Come pesci nella rete

rtancredi6_max

Guardo l’estate e il suo sfacciato incedere, boccheggiando dietro un vetro che spesso si fa lavagna.

In quest’acquario che chiamano rete io sono il pesce rosso con l’armatura da squalo.

Perché la rete invita, stuzzica, seduce, come un cestino di ciliegie.

E vende a basso costo tutto ciò che si vuole: un martello, un chiodo, un’amicizia, una soluzione.

Sott’acqua, si sa, qualunque pesce può sembrare una sirena.

Ma è solo gettando la rete nel mare e pescando a strascico che vengono a galla pesci di ogni genere.

Chi è piatto come una sogliola, chi è pungente come un riccio e chi è prezioso come un’ostrica.

Chi passa il tempo a parlare del proprio ombelico e chi si fa venerare come un mito.

Chi ha una vita vuota e chi invece gira a vuoto, alla ricerca di vite altrui.

Dentro un cellulare o dietro uno schermo si può essere chi si vuole, tutte le volte che si vuole.

Poi basta un tasto e non si esiste più.

Nel mio scampolo di rete, tra selfie sorridenti, piatti cucinati, fiori colorati, amicizie e affetti, ogni tanto incappa anche qualche pagliuzza e, quando va bene, una pepita.

Come questo luogo, che non esiste ma c’è, fatto di pagine lette e di parole scritte.

Dove io riverso le mie, quelle che altrimenti morirebbero altrove.

E dove occhi che non conosco e che forse mai conoscerò, leggono e rispondono come se mi conoscessero da sempre.

Perché qui si sparpagliano pensieri, umori e tonnellate di parole intorno ad altre parole, ci si dà del tu senza preamboli né confidenze e ci si affeziona per chimiche e alchimie che non si spiegano facilmente.

Senza esserci mai guardati in faccia, senza sapere se i capelli sono grigi e gli occhi verdi, se si è magri o si è bassi.

L’unica mancanza vera è questa, vedersi.

Perché in fondo, in questa casa virtuale fatta di stanze impalpabili e disordinate, il conoscersi avviene già.

Ci si legge.

Ma allora, cosa c’è di virtuale se ci si racconta davvero?