La forma dell’acqua

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Come un’opera che si edifica senza accontentarsi della fine.

Fatta di mattoni e cemento e di sostanza che prende forma con l’andare delle stagioni.

E’ un cantiere che non finisce mai, la costruzione di sè.

Si parte dagli angoli, precisi e fissi come quelle quattro cose importanti della vita.

Poi, lentamente, si delimitano i muri esterni. Uno alla volta.

Ci si fabbrica ogni giorno, affidandosi al regolo, alla livella e al filo a piombo.

Un lavoro che richiede tempo e pazienza e porte aperte per farci entrare il vento e la luce.

Ogni tanto si mura qualche dubbio, si cambia una piastrella scheggiata, si ripara una crepa o si sale sul tetto e ci si fa un lucernario.

Per guardare da dentro com’è bello fuori.

E se a volte si sente qualche scricchiolio, è solo la struttura che si assesta.

Dentro questa fortezza fatta di pietre antiche e pesanti e di muschio che copre le pareti e rampicanti che si infilano nelle fessure, c’è la sostanza che si disfa e si fa.

Come acqua che scorre dai fiumi al mare e dal mare ai fiumi, senza sosta e senza forma.

“Qual è la forma dell’acqua?”, si interroga Camilleri in uno dei suoi romanzi.

“L’acqua non ha forma. Piglia la forma che le viene data”, gli risponde Montalbano.

Come farlo capire anche a Matteo?  

Che l’acqua non ha forma e che é un tentativo inutile quello di nascondere con la forma, la mancanza di sostanza.

“Zia, hai visto che bei voti?”, mi ha detto sfoggiando uno dei suoi sorrisi sdentati.

Prima elementare, prima pagella del primo quadrimestre.

Una sfilza di otto e di nove che commuove ed inorgoglisce.

Conquistata a colpi di vocali e consonanti scritte in stampatello sul quaderno a righe e di numeri storti e sbilenchi su quello a quadretti.

Come fargli capire che, se l’acqua non ha forma, spetta a lui darle almeno sostanza, colore e sapore?

Sarebbe bello insomma che Matteo, goccia dopo goccia, riempisse la sua bottiglia non di otto e di nove, ma di cosa, di come e di perché.

Che capisse che una bottiglia bella fuori non sarà mai una bella bottiglia, se dentro ha acqua sporca e inzaccherata.

E che studiasse la tabellina del nove o la poesia di Pascoli o la storia dei Sumeri non per prendere buoni voti, ma per diventare una persona capace.

Capace di difendersi, di non farsi raggirare con le parole, di non farsi dare etichette da nessuno.

Che l’etichetta, si sa, nasconde il contenuto.

Se poi Matteo imparerà anche a mettere qualche accento giusto, ad imbroccare le acca e ad azzeccare i congiuntivi, allora la sua acqua non sarà mai quella di una comune bottiglia di plastica.