Dottore, che sintomi ha la felicità?

felicita

Ci sono giorni in cui me ne sto così, racchiusa in una minuscola parentesi.

Io (tra parentesi).

A cercare risposte semplici a domande molto complicate.

Ecco, le domande. Le domande valgono molto, più delle risposte.

Cosa ne so io, ad esempio, della felicità?

Quasi niente, ad esempio.

L’ho cercata in un paio di scarpe nuove, in un vestito costoso, in un viaggio lontano, in una macchina più grande.

E mi è parso di vederla passare a volte, ma non l’ho mai riconosciuta perché non era vestita come io la immaginavo.

Poi suona il telefono, sento una voce, chiudo gli occhi, sorrido.

E capisco che deve essere fatta così, la felicità.

Di un paio di cose azzeccate. Impercettibili e minuscole. Forse persino sciocche.

Due occhi che sorridono, i piedi nella sabbia, un biscotto alla cannella, una finestra che si apre su un tramonto, una canzone che all’improvviso ovatta il mondo.

Dura niente, solo un attimo. Ma in quell’attimo il cuore perde un battito e tenta un salto mortale.

Arriva e resta per pochissimo.

Poi passa, e si ricomincia a vivere.

Perché la felicità è così, ragiona per istanti e in istanti si conteggia.

E’ gialla. E’ intermittente, come le lucine dell’albero. E’ un nodo che si scioglie. E’ dietro l’angolo. E’ una cosa seria.

E’ l’intervallo tra due martellate, diceva Snoopy.

E’ un non so che, dico io.

O forse è solo un posto che può esistere.

Tipo quella panchina troppo alta dove Matteo, seduto con i piedi penzoloni e le braccia spalancate, un giorno mi disse: “tanto cosi, zia”.

O quella stanza che si riempiva del profumo di sole impigliato nel cotone, quando mia nonna stirava le lenzuola.

Oppure quella pagina del libro in cui Florentino Ariza passa il pomeriggio a mangiare rose e a leggere e rileggere la lettera della sua Fermina, mangiando più rose quanto più la legge.

E’ un fruscìo, la felicità. Che, a volte, mi accorgo di aver udito solo perché si distanzia dal quotidiano stridore.

Uno sprazzo di sereno in cui l’anima respira.

Una frazione di tempo in cui mi dimentico di esistere, eppure sono più viva che in altri momenti in cui penso, dico e faccio.

Pura malìa, ma malìa essenziale.

Solo che uno se ne accorge sempre dopo, quando è troppo tardi, che quella lì era la felicità.

Perché è così che ti frega la vita.

In questi giorni fragili, indecisi, zoppicanti, ogni tanto prendo il telefono e chiamo una voce.

Di poco è fatta la felicità.

Due punti, trattino, chiusa parentesi.