Papale papale

andreotti

Legge dell’ovvietà semaforica: da qualunque parte arrivi il semaforo sarà sempre rosso.

1° Corollario: la precedenza va data a chi grida più forte.

2° Corollario: se dici qualcosa che non offende nessuno, non hai detto niente.

Sono al semaforo. Ovviamente è rosso. Il tizio della macchina accanto si sta scaccolando. Mi guarda e accenna un sorriso. Ha un colorito esageratamente finto e non è provvisto di regolare dentatura.

La tipa della macchina dietro tiene la musica a palla. Il sound neomelodico si sente distintamente, anche con i finestrini chiusi. Tiene il tempo con la testa e tamburella le dita sul coprivolante leopardato a pelo corto. Ad ogni semaforo si fa un selfie e lo spara su Facebook.

Da qualche parte ci sono anche un lavavetri e un venditore di rose.

Io fingo di guardare altrove. Poi succede. Succede e basta. Comincio a pensare. E quando i pensieri si fanno più intensi e decido di lasciarli andare, questi parlano in dialetto.

Non c’è niente da fare. In coda al semaforo succede sempre così. Partorisco pensieri in siciliano.

Non tutti, solo ciò che deve essere incisivo. Ciò che deve essere detto senza tanti giri di parole. Senza tanti peli sulla lingua. Papale papale.

Perchè le stesse cose dette in italiano sembrerebbero banali, insipide, inefficaci. “Mi stai infastidendo profondamente” non rende bene l’idea. “Mi hai scassato i cabbasisi” invece si.

L’inizio della fine comincia appena scatta il verde. Una frazione di secondo dopo.

“Ahò, ma che c’hai preso la residenza a ‘sto semaforo?” urla Mister Sorriso.

“Delafia. Si pò sapè che tonalità di verde aspetti? Maremma maiala” strilla la tipa della macchina dietro. Poi, masticando altre parole intraducibili, ingrana al marcia e sorpassa sgommando.

E’ proprio in quel preciso istante che i miei pensieri cambiano lingua. Babbu, viddanu, maccarruni, ti pigghiassi a timpuluni, o viri cu sciurna, si nuddu ammiscatu ccu nenti, si pessu ra testa e peri, sucati un pruno, c’hai na Panda ma ti spacchii ca pari ca c’hai na Biemmevvù. Il repertorio è tutto in madrelingua e va snocciolato rigorosamente in questo ordine.

L’elegante frasario, di solito, termina con “curnutu” seguito da tanti punti esclamativi quanto piú è alto il livello di sfanculaggine.

“Curnutu!” con un solo punto esclamativo significa: “Ma stai più attento, cavolo!”.

“Curnutu!!” con due punti esclamativi significa: “Ma chi ti ha dato la patente?!”.

“Curnutu!!!” con tre punti esclamativi significa: “Cornuto e mazziato!!!”.

In caso di fretta i primi due tipi di “curnutu” possono anche essere mimati e sostituiti dal classico gesto della mano fuori dal finestrino. Il terzo tipo, invece, va sempre espresso a voce.

Queste sono le cose che penso. Che non assomigliano mai a quelle che dico. E così, in coda al semaforo rosso, dico al massimo “che camurria!”. Però lo dico papale papale.

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Bischeri e bischerate

Listener2

Smentisco ufficialmente le indiscrezioni riportate stamani da alcuni quotidiani nazionali ed esteri.

Non sarò ministro del governo Renzi.

Matteo le ha provate tutte per convincermi, lo ammetto. Mi ha contattato via mail, via fax, su Twitter, su Skype e anche su WhatsApp.

Ho ringraziato, ma risolutamente declinato.

Mi ha chiamato persino al cellulare. “Pronto, sono Matteo. Matteo Renzi”.

“Mi dispiace, ha sbagliato numero”, è stata la mia risposta.

Perchè io non sono nè un ripiego, nè una ruota di scorta. Che questa cosa sia messa agli atti. Essere stata contattata dopo Baricco, Barca, Saviano, Pisolo, Brontolo e Mammolo, dopo Turiddu u scarparu e dopo che, anche l’uomo del monte gli ha detto no, mi ha fatto incazzare parecchio.

Non è che solo perchè si chiama Matteo tutto quello che dice o fa è Vangelo. E stavolta ha fatto proprio una grande bischerata, per dirla nella sua stessa lingua. Un’enorme minchiata, per dirla nella mia.

Alla fine, pare che i ministri verranno scelti dalla giuria demoscopica di Sanremo e che i nomi saranno resi noti nella finalissima di sabato sera.

Io, però, sono già in grado di darvi qualche anticipazione. Ecco come sarà formata la squadra di governo di LoRenzi il Magnifico:

ai Trasporti: il comandante Schettino

alla Difesa: Iron Man

all’Economia: la casalinga di Voghera

agli Esteri: Fantozzi con la corazzata Potemkin

alla Giustizia: Don Matteo

alle Politiche Agricole: i due fratelli Elkann, perchè quattro braccia restituite all’agricoltura sono comunque meglio di due

alle Politiche Giovanili: Maria De Filippi

all’Immigrazione: Carlo Conti, scelto più per il colore della pelle che per specifiche competenze

all’Istruzione: Cetto La Qualunque

allo Sport: Mila e Shiro

alle Attività Produttive: Rocco Siffredi, a cui è stato chiesto di essere “rigidissimo” nel ricoprire tale ruolo.

Renzi terrà l’interim del Ministero della Fuffa. Sicuramente lo farà per senso di responsabilità, per il bene del paese e perchè è l’Europa che glielo chiede.

E intanto fuori piove. Futuro governo ladro.

Cose dell’altro mondo

Listener2

L’ultima volta che ci siamo viste ricordo di averle chiesto “Quando ci rivedremo?”.

“Quannu l’acqua tene ‘nto panaru” mi aveva risposto. Ho capito così che quella sarebbe stata l’ultima volta che avrei visto mia nonna. Perchè l’acqua non potrà mai stare in un paniere. Mai e poi mai.

Poco dopo i suoi occhi si sono chiusi. Per sempre.

Qualche notte fa l’ho sognata. Un sogno bellissimo, di quelli che sembrano veri.

Aveva i capelli messi in piega, la camicetta a fiori e le scarpe aperte davanti per lasciare posto a quel fastidioso alluce valgo. Profumava di borotalco, come sempre.

Ci siamo raccontate tante cose, di questo e dell’altro mondo.

“Cosa fai di bello lassù?” le ho chiesto. “Faccio accoglienza” mi ha risposto. Ed ha sorriso.

Perchè nell’altra metà del cielo ognuno ha il suo posto. Ognuno ha il suo compito e, in ogni compito, c’è un pezzo della propria storia. Mia nonna fa accoglienza e non avrebbero potuto assegnarle compito più bello.

Io, lassù, lo immagino così. Uno spazio immenso, alla fine del tunnel. Un grande albergo, un giardino fiorito. L’ambiente è ospitale, la conduzione è familiare. Ogni camera è un piccolo angolo di paradiso. E odore di borotalco, ovunque.

Querce secolari, alberi che sembrano toccare il cielo, frutti che hanno tutto un altro sapore. Piscine in cui rigenerarsi, fontane in cui rinfrescarsi, benessere per il corpo, terme per l’anima. Anche la cucina, lassù, è divina.

Perchè lassù si può mangiare quello che si vuole senza ingrassare mai. Lassù non ci sono file da fare, cose da comprare, faccende inutili da sbrigare. Non ci sono rughe da nascondere, capelli bianchi da tingere, mode da seguire. Lassù si archiviano cose che vanno dimenticate, si vedono cose che non esistono, accadono cose che si possono solo immaginare. E poi si balla sempre, anche quando la musica è finita. Lassù ogni storia è a lieto fine.

E prima o poi, ci si ritrova tutti. E si ritrovano, anche, tutte quelle persone a cui non si è potuto dire grazie. O scusa.

Un posto incredibile. Lo immagino, più o meno, così.

Qualcosa di simile alla sensazione che si prova quando ci si toglie le scarpe a fine giornata. Sollievo, piacere, meraviglia.

Mia nonna, dunque, si occupa dell’accoglienza. Basta un suo sorriso per sentirsi a casa. Basta un sorriso, non serve altro.

Per altri dettagli sul soggiorno, chiamare alla reception, ore pasti, e chiedere di Nonna. (Max serietà, astenersi perditempo).

Natura morta con banana

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Che poi, io, nemmeno ci volevo andare.

Perchè ci sono cose nella vita che non capirò mai. La regola del fuorigioco, le quotazioni in borsa e neanche le divisioni con la virgola.

Alla fine, invece, ci sono andata. Ad una mostra di artisti concettuali che esponevano opere concettuali elaborate attraverso mappe, manco a dirlo, concettuali.

Ecco un’altra cosa che nella vita non capirò mai, l’arte contemporanea. Quella talmente contemporanea che non hanno ancora inventato le parole giuste per descriverla. E allora si ricorre a parole vuote di senso. Parole che significano tutto e il contrario di tutto. Come sensoriale o estetica o metafisica. Oppure concettuale.

Ma che dice quello?” “Eh…e che dice? Spiega le cose che noi non potemo capi’ “. Mi sono sentita come la moglie buzzicona di Alberto Sordi in visita alla Biennale di Venezia nel film “Dove vai in vacanza?”. Un po’ disorientata, un po’ confusa e anche un po’ ignorante. E come lei, con una gran voglia di stravaccarmi su una sedia aspettando di essere scambiata per un’opera d’arte. Ecco, è così che mi sono sentita.

Ne ho viste di tutti i colori. Letteralmente. Un quadro tutto bianco con un paio di righe rosse e blu. Rappresenta la Confusione, mi hanno detto. Un dipinto totalmente nero. Raffigura la Tristezza, mi hanno spiegato. Una tela con un buco al centro. Quello squarcio improvviso riproduce l’Infinito, ha commentato qualcuno. Esprime il buio cristallizzato che è dentro di noi, ha detto, invece, qualcun altro.

Siccome volevo capirci di più, mi sono avvicinata a leggere la didascalia dell’opera. “Bloccato un soffio prima dell’astratto”, c’era scritto. Che è quasi come tarapia tapioca, una  supercazzola prematurata.

Alberi secchi appesi per aria, materiali edili ammucchiati nel centro di una stanza, scatole di scarpe vuote, preservativi usati, colori sbrodolati sul pavimento, sculture fatte con lo scotch da pacchi, disegni simili a quelli dei bambini dell’asilo. Sembravano scarabocchi. Invece sono metafore, così mi hanno detto.

E poi ho visto tante banane. Nature morte con banane morte, nature morte con banane che parevano vive, nature morte con banane morte ma quasi resuscitate.

Ho visto alcuni impegnati a leggere e studiare queste opere d’arte, altri prendere appunti oppure stare in riverente silenzio davanti alla loro banana preferita. E un po’ li ho invidiati. Perchè nei loro volti c’era lo stupore, la meraviglia, l’entusiasmo.

E invece per me una banana è solo una banana, un buco è solo un buco e una scatola di scarpe vuota è solo una scatola di scarpe vuota. Nient’altro.

Il quadro più interessante che ho visto è stato quello con la scritta Uscita.

E uscendo ho capito che l’arte contemporanea non è concettualmente brutta. E’ diversamente bella. E che anche una banana, disegnata alla mentula canis, costa un fottio.