Quel che passa il convento

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Ci sono storie così delicate che è difficile raccontarle. Perchè si fa fatica a tradurle in parole o perchè non c’è un orecchio pronto ad ascoltarle.

Questa storia è di qualche giorno fa e spero di riuscire a raccontarla nel modo in cui vorrei.

Comincia con una suora che va in ospedale in preda a forti dolori al ventre e termina con la nascita di un bambino. Nel mezzo, promesse disattese, voti infranti, castità violata.

Persino l’antico monito “Si non caste, tamen caute”  è stato ignorato. Se non castamente, almeno con cautela. Se non si riesce a vivere  in castità, che la trasgressione sia vissuta almeno con prudenza, con verecondia, con pudore. Caute, con cautela.

Ecco cosa è mancato a questa storia. La cautela.

Si è passati dal normale stupore iniziale alla fastidiosa morbosità, alla facile ironia fino alla più meschina goliardia. Nessuna prudenza, nessun riserbo, nessun pudore.

“Suora incinta a sua insaputa” così la notizia è stata data in pasto all’opinione pubblica.

“Ha fatto tutto da sola” è stato il commento della madre superiora.

“Il figlio dello spirito santo”, “il figlio del peccato”,”la nuova monaca di Monza” ha chiosato il popolo della rete. Il moralismo ha trionfato, ovunque.

Perchè da noi funziona così. Se un prete si innamora di una parrocchiana e lascia l’abito talare il peccato è, comunque, veniale. Se una suora rimane incinta si grida, invece, allo scandalo e il peccato diventa mortale. Come se fosse possibile misurare il peso della vocazione con la bilancia, invece che con la coscienza.

Ecco come la penso.

Penso che predicare bene e razzolare male sia solo una delle tante debolezze di una chiesa fatta di uomini e, quindi, di peccatori. Penso che non spetti a noi giudicare il peccato o il peccatore. E che non spetti a noi perdonare o castigare.

Penso che una suora che mette al mondo un bambino non sia più una suora. Una donna però si e, come tale, merita rispetto. Penso che una storia che parla di vita, di diritto alla vita e di scelte coraggiose sia una storia da raccontare con dignità e con cautela. Senza giudizi affrettati, senza processi mediatici, senza gogne pubbliche.

Penso che la fede renda visibile ciò che non lo è ma, chi pretende di vedere tutto e subito, è solo in malafede. Penso che, per prendere decisioni così difficili, sia necessario ricorrere alla fede e mettere a tacere i paradossi della ragione. Penso che la religione non faccia rima con castrazione e che la fede non dia nutrimento alla carne ma solo all’anima. E penso che, per custodire la fede dai quotidiani canti delle sirene, ci voglia davvero tanta fede.

Penso che sia meglio una suora mamma che un prete pedofilo, che sia meglio una mamma felice che una suora scontenta. Penso che il vero miracolo di questa storia sia stato la nascita di un bambino e che Francesco sia un bel nome.  E penso che non bisognerebbe mai accontentarsi di quel che passa il convento. Perchè accontentarsi o essere contenti non sono la stessa cosa.

Io la penso così. Voi pensatela come volete.

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13 pensieri su “Quel che passa il convento

  1. Io non vedo ne suore ne mamme… la tonaca non fa la monaca, si vede che a forza di curare i trovatelli si sarà presa cura di chissà che altro genere di trovatello però sono problemi della coscienza da suora, non di quelli da donna. Io in questa storia vedo solo il decadimento di valori in ogni ganglio della società… una società anarchica e decadente! Quanto altro manca per toccare il fondo???
    Ciao José! kiss…

  2. Avrei voluto raccontare come la penso,ma come sempre ci sei tu e intervieni al momento opportuno. Cosi,è cosi che la penso pure io e indubbiamente meglio una mamma che un pedofilo

  3. E’ capitato. E certamente l’unica offesa è stata fatta contro una chiesa che scaccia una suora rimasta incinta, la stessa chiesa che alcun provvedimento contro uomini che i bambini non lo partoriscono, ma li molestano. Questo non riesco a togliermelo dalla testa.

    • È da duemila anni che la chiesa commette errori, alcuni imperdonabili. Quelli di cui parli tu sono proprio i peggiori, sia che si tratti di preti o non preti. La gravità non cambia.

      • La penso come te. E penso anche che se pretendi di essere la guida morale e spirituale di una società – con eventuali pretese universalistiche – dovresti come minimo essere irreprensibile, non fosse altro per il dio che dici di rappresentare. Secondo me la gravità degli atti aumenta, da un certo punto di vista…

      • Hai perfettamente ragione. Non è alla chiesa come istituzione che si deve chiedere un cambiamento, ma agli uomini di chiesa che, in quanto uomini predicano bene e razzolano male.

      • Precisamente. Anche perché sono soprattutto gli uomini che fanno la chiesa, ma sai, io non sono cattolica, probabilmente il mio punto di vista potrebbe essere viziato da questo. Eppure, alla fine siamo tutti uomini, indipendentemente dalla religione, e tutti abbiamo a che fare con la sofferenza che sta alla base della vita. E non possiamo far pagare agli altri le nostre mancanze con una disciplina inutilmente ferrea. Prima di giudicare quella donna, io guarderei per me… e non parlo di noi piccoli cittadini o blogger, ma di quelli che comandano o che hanno direttamente deciso del destino di quella donna. Noi c’entriamo fino a un certo punto, le nostre opinioni non sono condizionanti, ma le loro si.

      • Concordo. Ti ringrazio per aver voluto condividere il tuo punto di vista. Il mio post in effetti voleva essere proprio un invito alla riflessione.

  4. Ho letto il tuo post con attenzione e diciamo che in linea di massima sono d’accordo con te. Anche a me ha infastidito l’attenzione mediatica che ha avuto la notizia e il modo malizioso con cui é stata trattata. Credo però che chi fa certe scelte di vita debba avere una condotta irreprensibile, non cadere in tentazione, dare il buon esempio e soprattutto debba accontentarsi.

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