L’altra guancia

12-il-figliuol-prodigo-inv-306

Ho montato e rimontato queste parole nella mia testa tante volte, prima di appoggiarle qui.

Girandoci intorno come una falena su una lampadina.

Ma un cambio di premesse non può mutare la conclusione: scelgo di non perdonare perché non ne sono capace.

Non sono capace di cancellare un torto subito, dimenticare chi mi ha fatto del male, restituire stima e fiducia una volta calpestate.

Non ne sono capace. Punto.

Perché per il perdono serve una comprensione intrisa di compassione che io non ho.

E non ho nemmeno una toppa così grande da mettere sulle scuse posticce di chi ferisce sapendo che tanto verrà perdonato o di chi invoca il perdono solo per poter tornare a ferire in santa pace.

Dio mi perdonerà, é il suo mestiere, se io proprio non me la sento di giocare a fare lui.

Per gli errori che commetto non chiedo assoluzione, neanche quando la pena mi sembra esagerata.

Quelli altrui, invece, li sminuzzo, mastico, trangugio e digerisco, cercando ragioni.

Aspetto che l’amaro della delusione si addolcisca, che la ferita dell’orgoglio si rimargini e che il fardello del rancore alleggerisca il suo carico.

Poi li archivio.

Infine ricostruisco.

Perché non so dimenticare, né perdonare, ma so dare una seconda opportunità quando scorgo, tra le pieghe del pentimento, la voglia di rimediare.

Però lì, impigliato nei grovigli della coscienza, rimane sempre un frammento di invidia nei confronti di chi sa condonare un’offesa ricevuta.

E un briciolo di ammirazione verso chi si nutre di clemenza e di indulgenza e sa assolvere dal peccato.

Io porgo l’altra guancia solo a chi mi sfiora la prima con delicatezza.

Al resto, porgo le spalle.