Un mare di parole

naufraghi

Inietto parole mie dentro altre parole mie, quasi a voler creare antidoti contro parole altrui.

Manciate di lettere che irrompono, rompono, interrompono altre manciate di lettere.

Tante e diverse, tutte dentro, addosso.

A volte pesanti da portare, come àncore sul fondale; altre leggere, come vele che rubano il vento e fanno andare avanti.

Sono fatta di parole proprio come sono fatta di carne, capillari, ossa.

Quando le sgrano tra le dita come un rosario, le sento respirare, muovere, pulsare.

Quando cedo ai tafferugli del quotidiano so di straziarle, torturarle, vomitarle senza ritegno.

E poi le cerco, quando si fanno mute. Perché sono lì e si fanno ascoltare.

Sarebbe bello assomigliare alle parole che si dicono.

Invece la cornice è spesso più importante del quadro che contiene.

E la ridondanza, lo stucco con cui si tappano buchi che andrebbero destinati al silenzio.

Un mare di parole.

In cui si annaspa tra discorsi senza baricentro, frasi d’amore e di guerriglia, dialoghi ruvidi e acuminati.

E allora, talvolta, ci si aggrappa a parole zattera per non andare a fondo.

Per favore. Grazie. Mi manchi. Mi dispiace. Scusa.

Ce ne vogliono così poche per dire quelle quattro cose che contano veramente nella vita.

Io, naufraga a riva, prendo il sole ad occhi chiusi e aspetto che passi la mareggiata.

E mi pare quasi di sentirle le onde, gli schizzi addosso, l’umido appiccicoso della salsedine.

Con certe parole succede lo stesso.

Alcune chiedono solo un pretesto per intrufolarsi tra le pieghe della giornata.

“Come stai?” “Bene.”

Sillabe allacciate insieme e sparate in un secondo, senza punteggiatura, senza significato, senza voglia di ascoltare la risposta.

Un botta e risposta da spendere una, dieci o cento volte al giorno, tanto non costa nulla.

Peccato.

Perché  la domanda è la più bella da porre. E la risposta, se sincera, è liberatoria.

E può diventare preludio ad una conversazione tra persone che si incontrano e restituiscono alle parole tutto il valore che hanno.

Perchè se di tante parole se ne fanno poche, queste si prendono il peso delle altre e se lo caricano addosso.

“Bene.”

Una sola parola svuota il mare, una parola sola riempie il mondo.

Io, naufraga, prendo il sole ad occhi chiusi e ascolto il rumore delle onde che si rincorrono e scompaiano e che ad ogni increspatura lavano il superfluo, lasciando alle parole il giusto peso.

E aspetto che passi la mareggiata.

Poi tra legni bianchi di sale, ossi di seppia e conchiglie colorate, andrò a cercare le parole, quelle liquide e leggere, che il mare lascerà sulla riva.