Il mio mare era bellissimo

naufragio44vieira

Una volta il mio mare era bellissimo.

Una volta, quando ancora univa quei paesi che di fatto separa. Quando i pescatori ancora pescavano i pesci. Pesci vivi.

Oggi il mio mare è un profondo cimitero liquido. E i pescatori, oggi, pescano uomini. Uomini morti.

Quelli che vanno via dalla loro casa, con le pezze al culo e su bagnarole improvvisate, in cerca di una casa nuova. Da qualche parte, verso quella terra promessa che è stata loro raccontata ma che non sono neppure certi esista davvero.

Li chiamano migranti finchè, del participio presente, conservano movimento ed energia. Finchè bevono acqua di mare se hanno sete. Finchè pregano il loro Dio con le poche forze rimaste. Finchè urlano come gabbiani quando il livello dell’acqua comincia a salire.

Dopo li chiamano emigrati. E il participio passato li trasforma in numeri. E tali restano per sempre. Numeri, anzichè persone.

Lo chiamano mare nostrum. E,  forse, sarebbe più corretto chiamarlo mare mortum.

Quanti ne siano morti nel mio mare nessuno lo sa.

Perchè nelle acque del mio mare spesso l’inizio e la fine coincidono. L’inizio è sempre un sogno, una speranza, una fuga, un biglietto di sola andata. La fine, invece, è un grido di dolore, un rantolo, una morte drammatica. Moltissima morte.

Intanto, il mondo sta a guardare. Perchè l’abitudine, piano piano, offusca pure il senso della morte. Perchè ci sono morti che non interessano a nessuno. E quelli che muoiono tutti i giorni, lungo le coste siciliane, sembrano non interessare a nessuno.

C’è lo sdegno del primo giorno, il cordoglio del secondo e le lacrime da coccodrillo del terzo. Il quarto giorno ci sono le solite sfilate di ministri addolorati e le solite dichiarazioni listate a lutto. Il quinto giorno la coscienza è stata già messa a posto. E così, in quel mare di retorica e di ipocrisia, i morti annegano una seconda volta.

E mentre si piangono i morti, si continuano ad ignorare i vivi. E mentre ogni giorno, da anni, il copione si ripete, i siciliani sono sempre lì, in prima fila. Lasciati da soli a gestire le emergenze e a riparare le falle.

Se riescono a salvarne uno, ne vedono morire dieci. Se riescono a salvarne dieci, ne vedono morire cento. E quello che i loro occhi vedono non può essere ricostruito a parole. E allora le parole restano lì, ferme e rassegnate, in fondo al cuore.

Come se non fossimo tutti sulla stessa barca. Come se la barca non fosse di tutti. Come se la barca non facesse già abbastanza acqua da tutte le parti.

Naufragare sarà anche dolce per chi è seduto dietro una siepe ad ammirare l’orizzonte.

Quando si è sul Titanic, no. Quando si è sul Titanic si cola a picco. Tutti.

E ogni tanto bisognerebbe ricordarselo.

Fratria

nodo2

Si racconta che due siciliani arrestati in terra straniera, vennero messi in celle separate affinchè non potessero tra di loro comunicare e concordare un piano  di difesa comune. Portati il giorno dopo davanti al re per essere giudicati, i due trovarono il modo per scambiarsi una rapida occhiata, una veloce taliàta. Che venne però intercettata dal primo ministro, anche lui siciliano, che gridò: ” E’ tutto inutile, Maestà, parlarono!”

Parlarsi con gli occhi. Fra siciliani, niente è più eloquente di uno sguardo.

Lo spiega bene Camilleri: “L’amicizia siciliana, quella vera si basa sul non detto, sull’intuito: uno ad un amico non ha bisogno di domandare, è l’altro che autonomamente capisce e agisce di consequenzia“. E ancora: ” L’amicizia siciliana è un’arte difficile e forse bisognerebbe chiamarla con un nome diverso, fratrìa, fratellanza, consanguineità d’elezione. Fra due amici siciliani si crea come un cerchio magico che esclude gli altri, i fatti del mondo e macari della Storia“.

Fratria, l’amicizia siciliana bisognerebbe chiamarla fratrìa.

Non è una parola sicula, viene dal greco antico  (φρατρία) ed indica una comunità costituita da persone che si considerano discendenti da un antenato comune e legate fra loro da vincoli “fraterni” di solidarietà, affetto, difesa, protezione. La fratria è fatta di  conoscenza reciproca, di sguardi sicuri e silenziosi, quasi complici.

L’amicizia per i siciliani è questo. E’ la relazione fra persone che si ritengono consanguinee pur non essendolo, è capire l’altro al primo sguardo, è comunicare rimanendo in silenzio. Non serve proferire parola. Basta ‘na taliàta.

Camilleri racconta che, quando Vincenzo Consolo andava a trovare Leonardo Sciascia, si sedevano uno di fronte all’altro, visibilmente felici di rivedersi, e parlavano pochissimo. Perchè due amici siciliani, incontrandosi, possono stare zitti proprio per dimostrarsi che si conoscono e si vogliono talmente bene che non serve dirsi niente.

A volte, in Sicilia non serve nemmeno dirsi “diamoci del tu”. L’amicizia può infatti scattare sin dal primo incontro, sin dalla prima frase. Ci si scambia una rapida occhiata ed è come se ci si riconoscesse.

Empatia, un intenso coinvolgimento emozionale, un legame resistente, come quello di due corde legate fra loro a doppio nodo.

Un rapporto ricco di sfumature, un sentimento amplificato, nel bene e nel male. Basta un nonnulla a rompere un’amicizia. Una parola. Non una frase, è sufficiente una sola parola. Perchè la vera amicizia tanto più è profonda e sincera quanto più è delicata e fragile.

I tratti dell’animo siciliano sono molteplici perchè le Sicilie, dopotutto, sono tante. Ma per i siciliani il senso dell’amicizia è uno, univoco, inequivocabile.

In Sicilia quando l’amicizia c’è, è veramente un’affinità ancestrale, un sentimento istintivo, intimo, riservato e mai ostentato. E’ fratria.

Lo sanno bene”i siciliani di scoglio”, quelli che non riescono ad allontanarsi dall’isola e lo sanno bene “i siciliani di mare aperto”, quelli che se ne vanno ma si portano la Sicilia dentro.

E lo sanno bene i lampedusani.

L’abbraccio di un lampedusano ad un migrante. La fratria è tutta lì.