Parentopoli

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Si addolcisce il cuore che ritrova rami e radici.

Per un po’ si nutre di assenze che si fanno presenze e di affetti che sanno esserci, senza esserci.

Il mio si lascia alle spalle una decina di abbracci, una sfilza di occhi lucidi, una manciata di coriandoli e un “dovremmo farlo più spesso”.

Prendere un aereo e accorciare le distanze.

E trascorrere giornate tra risate, memorie e vecchi tempi.

E poi mangiare in dieci su un tavolo da quattro.

Stretti, come solo i parenti stretti sanno stare.

A quel tavolo c’era pure Giuseppe.

Che tutti però chiamano Enzo, senza sapere perché.

Forse perché mio zio Enzo é uno, ma contiene mille sè.

Calciatore, macellaio, imprenditore edile, mediatore immobiliare, cinematografaro, produttore di frutta biologica, politico.

Ogni volta si arrangia e ogni volta qualcosa s’inventa.

Oppure si smonta in mille pezzi e si ricostruisce daccapo.

Perché lui è radice, ma è anche foglia. E’ albero, ma è anche vento.

Ha una mente pensante che non conosce appagamenti e un’anima inquieta, mutevole e smaniosa.

Ha occhi antichi che dicono senza dire nulla e che leggono anche dove non ci sono pagine.

Mio zio sa di greco e di latino, di diplomazia e di contratti.

E’ fatto di poche parole, di tante opere e di qualche omissione.

Io, comunque, ho sempre riso e sorriso alle chiacchiere che si fanno su di lui.

Quelle che si diffondono da una casa all’altra, di bocca in bocca, come una catena di Sant’Antonio.

E mentre in troppi parlano e chiedono e giudicano, lui osserva e tace.

Perché ha capito che anche con i peccati bisognerebbe fare alla romana e ognuno scontare i suoi.

Allora finge quel poco che serve per disinteressare gli indiscreti e per ammansire i polemici.

Cambia pelle e cambia colore perché sa che si vive anche di piccole camaleontiche finzioni.

E poi sa che ciò che viene reso non sempre ripaga ciò che viene dato.

E che se tutto si traduce in entrate ed uscite, allora serve a poco ragionare con il cuore.

Lo sa perché anche lui si applica da sempre alle sfere del dare e dell’avere.

Un tempo per brama famelica di possedere di più. Adesso per desiderio maturo di mischiare quattrini e sogni.

E allora mi chiedo perché io, così convinta che si debba vivere con ciò che si ha dentro, poco o tanto che sia, alla fine ho sempre fatto il tifo per lui.

Forse é solo sangue. Oppure è stima.

Sì, forse é la stima la parentela più stretta che c’è.

Perché è vero che siamo due pianeti dissonanti, io e mio zio Enzo.

Distanti per abitudini, passioni, visioni.

Lui che cerca di spiegarmi che alcuni non sono limiti, ma possibilità.

Ed io che continuo ad arroccarmi a confini che per me non possono essere varcati.

Ma in questi giorni di volti coperti da maschere, ho visto la sua faccia.

Una faccia e mille sfaccettature.

Ed ho conosciuto le tramutazioni, gli incantesimi, gli inganni, gli orchi e i draghi di cui é piena la sua storia.

Una storia con un finale sempre da aggiustare.

Scrivere un post su uno zio?

Dovevo pur dire a qualcuno che esistono certi parenti e che sono creature che sembrano uscite da un libro di avventure.

 

Parenti si diventa

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Ogni tanto, anche i sentimenti hanno bisogno di manutenzione.

Così, in questi giorni di aria tersa dal sapore di inverno, di regali da scartare e guance da baciare e propositi da realizzare, ho portato i miei affetti a fare il tagliando.

E il venticinque dicembre, con venticinque persone, ho riallacciato fili che si erano spezzati e fatto nodi grandi e stretti con nastri colorati.

In un gran guazzabuglio di legami che si intrecciano e si allontanano e si avvicinano e poi si ritrovano, quel giorno ho riabbracciato parenti che non vedevo da anni e mezzi parenti che non avevo mai visto.

Zii emotivi, zie premurose, cugini di sangue e cugine di sangue prestato.

Attorno ad una tavola imbandita di leccornie natalizie, per qualche ora, ci siamo scambiati pezzi di vita, cercando di ricomporre vite intere.

Con la mente che provava a rintracciare facce e occhi e voci nella tela dei ricordi, tra spicchi d’arancia e torrone alle mandorle.

Tutto scorre. E anche i parenti passano, dentro e fuori, scorrendo come un fiume.

Qualcuno si aggrappa ad un rovo, qualcun altro scivola via e va ad incastrarsi altrove.

Silenzio, per anni.

E poi: “scusa, mi dispiace”.

“Dispiace anche a me”.

E infine un abbraccio, che diventa una miniera di cose non dette.

Quel giorno io ero lì ad abbracciare corpi, a ritrovare bandoli, a rattopare vecchi strappi e ad intrecciare nuovi fili.

A fare festa a chi c’era e a ricordare chi non c’era.

Le mie due nonne, ad esempio. Mancavano solo loro.

Da una ho ereditato il nome che porto e la parsimonia delle parole.

Dall’altra la pazienza e la premura.

Mancavano. Ma fra ricordi, aneddoti, storie e memorie, a quella tavola, quel giorno, c’erano anche loro.

Il Natale è passato ed io sono ripartita con una valigia piena di “ci vediamo presto” e di abbracci stretti stretti.

Con il proposito di sentirci, di non perderci, di accettarci per quello che si è.

Poi, guardando un tramonto che si assottigliava all’orizzonte ho capito che niente finisce.

Tutto scorre e continua, diversamente.

E se anche i legami mutano forma e senso, allora parenti non si nasce.

No, parenti si diventa.