Vita, morte e miracoli

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Ho passato più tempo in chiesa in quest’ultima settimana che nel resto della mia vita. Se si esclude il barocco siciliano, ovviamente.

Un funerale ogni tanto fa bene. Mi ricorda cosa vuol dire essere viva, mi riporta con i piedi per terra, perché quando si seppellisce qualcuno anche la rata del mutuo acquista un altro valore.

Due, invece, sono troppi.

Troppe guance da baciare, troppi discorsi a cui annuire, troppe parole che rimangono di traverso perché troppo fresco è il dolore.

E’ morto il fratello di una mia collega. Quarant’anni. Un incidente stradale. Non è necessario avergli voluto bene. Mi è bastato voler bene a sua sorella.

Una perdita che mi ha spaventato, stordito e mi ha lasciato monca.

Perché la morte coglie sempre di sorpresa, è una roba che non ti aspetti, eppure poco più in là della morte c’è altra vita, ancora altra vita.

Ho letto da qualche parte che gli antichi greci non scrivevano necrologi. Alla morte di un uomo si ponevano solo una domanda: “Era capace di passione?”

Sì, chi ha conosciuto Marco dice che la risposta sarebbe stata sì.

E’ morto mio nonno. Novantasei anni. L’ultimo che mi era rimasto.

E’ stato come togliere la calce ad un muro di mattoni. Un tempo era bello e solido, un riparo sicuro quando fuori soffiava troppo vento. Adesso il muro è crollato e fa un po’ freddo.

Sapeva di pino silvestre, mio nonno. Ha fatto la guerra in Libia, la fuitina con mia nonna e qualche miracolo profano. Quindi a lui che una cosa era impossibile non potevi dirlo.

Ricordo che quando ero piccola, ogni domenica, tirava fuori dalla tasca del vestito buono le mentine, quelle nella scatola di latta. Per viziarmi bastava quel gesto, silenzioso e complice.

E poi tante premure, tanti discorsi pieni di cose taciute, ma capite, tante risate.

Come quella volta che gli dissi di mettersi in posa perché gli avrei fatto una foto e lui mi rispose: “Ma cosa ci fai con un telefono che fotografa?”.

Ho fatto dei ricordi e mi ci sono arredata il cuore, ecco cosa. E alcuni servono a sorridere quando poi si rimane soli.

Oltre alle foto restano parole, emozioni, sguardi, consigli, insegnamenti dati con l’esempio e altre cose che mi porto dentro. Per cui forse non è morto.

Un principio della fisica dice che niente si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.

E’ applicabile anche alle persone?

Ora ci penso.

Succede a luglio

Luglio è il mese in cui metto a posto cose vecchie e faccio posto a cose nuove.

Tutte ordinatamente mescolate, un po’ come me.

C’è il mio compleanno, a luglio. E anche quello del blog.

Ci sono le ferie e i viaggi da organizzare.

Le somme da tirare e qualche sottrazione da fare.

C’è l’interminabile lavorio delle formiche e, in sottofondo, il canto delle cicale.

Le notti di luglio, poi, sono quelle che mi fanno sorridere di giorno.

Un’altra cosa succede a luglio. Muore la gente.

Un mio caro amico ha scelto di morire in un giorno dal cielo pieno di nuvole; mia nonna in una domenica tracimante d’estate.

Se ne sono andati ed io non ero lì, accanto a loro.

Ero vicino, ma non accanto.

Hai presente quando si nasce? Ecco, la morte è il contrario.

Il mio amico e mia nonna hanno finito di nascere.

Anche se io ho sempre pensato che mia nonna ci sarebbe stata per sempre.

Così, dopo essermele frantumate, mi sono fasciata le ossa e, con un paio di stampelle, uno zoccolo e una ciabatta, sono andata da lei.

Perché parenti non si nasce, si diventa. Amici, anche.

Sorriso sobrio e appena accennato, quello di mia nonna.

Occhi saggi e tristi e un viso scavato da pensieri travagliati.

Si è barcamenata, per una vita intera, tra presenze e assenze.

E ha sfruttato le prime per ammorbidire le seconde.

Parlava poco e ascoltava molto.

Mi ha insegnato con l’esempio, la dedizione e la premura, finché il morbo non le ha sbiadito i ricordi.

Le ha risparmiato peró l’azzurro degli occhi, quegli occhi che, fino alla fine, mi hanno guardato colmi di orgoglio.

E poi ci sono gli odori.

Mia nonna profumava di borotalco, di gelsomino, di bucato steso al sole, di frittelle di baccalà e di ciambella al cioccolato.

E poi ci sono i ricordi.

Mia nonna mi ha lasciato abbracci, parole, sguardi complici e silenzi pieni.

Le cose più belle, quelle che non si portano in banca.

Ed io, ora, ho grosse tasche piene di ricordi preziosi.

Ogni tanto ne tiro fuori qualcuno.

Somigliano ad una fotografia venuta mossa, perché la nostalgia non si ferma per mettersi in posa.

Stanotte ho sognato mia nonna che rideva.

Non c’ho creduto neanche per un istante, eppure ha fatto sorridere anche me.

Il sapore amaro della ruggine

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Succedono cose mentre sono distratta a farne altre. Succedono e basta.

La vita, poi, riprende a scorrermi addosso e tutto sembra uguale. Non è, però, tutto uguale.

E’ che certe storie non mi lasciano fuori. Certe storie mi tirano dentro e, per comprenderle, devo masticarle, deglutirle, digerirle. Il sapore che certe storie lasciano in bocca è amaro. Sa di ruggine.

La storia di Brittany Maynard è difficile da raccontare. O forse no. Forse sono io che faccio fatica a tradurla in parole. Ne ho una serie infinita in testa e metterle in fila non è facile.

Brittany, ventinove anni e un tumore incurabile al cervello, è morta qualche giorno fa. Ha scelto lei di morire, prima che la malattia le corrodesse il corpo e l’anima. Come la ruggine quando corrode il ferro.

Una scelta forse codarda, forse coraggiosa. Comunque amara. Come tutte le cose che sanno di addio, di non ritorno.

Una scelta che il mondo ha interpretato attraverso la lente della propria morale. Perchè il mondo giudica, punta il dito, ingrossa dibattiti. E il dibattito quando si ingrossa troppo, poi tracima.

Che poi, in questi casi, non serve nemmeno capire. Accettare, quello si che è difficile. Rispettare, quello si che è difficilissimo.

“Non è compito mio dirle come deve vivere, nè dirle come deve morire. Il mio solo compito è amarla”.

Le parole di Debbie, la madre di Brittany, non hanno bisogno di altre parole.

Ammiro chi lotta ostinatamente contro la malattia, chi la combatte coraggiosamente fino all’ inesorabile fine. Ammiro chi, pur vivendo attaccato ad una macchina, con il pappagallo sotto il culo, con il corpo attanagliato dal dolore e senza un briciolo di lucidità, resiste come un martire coraggioso.

E comprendo pure chi, spinto da un naturale ed egoistico senso di possesso, vuole tenere qualcuno vicino a sè, anche quando questo qualcuno non vuole o non ce la fa più. Comprendo, perchè è più facile trattenere che lasciare andare.

Biasimo però chi, seduto comodamente sul divano di casa, pontifica sulla vita e sulla morte. Chi giudica le scelte altrui, il dolore altrui, la dignità altrui.

Una interminabile, lenta e penosa fine. Con il corpo e la mente obnubilati da atroci sofferenze. Sarebbe forse questo morire con dignità?

Ma si sa, la porpora dei papi ha finito per riempire di ruggine pure i vangeli.

Io che amo profondamente la vita non vorrei mai morire anzitempo. Solo che, non potendo scegliere di che morte morire, vorrei almeno essere libera di scegliere quando, se sapessi di non poter più vivere dignitosamente.

Vorrei poter decidere, con consapevolezza e lucidità, come lasciare questo mondo, prima che una qualsiasi malattia mi sfiguri il corpo e la coscienza.

Vorrei poter prendere questa decisione da sola, che anche una mosca sarebbe di troppo. E, dopo aver deciso, non sentirmi sola.

Se Dio esiste, poi, ma la vedrò con lui. Faccia a faccia.