Che ne sai tu di un campo di grano?

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Un po’ è il cuore che pulsa e chiede aria, un po’ è la primavera che incede e un po’ sono io.

Da queste parti sembra non mutare mai nulla, eppure è tempo di voglie, di fragole, di colline che scoppiano d’oro e di vento che pettina le spighe.

Quasi quasi allora mi siedo e imparo a fare i cerchi nel grano.

Qui, dove la terra conserva segreti che non ho mai conosciuto e nasconde semi appartenuti a chissà chi.

Intreccio parole mai dette con spighe morbide e dorate e aspetto che il respiro torni normale.

E tra stridori d’insetti che circolano senza tregua e battiti d’ali di farfalle che svolazzano senza meta, annodo steli, dipano umori e ascolto suoni.

Hai mai ascoltato il vento in mezzo a un campo di grano?

E’ un fruscio che dondola pensieri e allontana borbottii umani.

Così, mentre un rosso papavero mi osserva da lontano, io piego spighe e le lego tra di loro, come in un abbraccio.

E ricamo spirali, quadrati e cerchi così perfetti che sembrano fatti col compasso.

Effimeri e fugaci, eppure bellissimi.

Forse disegnerò un mandala.

O un’isola, con una casa bianca e le finestre azzurre.

Oppure una ballerina dentro un carillon che si mette le cuffie e ascolta l’hard rock.

Poi riporrò le mie speranze sugli alieni.

Sarebbe bello sparire senza far rumore e andare in un posto lontano.

Al di là di tanta ordinaria mediocrità, per qualche giorno.

Mi basterebbe una stanzetta su un pianeta evanescente e liquido, uno di quelli che nessuno ha ancora scoperto.

O un piccolo orto su Marte dove piantare tulipani, coltivare ravanelli e trovare risposte alle grandi domande.

Chi siamo? Dove andiamo? Che lavoro fanno le fashion blogger? Dove finiscono i calzini ingoiati dalla lavatrice? Quanti mariti ha avuto Brooke di Beautiful? E i marò?

Ma gli alieni, si sa, temono che la stupidità umana possa contagiarli e si tengono alla larga dalla Terra.

Come biasimarli, sono così tante le cose su cui scivola il nostro scivoloso pianeta.

Sarà che, mentre loro fanno cerchi nel grano, noi facciamo buchi nell’acqua?

Sarà questo.

 

La scimmia nuda balla

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Come quei legni che non hanno direzione, ma che nessuna tempesta riesce a far affondare.

Galleggiamo sopra i giorni, ogni giorno.

Persino Darwin ci guarda con occhi amari e scuote la testa.

Evoluzione un cazzo, pensa a labbra strette, mentre le volute di fumo della pipa si attorcigliano come pensieri.

Qualcosa è andato storto.

Se, alla fine, le farfalle si stanno estinguendo e a sopravvivere felici sono solo le mosche, se i ghiacciai spariscono e il mare si riempie di morti e si svuota di pesci, se si ruba nella cosa pubblica e nella cosa privata, se si evadono le tasse e le regole, se si premia l’incompetenza e l’ignoranza, se ci raccontano che ne va del nostro bene facendoci dimenticare che il bene è altrove, se il mondo si divide in due, da una parte i buoni, dall’altra i cattivi e ogni mattina ci si deve alzare e scegliere da che parte stare, qualcosa è andato storto.

Se gazzelle o leoni, squali o cani non fa differenza perché a galla rimangono solo i più furbi, se dopo aver perso la coda si va avanti con mezzucci mediocri per non perdere anche la faccia, se da scimmie appassionate di banane siamo diventate scimmie esperte di calcio quando c’è una partita, di polita estera quando c’è un attentato e di tettonica a placche quando c’è un terremoto, se siamo incapaci di fare un caffè senza cialde, di stare una giornata senza selfie, di vivere le pur piccole gioie senza social, di spegnere il computer, staccare il telefono e guardare in faccia chi ci sta attorno, allora qualcosa è andato  decisamente storto.

E se, cercando su Google la parola “Darwin”, i primi risultati riguardano la trasmissione di Bonolis, ciò che è storto non si raddrizzerà più.

Ma intanto, mentre l’evoluzione inciampa, la scimmia nuda balla.

E sogna un mondo dove i soldi cadono dal cielo, dove si dimagrisce mangiando e si ingrassa facendo i digiuni, dove i malati che si sono rotti le palle si staccano la spina da soli, dove le macchine fotografiche si rifiutano di fotografare chi fa finta di sostenere la torre di Pisa, dove le brioches hanno la marmellata dappertutto e non solo al centro e, soprattutto, dove conta più essere che esserci.

Perché, in fondo, è quando la vita si distrae che cadono gli uomini.

Pot-pourri

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C’è il rossetto rosso che certi giorni mi tiene in vita e l’orgoglio che invece mi tiene a freno.

C’è la pizza da mettere in forno e l’anima da mettere in pace.

C’è un sapore che mi ricorda un profumo e un profumo che mi ricorda una voce.

E c’è un silenzio pieno di parole taciute, in mezzo al resto che fa solo rumore.

Ci sono le bollette da pagare e i conti da far tornare.

Ci sono le puntate di Narcos da vedere, le mail a cui rispondere, lo spam da ignorare.

Ci sono i tetti di Montmartre da fotografare e il Central Park da visitare.

E ci sono così tante cose da dire, ma le mie parole giocano a nascondino.

C’è la voglia di allentare la stretta sul manubrio, togliere i piedi dai pedali, chiudere gli occhi e sentire il vento in faccia.

C’è che a volte basta poco così per arrivare tanto più in là.

C’è che non mi curo molto del giudizio altrui, ma sto attenta al mio che so essere severo.

E c’è il coraggio, quello che infondo agli altri per ricordarmi di averne.

Ci sono pensieri da abbandonare ed altri a cui aggrapparmi per non annaspare.

Ci sono vecchi lividi da sbiadire e nuovi inchiostri da infilare sottopelle.

Ci sono le distanze che sfuggono e le ore che non bastano.

E ci sono le carezze che non posso dare e gli insulti che non posso dire.

C’è la torre sbilenca di libri già letti e pagine che attendono ancora i miei occhi avidi.

C’è chi aggiunge orpelli, fronzoli e ghirigori e chi ha imparato a dire le cose con metà parole, sperando che bastino.

C’è che se scrivere è travestirsi, io preferisco chi si denuda.

E c’è che, alla fine, si riduce tutto ad avere qualcosa a cui pensare.

Ci sono luoghi senza mura, ma pieni zeppi di nascondigli.

Ci sono tramonti sempre più rossi e sempre più tardi, come se il buio sapesse che deve aspettare ancora un po’.

Ci sono le foto che con il tempo si sciupano e i ricordi che con il tempo migliorano.

E ci sono giorni che possono essere anche uguali, ma io no.

C’è che il modo più bello di voler bene è quello dei bambini, senza chiedersi perché.

C’è il tempo che è un setaccio e separa le voglie dai bisogni e ci sono io che oggi li ho entrambi, domani si vedrà.

C’è dell’altro, guardando oltre.

E poi c’è il mare.

(Volendo, ci sarebbe anche il mio nuovo avatar. E’ un regalo di Ysingrinus, uno che con le parole e le immagini ci gioca, ma con le persone mai.)

 

C’era una volta

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L’orgoglio è una roba strana.

Arriva improvviso per le cose più impensate ed è tanto più grande quanto più piccole sono queste cose.

Nel leggere ciò che ha scritto Matteo il groppo in gola c’è stato.

Una minuscola commozione, una stilla di fierezza ziesca.

Forse l’amore per i libri si può anche insegnare.

O forse abbiamo tutti bisogno di addormentarci sentendo una fiaba.

Una di quelle che accarezza dentro e fa chiudere gli occhi.

E fa andare in un altrove inventato.

Fatto di carta ed inchiostro, ma che sembra reale.

Leggendo quel libro, Matteo ed io siamo stati in un castello della Loira con La Bella e la bestia e tra le rovine di Machu Picchu con Le follie dell’imperatore.

Abbiamo percorso le strade silenziose di Collodi con Pinocchio e quelle festose di New Orleans con La principessa e il ranocchio.

Abbiamo passeggiato per i boschi con Cappuccetto rosso e per le savane con Il re leone.

Io con i miei occhi grandi e lui con i suoi occhi curiosi.

Che sembrano sguarniti davanti al mondo, eppure già misurano facce, scrutano movimenti, scandagliano parole.

Rubano e imprigionano per provare a conoscere ciò che non sanno.

Degli occhi di Matteo invidio i libri che ancora dovranno leggere.

Alcuni evaporeranno velocemente perché non troveranno appigli, altri rimarranno incastrati nei pensieri per sempre.

Ma Matteo ha solo sei anni e, adesso, nessuna saggezza mi appare più saggia di quella di guardare il mondo attraverso le favole.

Per conoscere, con racconti di volpi, lupi, formiche e cicale, i vizi e le virtù umane.

E imparare che i draghi e i mostri esistono, ma che possono essere sconfitti.

Ci sarà tempo per capire che anche le favole bisogna saperle raccontare.

E che il segreto forse non è il racconto, ma è come si ascolta.

Intanto, regalerò a Matteo Il piccolo Principe.

Così potrà leggerlo durante l’estate e scoprire che l’essenziale è invisibile agli occhi e che non si vede bene se non con il cuore.

A me l’hanno insegnato da piccola e non lo scordo più.

Anche se, a volte, me ne servirebbero almeno tre, come il polpo.

Che un cuore solo si consuma ad usarlo tutti i giorni.

Ma questa è un’altra storia.

 

Donne, mimose e tacchi alti

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Nascere donna, odiare le mimose ed amare i tacchi alti è troppo in una sola vita.

Ciò mi impone di stare sempre in secondo piano, perché se voglio stare al centro sono superficiale e vanitosa.

E talvolta posso dire la mia, ma un po’ scusandomi come se avessi torto per principio, o il torto fosse di avere un’opinione mia.

Se per caso poi mi capita di avere una qualunque idea, non posso difenderla con veemenza, perché sennò sono aggressiva.

E non posso nemmeno far notare che gli altri dicono cazzate, perché sennò sono saccente.

Difficile essere donna in un mondo infiocchettato di rosa e carino come una bomboniera, dove ci sono donne che, in quanto donne, pensano di essere migliori degli uomini.

Perché dotate, manco a dirlo, di una sensibilità maggiore e di un’umanità superiore.

Ed è difficile essere donna al cospetto di uomini che, in quanto uomini, sono convinti di sapere come vada il mondo e quindi di doverlo spiegare a me che sono donna.

Perchè è vero che per alcuni io sono una creatura meravigliosa, piena di qualità e intelligente.

Ma di quella intelligenza che mi consente al massimo di capire come si programma la lavatrice e non di fare l’ingegnere nucleare o il primario di cardiochirurgia.

Non mi piace, quindi, che ci sia una ricorrenza a sè per ribadire diritti che sono già sacrosanti.

Un solo giorno, ogni anno.

Fino a quando ci saranno donne sfruttate, violentate, infibulate, lapidate, ripudiate con l’acido in faccia, che ho da festeggiare?

Fintantoché, per lo stesso identico lavoro, sarò pagata meno di un uomo o tacciata di andare a letto col primo che capita per far carriera, che me ne faccio degli auguri e delle mimose?

Tanto il giorno dopo l’otto marzo tornerò ad essere la solita donna di sempre.

Quella costretta a fare a brandelli sogni e desideri e ad agganciarli a zavorre di compromessi, pregiudizi e luoghi comuni.

Il poco che resta è stropicciato.

Un rimasuglio di cuore e un frammento di testa.

Che io la sento ancora la solfa che le donne studiano perché hanno queste ambizioni assurde, tipo realizzarsi nel lavoro.

E che invece dovrebbero concentrarsi sulla famiglia, mettere al mondo figli da mandare a scuola con il grembiule sempre lindo ed essere remissive, comprensive, laboriose.

Allora mi piego alla rassegnazione e aspetto che qualcuno, un giorno, mi riconosca diritti non in quanto donna, ma in quanto persona.

Che parli di me senza farmi cascare troppo le braccia e con parole non più vestite di ipocrisia ed intrise di retorica.

Oggi, quindi, vanno bene gli auguri, i fiori, le rose, le mimose, gli scioperi, le feste con lo spogliarellista e persino gli otto giga in omaggio da Tim.

Io preferirei, però, mazzi di scarpe.

E tacchi alti come trampoli con cui camminare fiera verso un mondo che non dovrà più supplicare se stesso per ricordarsi che le donne sono creature degne di rispetto e portatrici di dignità.

Ogni giorno, a prescindere dalla data sul calendario.

Ma a chiunque pensi che oggi sia una festa, auguri.

 

Parentopoli

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Si addolcisce il cuore che ritrova rami e radici.

Per un po’ si nutre di assenze che si fanno presenze e di affetti che sanno esserci, senza esserci.

Il mio si lascia alle spalle una decina di abbracci, una sfilza di occhi lucidi, una manciata di coriandoli e un “dovremmo farlo più spesso”.

Prendere un aereo e accorciare le distanze.

E trascorrere giornate tra risate, memorie e vecchi tempi.

E poi mangiare in dieci su un tavolo da quattro.

Stretti, come solo i parenti stretti sanno stare.

A quel tavolo c’era pure Giuseppe.

Che tutti però chiamano Enzo, senza sapere perché.

Forse perché mio zio Enzo é uno, ma contiene mille sè.

Calciatore, macellaio, imprenditore edile, mediatore immobiliare, cinematografaro, produttore di frutta biologica, politico.

Ogni volta si arrangia e ogni volta qualcosa s’inventa.

Oppure si smonta in mille pezzi e si ricostruisce daccapo.

Perché lui è radice, ma è anche foglia. E’ albero, ma è anche vento.

Ha una mente pensante che non conosce appagamenti e un’anima inquieta, mutevole e smaniosa.

Ha occhi antichi che dicono senza dire nulla e che leggono anche dove non ci sono pagine.

Mio zio sa di greco e di latino, di diplomazia e di contratti.

E’ fatto di poche parole, di tante opere e di qualche omissione.

Io, comunque, ho sempre riso e sorriso alle chiacchiere che si fanno su di lui.

Quelle che si diffondono da una casa all’altra, di bocca in bocca, come una catena di Sant’Antonio.

E mentre in troppi parlano e chiedono e giudicano, lui osserva e tace.

Perché ha capito che anche con i peccati bisognerebbe fare alla romana e ognuno scontare i suoi.

Allora finge quel poco che serve per disinteressare gli indiscreti e per ammansire i polemici.

Cambia pelle e cambia colore perché sa che si vive anche di piccole camaleontiche finzioni.

E poi sa che ciò che viene reso non sempre ripaga ciò che viene dato.

E che se tutto si traduce in entrate ed uscite, allora serve a poco ragionare con il cuore.

Lo sa perché anche lui si applica da sempre alle sfere del dare e dell’avere.

Un tempo per brama famelica di possedere di più. Adesso per desiderio maturo di mischiare quattrini e sogni.

E allora mi chiedo perché io, così convinta che si debba vivere con ciò che si ha dentro, poco o tanto che sia, alla fine ho sempre fatto il tifo per lui.

Forse é solo sangue. Oppure è stima.

Sì, forse é la stima la parentela più stretta che c’è.

Perché è vero che siamo due pianeti dissonanti, io e mio zio Enzo.

Distanti per abitudini, passioni, visioni.

Lui che cerca di spiegarmi che alcuni non sono limiti, ma possibilità.

Ed io che continuo ad arroccarmi a confini che per me non possono essere varcati.

Ma in questi giorni di volti coperti da maschere, ho visto la sua faccia.

Una faccia e mille sfaccettature.

Ed ho conosciuto le tramutazioni, gli incantesimi, gli inganni, gli orchi e i draghi di cui é piena la sua storia.

Una storia con un finale sempre da aggiustare.

Scrivere un post su uno zio?

Dovevo pur dire a qualcuno che esistono certi parenti e che sono creature che sembrano uscite da un libro di avventure.

 

La forma dell’acqua

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Come un’opera che si edifica senza accontentarsi della fine.

Fatta di mattoni e cemento e di sostanza che prende forma con l’andare delle stagioni.

E’ un cantiere che non finisce mai, la costruzione di sè.

Si parte dagli angoli, precisi e fissi come quelle quattro cose importanti della vita.

Poi, lentamente, si delimitano i muri esterni. Uno alla volta.

Ci si fabbrica ogni giorno, affidandosi al regolo, alla livella e al filo a piombo.

Un lavoro che richiede tempo e pazienza e porte aperte per farci entrare il vento e la luce.

Ogni tanto si mura qualche dubbio, si cambia una piastrella scheggiata, si ripara una crepa o si sale sul tetto e ci si fa un lucernario.

Per guardare da dentro com’è bello fuori.

E se a volte si sente qualche scricchiolio, è solo la struttura che si assesta.

Dentro questa fortezza fatta di pietre antiche e pesanti e di muschio che copre le pareti e rampicanti che si infilano nelle fessure, c’è la sostanza che si disfa e si fa.

Come acqua che scorre dai fiumi al mare e dal mare ai fiumi, senza sosta e senza forma.

“Qual è la forma dell’acqua?”, si interroga Camilleri in uno dei suoi romanzi.

“L’acqua non ha forma. Piglia la forma che le viene data”, gli risponde Montalbano.

Come farlo capire anche a Matteo?  

Che l’acqua non ha forma e che é un tentativo inutile quello di nascondere con la forma, la mancanza di sostanza.

“Zia, hai visto che bei voti?”, mi ha detto sfoggiando uno dei suoi sorrisi sdentati.

Prima elementare, prima pagella del primo quadrimestre.

Una sfilza di otto e di nove che commuove ed inorgoglisce.

Conquistata a colpi di vocali e consonanti scritte in stampatello sul quaderno a righe e di numeri storti e sbilenchi su quello a quadretti.

Come fargli capire che, se l’acqua non ha forma, spetta a lui darle almeno sostanza, colore e sapore?

Sarebbe bello insomma che Matteo, goccia dopo goccia, riempisse la sua bottiglia non di otto e di nove, ma di cosa, di come e di perché.

Che capisse che una bottiglia bella fuori non sarà mai una bella bottiglia, se dentro ha acqua sporca e inzaccherata.

E che studiasse la tabellina del nove o la poesia di Pascoli o la storia dei Sumeri non per prendere buoni voti, ma per diventare una persona capace.

Capace di difendersi, di non farsi raggirare con le parole, di non farsi dare etichette da nessuno.

Che l’etichetta, si sa, nasconde il contenuto.

Se poi Matteo imparerà anche a mettere qualche accento giusto, ad imbroccare le acca e ad azzeccare i congiuntivi, allora la sua acqua non sarà mai quella di una comune bottiglia di plastica.