Quel viaggio in ascensore

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Non ho il pollice verde, nè il gomito del tennista e nemmeno l’alluce valgo.

Come tutti, però, ho il tallone d’Achille. Il mio si chiama Matteo.

Ha tre anni, è il mio nipotino ed è l’unico uomo che riesce a sorprendermi. E’ anche l’unico uomo a cui non so dire di no. Mai, sin da quando era un puntino sull’ecografia.

Come faccio a dirgli di no quando mi chiede le cose con lo sguardo zuccheroso e il mento all’insù, da fidanzatino che aspetta il primo bacio? Come posso non accontentarlo quando so che poi lui mi abbraccia ed io soffoco d’amore?

Stavolta, però, la richiesta è di quelle ambiziose. Di quelle talmente impossibili da perderci il sonno.

Perchè Matteo, stavolta, vuole andare nel centro della terra. Non sulla luna o nel paese delle meraviglie, come gli altri bimbi. No, lui vuole andare nel centro della terra e ci vuole andare in ascensore.

Solo che io non sono il professor Lidenbrock, quello di Verne, quello che accompagna il nipote Axel in un mirabolante viaggio nel cuore della terra. Alle calende di luglio, scendi coraggioso viaggiatore e raggiungerai il centro della terra.

Ecco, io non sono lui e non posso nemmeno contare sull’aiuto di una guida esperta del posto. Perchè se il professor Lidenbrock aveva Hans e Dante aveva Virgilio io, al massimo, posso fare affidamento su Google Maps.

E visto il mio proverbiale senso dell’orientamento, pari solo a quello di una talpa con la cataratta, rischierei di perdermi dopo la prima curva.

Allora ho detto a Matteo che l’ascensore, per il momento, è rotto. Che è fuori servizio.

Ma che un giorno lo prenderemo e scenderemo nel centro della terra. Per vedere cosa c’è. Probabilmente niente, ma, per Matteo, sarei disposta a declinare il niente in infinite forme.

Si, un giorno ci andremo.

Non oggi. Oggi non posso. Oggi devo sostituire la lampadina. Quella della luce che è in fondo al tunnel e che Matteo, giustamente, vuol sapere perchè è sempre fulminata.