Giù la maschera

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Dove cazzo è Epicuro quando ho bisogno di lui?

Voglio imparare l’atarassia, quella da carnevale. E non sentire più la tristezza salire dalla pancia, quando sto in mezzo a pagliacci dai capelli colorati, supereroi assortiti, principi azzurri e principesse Sissi.

Voglio restare imperturbabile. E non avvertire più il gusto aspro della malinconia e quello amaro del disincanto, quando vedo gente che prova ad essere altra gente.

Sotto una pioggia di coriandoli e stelle filanti, ho visto una famiglia intera, travestita da segnali stradali, fare il trenino ostentando allegria.

A-e-i-o-u, ipsilon.

E la mia vicina di casa, 69enne, vestita da cartone di latte (parzialmente scremato).

Brigitte Bardot Bardot.

Insieme a lei, un gruppetto di signore mascherate da carte da gioco. La regina di cuori sparava schiuma bianca.

Ay ay caramba.

Ho visto facce tristi coperte da maschere che sorridevano felici.

Essere o apparire. Tutto qui. Bello, se nessuno ti costringe.

Invece, quando il carnevale finisce, si torna ad indossare le maschere di sempre. Quelle che nascondono fragilità, che camuffano ferite, che coprono cicatrici di battaglie perdute.

Ogni giorno, nel mucchio, si sceglie quella più adatta.

A fine giornata, poi, a casa e tra gli affetti, la maschera cade.

Un po’ come succede al protagonista della carriola pirandelliana.

Ogni sera, intorno alle otto, smette per un attimo di indossare la forma che gli altri gli hanno dato e da personaggio diventa persona. Perchè solo in quel momento, quello in cui fa fare la carriola alla sua cagnolina, si sente se stesso. Senza maschere, senza armature, senza corazze.

Sentirsi fragili, nudi, limitati. E’ l’unico modo, forse, per agire da forti.

Al mio tre, dunque, giù la maschera.