La prova del nove

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Ogni tanto mi fisso sulle parole.

Ci inciampo, ci sbatto, a volte mi ci appiglio. Come con le persone.

E non sono tutte uguali, le parole.

Alcune sono piume. Si posano leggere, senza rumore, senza importanza.

Altre pesano, come macigni.

Fiducia, ad esempio. Ogni lettera, una tonnellata.

Perchè è complicato fidarsi. O sapere di chi fidarsi. O tornare a fidarsi.

Fidarsi. E’ contare su qualcuno. E’ sapere che quel qualcuno c’è. Non ora, ma se ce ne fosse bisogno. Saperlo, però, fa stare già meglio, ora.

Affidarsi. E’ consegnare ad altri la propria fiducia affinchè venga custodita, difesa, protetta. E’ gettarsi dall’alto sapendo di cadere sul morbido.

Confidarsi. E’ avere fiducia insieme, l’uno nell’altro. E’ donare una parte di sè, prendendo in custodia qualcos’altro.

Si declina in tanti modi, la fiducia. E non c’è un modo giusto, ciascuno ha il suo.

A piccole dosi. Con prudenza. Con cautela. Io mi fido così.

E me ne sto lì, per un po’, con la mia verità in una tasca e i miei dubbi nell’altra.

E provo a capire, a capirci qualcosa. Se non funziona, allora, dico di no.

Perchè non è una medaglia di latta da ostentare e da appuntare sul petto, la fiducia. Va meritata, conquistata e poi restituita.

E perchè ci sono cose che prima non facevano male. Ora si.

Cose, persone, stagioni. Lì, in mezzo, ci sta la fregatura.

Allora diffido. Di chi dice di essere affidabile. Di chi non prende posizione. Di chi parla troppo e di chi parla troppo poco. Di chi sorride sempre e di chi non sorride mai. Di chi ha tutte le risposte, ancora prima di aver fatto le domande.

E diffido di certe giornate di sole in cui, in un attimo, tutto può cambiare. Così, anche se fa caldo, continuo a mettere il maglione a collo alto, il cappotto e la sciarpa di lana. E, per non avere brutte sorprese, mi porto dietro pure l’ombrello.

La gente per strada, poi, mi guarda un po’ strana. Ed io guardo loro, con un pizzico di invidia. Perchè loro, con beata incoscienza, sono già in maglietta e giacchino leggero. Perchè loro, rischiando, si sono fidati del sole.

Io mi fido degli odori, degli sguardi, della voce. Delle sensazioni nette, antiche, incomprensibili.

E mi fido dalla pelle. Che è, per me, la zona di confine fra dentro e fuori. Che è, per me, la prova del nove.

Solo allora tolgo il maglione, il cappotto e la sciarpa di lana.

E me ne sto lì, nuda, fragile e fallibile. Sentendomi forte.

Perchè la fiducia è una corazza inattaccabile, sapendola usare.