Palla al centro

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Esigo un applauso.

So parcheggiare in retromarcia, so cambiare una lampadina e da qualche giorno so pure cos’è il fuorigioco.

Se, in un negozio, ti lancio un paio di scarpe e tu lo prendi oltrepassando l’ultima cassa, l’allarme suona. Un tizio, su Twitter, me l’ha spiegato così ed io finalmente ho capito.

Perchè il pallone fa rima con testosterone. Si sa. Io, invece, ai tacchetti preferisco i tacchi a spillo. E, anche questo, si sa.

I Mondiali di calcio, però, sono vicini e visto che fra un mese saremo tutti allenatori, ho deciso anch’io, per amor di Patria, di prepararmi sull’argomento.

L’approccio con la materia è stato di tipo antropologico.

La palla è rotonda. Le partite si vincono a centrocampo. I gol fuori casa valgono doppio. Il gioco finisce quando l’arbitro fischia. La moglie dell’arbitro è una peripatetica. La partita dura, di norma, 90 minuti e inizia solo se un certo Genny  ‘a Carogna dà il consenso.

Dai fondamentali del calcio sono poi passata allo studio delle regole fallocentriche.

Guai a dire, infatti, che ventidue tizi muscolosi che, in maglietta e pantaloncini corti, si strattonano e si tirano calci sugli stinchi stanno solo giocando. Stanno cercando di infilare una palla in una rete da pesca a maglie larghe. Penetrando la difesa e violando la porta.  Ecco, pensare al calcio come metafora sessuale è stato, per me, illuminante.

Sono molto preparata anche sulle conversazioni calcistiche.

Quelle da bar, quelle in cui, per fare bella figura, è necessario sfoggiare termini come biscotto, cucchiaio, missile, ciavattata o parlare con convinzione di rigore, punizione, pressing, dribbling, calcio d’angolo, fallo da dietro e palla al centro.

Quelle da soggiorno, quelle da intellettualismo datato, quelle in cui, partita dopo partita, è doveroso gridare allo scandalo per questi bamboccioni viziati e strapagati che tirano calci ad un pallone.

E quelle da salotto, quelle nazionalpopolari da rutto libero, quelle in cui le partite vanno  rigorosamente commentate stravaccati sul divano, in mutande e con una birra in mano.

Alla fine dei Mondiali dovrò poi ricordarmi di tornare a far finta di non capirne nulla di calcio.

Far finta che il calcio non sia solo un mondo pieno di prime donne.

E  ricordarmi che, come fanno girare le palle le donne, nessuno mai.