Il sapore amaro della ruggine

971881_10200504675368401_1464122060_n

Succedono cose mentre sono distratta a farne altre. Succedono e basta.

La vita, poi, riprende a scorrermi addosso e tutto sembra uguale. Non è, però, tutto uguale.

E’ che certe storie non mi lasciano fuori. Certe storie mi tirano dentro e, per comprenderle, devo masticarle, deglutirle, digerirle. Il sapore che certe storie lasciano in bocca è amaro. Sa di ruggine.

La storia di Brittany Maynard è difficile da raccontare. O forse no. Forse sono io che faccio fatica a tradurla in parole. Ne ho una serie infinita in testa e metterle in fila non è facile.

Brittany, ventinove anni e un tumore incurabile al cervello, è morta qualche giorno fa. Ha scelto lei di morire, prima che la malattia le corrodesse il corpo e l’anima. Come la ruggine quando corrode il ferro.

Una scelta forse codarda, forse coraggiosa. Comunque amara. Come tutte le cose che sanno di addio, di non ritorno.

Una scelta che il mondo ha interpretato attraverso la lente della propria morale. Perchè il mondo giudica, punta il dito, ingrossa dibattiti. E il dibattito quando si ingrossa troppo, poi tracima.

Che poi, in questi casi, non serve nemmeno capire. Accettare, quello si che è difficile. Rispettare, quello si che è difficilissimo.

“Non è compito mio dirle come deve vivere, nè dirle come deve morire. Il mio solo compito è amarla”.

Le parole di Debbie, la madre di Brittany, non hanno bisogno di altre parole.

Ammiro chi lotta ostinatamente contro la malattia, chi la combatte coraggiosamente fino all’ inesorabile fine. Ammiro chi, pur vivendo attaccato ad una macchina, con il pappagallo sotto il culo, con il corpo attanagliato dal dolore e senza un briciolo di lucidità, resiste come un martire coraggioso.

E comprendo pure chi, spinto da un naturale ed egoistico senso di possesso, vuole tenere qualcuno vicino a sè, anche quando questo qualcuno non vuole o non ce la fa più. Comprendo, perchè è più facile trattenere che lasciare andare.

Biasimo però chi, seduto comodamente sul divano di casa, pontifica sulla vita e sulla morte. Chi giudica le scelte altrui, il dolore altrui, la dignità altrui.

Una interminabile, lenta e penosa fine. Con il corpo e la mente obnubilati da atroci sofferenze. Sarebbe forse questo morire con dignità?

Ma si sa, la porpora dei papi ha finito per riempire di ruggine pure i vangeli.

Io che amo profondamente la vita non vorrei mai morire anzitempo. Solo che, non potendo scegliere di che morte morire, vorrei almeno essere libera di scegliere quando, se sapessi di non poter più vivere dignitosamente.

Vorrei poter decidere, con consapevolezza e lucidità, come lasciare questo mondo, prima che una qualsiasi malattia mi sfiguri il corpo e la coscienza.

Vorrei poter prendere questa decisione da sola, che anche una mosca sarebbe di troppo. E, dopo aver deciso, non sentirmi sola.

Se Dio esiste, poi, ma la vedrò con lui. Faccia a faccia.