Un passo indietro

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Lento lento, veloce veloce, lento lento, veloce veloce.

Capita che la vita non sia sempre un elegante fox-trot, ma tocca ballarla comunque.

Compiendo il primo passo, ritornando sui propri passi, camminando su strade dritte e veloci o su sentieri tortuosi e lenti.

Poi le strade a volte si incrociano e ci si incontra.

Ci si può ignorare o salutare e basta o anche decidere di far due passi insieme.

Avanti o indietro non é importante, sono i motivi giusti o sbagliati che fanno la differenza.

Ora, per come la vedo io, credo che esista un ragionevole dubbio su ciò che voleva dire e invece ha detto il tizio che si chiama come Mozart.

Ha detto di aver scelto una ragazza a condurre con lui il Festival perché è bella, perché è la fidanzata di e perché sa stare un passo indietro al suo uomo.

Un passo indietro, sia mai gli facesse ombra.

Ma ammesso che sia stato frainteso e che non era sua intenzione dare della donna un’immagine così stereotipata, il problema non è ciò che ha detto.

Il problema è che il maschile, davanti al femminile, ancora sbanda.

E le donne come me devono ancora ricordare agli uomini, e forse a loro stesse, di essere fatte di corpo e anche di pensiero, di essere capaci di muovere intelletti e di smuovere coscienze, di segnare strade ed essere creature portatrici di dignità.

Perciò bellissime.

Perché bellezza, per me, è quello che rimane di una donna quando si dimentica di essere bella. Il resto è réclame.

Ma vivere in un mondo di tronisti, pupe e veline, dove essere belli conta più di essere bravi, dimostra quanto la strada sia ancora lunga.

E anziché fare un passo indietro, quella strada sarebbe auspicabile percorrerla insieme, fianco a fianco, rispettando ognuno l’andatura dell’altro.

Di passi indietro io ne faccio tanti. Per ammirare meglio un quadro, per prendere la rincorsa, per dare un senso a quelli che farò avanti.

L’errore è fare un passo indietro per far percepire l’altro come un gigante, perché a seguire un’ombra si diventa solo l’ombra di un’ombra.

Detto ciò, aridatece Pippo Baudo.

Donne, mimose e tacchi alti

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Nascere donna, odiare le mimose ed amare i tacchi alti è troppo in una sola vita.

Ciò mi impone di stare sempre in secondo piano, perché se voglio stare al centro sono superficiale e vanitosa.

E talvolta posso dire la mia, ma un po’ scusandomi come se avessi torto per principio, o il torto fosse di avere un’opinione mia.

Se per caso poi mi capita di avere una qualunque idea, non posso difenderla con veemenza, perché sennò sono aggressiva.

E non posso nemmeno far notare che gli altri dicono cazzate, perché sennò sono saccente.

Difficile essere donna in un mondo infiocchettato di rosa e carino come una bomboniera, dove ci sono donne che, in quanto donne, pensano di essere migliori degli uomini.

Perché dotate, manco a dirlo, di una sensibilità maggiore e di un’umanità superiore.

Ed è difficile essere donna al cospetto di uomini che, in quanto uomini, sono convinti di sapere come vada il mondo e quindi di doverlo spiegare a me che sono donna.

Perchè è vero che per alcuni io sono una creatura meravigliosa, piena di qualità e intelligente.

Ma di quella intelligenza che mi consente al massimo di capire come si programma la lavatrice e non di fare l’ingegnere nucleare o il primario di cardiochirurgia.

Non mi piace, quindi, che ci sia una ricorrenza a sè per ribadire diritti che sono già sacrosanti.

Un solo giorno, ogni anno.

Fino a quando ci saranno donne sfruttate, violentate, infibulate, lapidate, ripudiate con l’acido in faccia, che ho da festeggiare?

Fintantoché, per lo stesso identico lavoro, sarò pagata meno di un uomo o tacciata di andare a letto col primo che capita per far carriera, che me ne faccio degli auguri e delle mimose?

Tanto il giorno dopo l’otto marzo tornerò ad essere la solita donna di sempre.

Quella costretta a fare a brandelli sogni e desideri e ad agganciarli a zavorre di compromessi, pregiudizi e luoghi comuni.

Il poco che resta è stropicciato.

Un rimasuglio di cuore e un frammento di testa.

Che io la sento ancora la solfa che le donne studiano perché hanno queste ambizioni assurde, tipo realizzarsi nel lavoro.

E che invece dovrebbero concentrarsi sulla famiglia, mettere al mondo figli da mandare a scuola con il grembiule sempre lindo ed essere remissive, comprensive, laboriose.

Allora mi piego alla rassegnazione e aspetto che qualcuno, un giorno, mi riconosca diritti non in quanto donna, ma in quanto persona.

Che parli di me senza farmi cascare troppo le braccia e con parole non più vestite di ipocrisia ed intrise di retorica.

Oggi, quindi, vanno bene gli auguri, i fiori, le rose, le mimose, gli scioperi, le feste con lo spogliarellista e persino gli otto giga in omaggio da Tim.

Io preferirei, però, mazzi di scarpe.

E tacchi alti come trampoli con cui camminare fiera verso un mondo che non dovrà più supplicare se stesso per ricordarsi che le donne sono creature degne di rispetto e portatrici di dignità.

Ogni giorno, a prescindere dalla data sul calendario.

Ma a chiunque pensi che oggi sia una festa, auguri.

 

Nei panni di un uomo

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Non è invidia del pene. Nè voglia di celodurismo.

E’ solo curiosità, la mia. Forse perchè non ho mai sentito dire ad un uomo di voler vivere nei panni di una donna.

A me, invece, quelli di un uomo, piacerebbe vestirli. Anche per un giorno, un giorno soltanto.

Avrei la panzetta, la barba e la pelle dura, se fossi un uomo. E pure qualche ruga intorno agli occhi. Come uno che, nella vita, ha avuto un bel po’ di pensieri e la fronte l’ha aggrottata spesso.

Al posto del sangue rosso avrei acqua di mare. Perchè io, se fossi un uomo, sarei uno che va per mare. Con un veliero un po’ ammaccato dal libeccio, ma pronto a spiegare le vele per affrontare le onde più alte.

Sarei un uomo di mare perchè il mare insegna che avere paura è cosa buona, ma poi ti accarezza, come a dirti che andrà tutto bene. Il mare, poi, ha l’orizzonte. E l’orizzonte, si sa, aggiusta tutto e raddrizza le cose storte.

Se fossi un uomo, avrei un sacco di difetti. E non fingerei di non averne.

Sarei riservato, parlarei poco, ascolterei molto. Non sarei particolarmente bello, nè affascinante. Avrei piuttosto quello sguardo spaesato e dolce di un cagnolino che, più di una volta, ha smarrito la strada di casa ed è fradicio, sotto la pioggia.

Non avrei lezioni di vita da impartire, nè consigli da dare.

Sarei soltanto uno che fa, che decide, che non cerca vie d’uscita o scorciatoie.

Sarei soltanto uno che ha fatto la guerra vera, quella di trincea, ed è sopravvissuto.

Tratterei gli oggetti come oggetti e le persone come persone.

E, se fossi un uomo, non userei mai le faccine per esprimere un sentimento o uno stato d’animo. Userei le parole. E sarei un uomo di parola.

In bagno, alzerei sempre la tavoletta e, dopo aver fatto pipì, mi laverei le mani. Poi, se uscissi di casa per andare a comprare le sigarette, tornerei. Si, io tornerei.

Cercherei di fare tre o quattro cose alla volta, come fanno le donne. Se non trovassi i calzini o la birra, cercherei i calzini nel cassetto e la birra in frigo. E proverei a sopravvivere anche a 37 di febbre, senza un lamento.

Mi piacerebbe essere un uomo anche solo per non depilarmi più in giù del collo. O anche per andare in vacanza finalmente con una valigia sola, chè un paio di scarpe sarebbero più che sufficienti.

Se fossi un uomo, poi, non sceglierei mai una donna come si sceglie una pizza.

Mi innamorerei di cose che vedrei solo io. Di gesti improvvisi e inavvertibili. Di un modo di parlare o di muovere le mani. Di dettagli, sfumature, virgole, silenzi. Di fragilità mal celate. E, di tutte queste cose, sarei geloso.

Non correrei mai dietro ad una donna. Le camminerei a fianco, la corteggerei, la vizierei, la farei ridere e le chiederei scusa. Troverei il tempo per ascoltarla, anche quando tace.

Proverei a sedurla passando i polpastrelli sulla carta e sulle parole di un libro. O arrotolando le maniche della camicia, a piedi scalzi, con una sigaretta spenta tra le dita.

E’ un compito molto difficile, essere uomini. Perchè consiste, principalmente, nell’avere a che fare con le donne.

Gli uomini, io lo so, ci sono. Sono quelli che, nell’avere a che fare con le donne, sanno essere grandi anche nelle piccole cose.

Ed io, se fossi un uomo, sarei mio padre.

Donne, è arrivato l’arrotino

Listener

“Donne, è arrivato l’arrotino. Arrota coltelli, forbici, forbicine, forbici da seta, coltelli da prosciutto. Ripariamo cucine a gasse, abbiamo tutti i pezzi di ricambio per le cucine a gasse. Se avete perdite di gasse noi le aggiustiamo, se la vostra cucina fa fumo, noi togliamo il fumo dalla vostra cucina a gasse“.

Gli arrotini di una volta, quelli con il carretto ambulante o il furgoncino con l’altoparlante. Oggi non ci sono più nemmeno le cucine “a gasse”, i coltelli rotti si buttano, quelli da prosciutto e le forbici da seta ormai chi se li ricorda più.

Nostalgia di un tempo in cui si produceva, si consumava e si riparava quello che si era consumato. Oggi invece non si ripara più nulla, neanche al male che si è fatto, figuriamoci le cose che, per definizione, sono generiche, astratte. Cose, appunto.

Obsolescenza programmata, si chiama così. Cose progettate e concepite per non durare a lungo. Cose che perdono valore perchè non riescono a stare al passo con i tempi e presto diventano obsolete, superate, scadute.

Generazione usa e getta, ecco cosa siamo. Oggetti ancora nuovi ma ormai passati di moda, caduti in disuso. Rapporti superficiali, computerizzati, macchinosi, destinati ad essere cestinati quando ci hanno stufato. Sentimenti precari con la data di scadenza ben in vista, quasi fossero uno yogurt, un contratto a tempo determinato, uno squallido co.co.pro.

Quando le cose erano fatte per durare trasudavano rispetto per chi le aveva costruite, per chi le aveva maneggiate, per chi le aveva logorate. E se non duravano, le si aggiustava. Niente era costruito per essere buttato, ogni cosa era potenzialmente per sempre. Si lasciava che le cose invecchiassero, ora nulla diventa vecchio perchè nulla ha il tempo di rompersi o di smettere di funzionare. Oggetti senza storia, oggetti che non ci mancheranno una volta buttati. Perchè, quello stesso giorno, correremo a sostituirli con altri.

Voglia di cose fatte per durare, di sentimenti da riparare, di luoghi dove poter affilare pensieri, quasi fossero coltelli da affondare sottopelle.

Voglia di arrotini e di pezzi di ricambio.

L’arrotino, si sa, ama le donne. Le predilige e le corteggia sin dalla prima frase. Viene subito al dunque, lui c’è, è arrivato ed è lì per te.  “Donne, è arrivato l’arrotino” è più seducente ed accattivante di un banale “si avvisa la cittadinanza che è giunto l’arrotino”.

L’arrotino sa che, per le donne, le parole sono importanti. Dunque sa che non deve perdersi dietro ad inutili preamboli.

L’arrotino sa che il target è importante, ma sa anche che, per attirare l’attenzione delle donne, deve dichiarare subito quella che è la sua mission.  Annunciare che, per qualsiasi problema, lui ha la soluzione. Perchè lui è la soluzione.  E così, senza dilungarsi in perifrasi arzigogolate, promette solo ciò che è in grado di mantenere. Niente mari e monti, niente luna nel pozzo.  Promette semplicemente di  riparare ciò che è rotto. Solo quello.  E, come pochi, mantiene sempre ciò che promette.

Ecco che l’arrotino diventa l’apoteosi del maschio, un capolavoro di virilità multitasking, il principe azzurro, il genio della lampada.

O forse, è solo un genio del marketing. Ma questo le donne lo sanno, le donne l’han sempre saputo…