagli.

Aveva indossato il vestito più bello, scelto le bomboniere, prenotato il ristorante per il pranzo con amici e parenti.

Quando però i 21 grammi della sua anima hanno cominciato a pesare come se fossero 21 tonnellate, Giada si è buttata giù dal tetto dell’Università, dissolvendosi in una polvere fatta di menzogne, fragilità, doveri mai desiderati, sensi di colpa e singhiozzi.

Ventuno grammi di anima tagliata male.

E poi c’è la storia di Italo, 82 anni, occhi antichi e una mente che ribolle e non si acquieta.

Si è iscritto a Filosofia in cerca di risposte al dolore per la perdita della moglie, per curarsi l’anima dopo che quella della sua adorata Angela è volata chissà dove.

Ma l’anima non si ripara facilmente, non è come il cuore, non si trapianta.

Che cosa è l’anima?

E’ coscienza, è un soffio che ha la parvenza di eterno, è l’embrione di ciò che si è, è l’assenza del raziocinio oppure è il distillato del sentimento?

Esiste l’anima? E se esiste, dove va a finire dopo la morte? Quali forme assume?

Sono queste le domande tormentose e ossessive che hanno accompagnato Italo negli anni di lutto.

E quando la guerriglia del cuore si è un po’ attutita, Italo ha deciso di affrontare il dubbio filosofico, di sfidare la logica e i paradigmi della scienza per trovare conforto e risposte.

Ha attraversato territori fatti di ovatta e di spirito ed è andato oltre lo spazio, il tempo e la materia.

Oltre a ciò che la ragione umana può comprendere.

E, alla fine, ha preferito credere a Platone, a Tommaso Moro, a Pascal. A chi gli ha dato la possibilità di credere all’immortalità dell’anima.

Adesso Italo sta imparando daccapo il senso della vita.

Continua a vivere come metà, ma ora sa di essere la frazione invariabile di un doppio e che un giorno potrà ricongiungersi con la parte che gli manca.

Giada e Italo. Due portatori d’anima che, per motivi differenti, hanno accarezzato la mia.

Che ogni tanto pesa più di 21 grammi, ma metà sono per uso personale.

Scripta volant

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Un blog mi sembrava un buon posto dentro cui nascondermi.

In quei giorni avevo voglia di tana e di penombra e la voce mi chiedeva parole che non sapevo dire.

Da cinque anni ormai scrivo in questo posto strano che considero mio, ma non lo è.

I pensieri, quelli sì che sono miei.

Poi li scrivo e non sono più miei.

Ora sono di chi li legge.

Li concedo ad occhi che non conosco, come messaggi dentro una bottiglia, e quando ricevo un commento o una mail so che qualcuno, in questo scampolo di web, ha raccolto la bottiglia.

E’ così che le parole continuano a parlare ancora.

Si staccano da me, escono dalle mie pagine, attraversano frontiere impalpabili e prendono vita dentro vite altrui.

Un’osmosi che esiste senza essere vista.

Scripta volant.

Perché, in fondo, certe parole se non le regali a qualcuno non valgono niente.

O forse perché il segreto, anche qui, sta nell’incontrare persone che abbiano una storia da raccontare.

E trovarci dentro domande, risposte, sogni e turbamenti.

In questa mezza decade di pagine e di inchiostro ho letto tante storie e scritto quasi duecento post.

Scrivo per tenere alla larga le sciocchezze, per reinventare il mondo, per capire se ho capito.

Così poi il pensiero rallenta ed io riprendo fiato.

Post brevi, lavorando di lima, di sega, di pialla.

Perché quando si scrive per sottrazione si smussano frasi, si assottigliano concetti, si toglie il superfluo e di tante parole se ne fanno poche.

Centinaia di visite al giorno, qualcuna inciampata da chissà dove.

Tipo oggi, uno cercava “fondoschiena donna formosa” ed è arrivato qui. Ci deve essere rimasto male.

E poi ci sono i commenti che a volte sono più belli dei post e li aspetto per sentire come la pensano gli altri sulle cose che mi frullano in testa.

Persone che passano, guardano e rispondono.

Non li conosco, ma ci sono. Entrano a casa mia e lasciano un segno.

E allora capisco che non è importante scrivere o leggere, l’importante è ciò che passa tra chi scrive e chi legge.

… è una danza. Noi che scriviamo, voi che leggete. Balliamo insieme?” (A. Baricco)

 

 

Wishlist

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Ho quella cosa che solo una teglia di tiramisù potrebbe risolvere.

Non è un vero perché, sono tante minuscole ragioni.

E allora metto le mani sui fianchi e sbuffo perché io non volevo essere l’elefante e anche la cristalleria, la foglia e anche il vento, la sabbia e anche la clessidra.

Ma forse le cose che vanno al contrario sono solo quelle che stanno prendendo la rincorsa.

Un po’ come quei desideri che se ne stanno alla rinfusa dentro la mia testa e che, ogni tanto, tentano di evadere utilizzando una lima per le unghie.

Ho voglia di discorsi profondi e di sorrisi leggeri, di una confezione grande di piccole tregue, di autostoppismo galattico, di fare quel che devo non soltanto perché devo, di un barile di qualcosa, di urlare al correttore che la deve smettere di sostituire coglioni con ciglioni, di gnocchi al cavolo nero con fonduta di taleggio, di un nascondiglio da qualche parte, di parole col sapore di novità, di avere la sfrontatezza del punto e virgola e la tenacia dei mandorli in fiore sotto la pioggia, di chiedere ad un bambino come ci si meraviglia del mondo, di un riscaldatore professionista di piedi freddi, di mettere il cervello in salamoia, di casa, plaid, divano e Brunori Sas che canta “La verità”, di dire alla gente che si crede il libro delle risposte di cominciare a farsi due domande, di un governo che faccia cambiare idea anche a me che non l’ho votato, di fermare il tempo e ordinargli di diventare subito estate e di rimanerci finché non lo dico io, di non spiegare più niente a nessuno e rispondere “mafaiunpocomecazzotipare” così tutto attaccato, di dormire senza conoscere l’ora esatta in cui dovermi svegliare, di svegliare i vicini la domenica mattina con una canzone dei Metallica a palla, di andare a Bora Bora e passare le giornate sorseggiando Margarita.

Ma siccome i sogni non costano nulla e i biglietti aerei sì, io continuo a sognare.

Poi magari non succede nulla, ma potrebbe. Ed è questo che conta.

(Comunque domani salirò al Quirinale e mostrerò a Mattarella la mia wishlist, perché almeno il bonus di Renzi io francamente lo meritavo.)

 

 

 

 

 

Dietro la lavagna

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La cosa si può riassumere così.

Ci sono due professioni che tutti sono convinti di saper fare: l’insegnante e l’allenatore della nazionale.

Tutti, persino chi scrive “ha” senza acca e chi non conosce il fuorigioco.

E quando, con saccenteria e cattedratica supponenza, li sento sentenziare su queste cose, finisce che baruffo. Baruffo con tutti.

L’arte di insegnare, ad esempio, credo che sia la più difficile da imparare.

Richiede costanza, pazienza, severità e tecnica.

E non è un mestiere fatto solo di contenuti da passare, ma di segni da lasciare.

Chi insegna, in fondo, si prende cura di un pezzetto di futuro.

Così faceva il maestro Perboni del libro Cuore. Schivo ed austero, dedicava tutto se stesso all’istruzione dei suoi alunni che vedeva come la famiglia che non aveva mai avuto.

O il maestro Manzi che, in una tivù in bianco e nero e in una trasmissione dal titolo  “Non è mai troppo tardi”,  insegnava a leggere e a scrivere, disegnando mele su un foglio bianco.

Questa nuova moda di picchiare gli insegnanti, loro non l’avrebbero mai capita.

Loro avrebbero messo genitori e alunni che picchiano i professori, tutti insieme dietro la lavagna.

A riflettere sui propri errori e a scrivere cento volte “sono un coglione” sul quaderno a righe.

Perché questa violenza nasce dalla prepotenza di chi vuole avere sempre ragione.

E mi chiedo quando siamo diventati così, ma soprattutto perché.

Ai miei tempi, se prendevo una nota o un brutto voto, a casa prendevo il resto da mio padre.

Mai uno schiaffo, però.

Bastava una sgridata, un castigo, un’occhiataccia e qualche giorno di silenzio.

Perché non era lo schiaffo, ma il silenzio che contava.

Serviva a farmi capire la colpa, a farla mia.

Adesso i figli non hanno più colpe e i genitori, dopo aver messo bocca sugli orari delle lezioni, sui voti, sulle bocciature, sui libri di testo, sui compiti delle vacanze, escono di casa in pigiama e vanno a scuola a rompere il setto nasale o a spezzare qualche costola all’insegnante che ha osato rimproverare il loro pargolo.

In fondo è per questo che si mandano i figli a scuola, perché diventino migliori dei padri.