Mutatis mutandis

coscienza-zeno

“Come stai?”

(Ho un non so che. Che arriva e preme e stringe e se ne sta lì, poggiato sopra una tempia. Ho pensieri senza punteggiatura e ingranaggi che si vedono da fuori. E se sono fatta così è perché mi sono costruita con ciò che ho trovato a disposizione. Petali di margherita e gambi vestiti di spine. Sono questo e quello. Di giorno turbino dentro porte girevoli e la sera appiccico finali alternativi sui libri di favole. Così, per imparare ad andarci piano coi desideri, ché non sempre il cielo è blu Matisse e le nuvole bianco Magritte. Ora, ad esempio, vorrei essere in un posto lontano. Un posto che conoscono in pochi e in cui i pensieri possano distendersi, quasi fossero ali. Oppure a Parigi, per passeggiare tra le strade di Belleville con il signor Malaussène e dirgli che anche io, a volte, mi sento un capro espiatorio. O a Macondo, per prendere un caffè con il  colonnello Buendía e dirgli che anche io, a volte, mi sento davanti al plotone di esecuzione. Ma mi accontenterei anche di uno scoglio, tipo quello dove va a sedersi Montalbano quando gli girano i cabbasisi. Perché certe volte penso che quel cinese deve aver avuto qualche buona ragione per suggerire di sedersi ad aspettare. Ed io allora aspetto, lungo la riva del fiume, tra uno sbuffo e uno sbadiglio. Tanto, ormai lo so. Se sono gentile avanzo 3 caselle. Se mi faccio in quattro, avanzo altre 7. Poi, appena apro bocca, torno al punto di partenza, come nel gioco dell’oca. Allora mi siedo, mi ammutolisco, annuisco sorniona come se avessi capito tutto e aspetto di diventare ciò che sarò. Intanto fuori piove, anche se non dovrebbe. Respiro ancora un po’ quel frammento di sonno che mi é rimasto incastrato tra le ciglia e lascio gli affanni del quotidiano al loro prevedibile incedere. Inciampo su fili troppo logici e su spigoli lasciati lì ad ammorbidire. Ho la pelle sciupata da promesse non mantenute e da scuse propinate a vuoto, incise senza anestesia. Ma siccome sto cercando di fare del mio meglio, non posso avere anche la pelle liscia e levigata. Imperfetta io, imperfetto il resto. Perché, in fondo, questa cosa della perfezione ha davvero scassato la minchia.)

“Benissimo, grazie.”