La minestra, la finestra ed io

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Se è insipido, aggiungere un pizzico di sale.

E questo è tutto ciò che so della cucina.

Perché io faccio pasticci, ma non il pasticcio di carne.

Manteco pensieri spaiati, ma non risotti accoppiati con le pere.

Intingo la penna nel calamaio, ma non la patata nell’olio.

Più che molecolare, la mia è una cucina sperimentale.

Sperimento assaggi di delizie morbide o stagionate con gemme fruttate, fantasia di conchiglie al sapore di pomodoro e odore di basilico, quattro salti in padella su un letto di spremuta d’olive.

Ecco perché mia madre sostiene che, tra mangiare sempre la solita minestra o buttarmi dalla finestra, sia arrivato il momento di buttare la minestra dalla finestra e comprare il Bimby.

Un giocattolo per adulti.

Che trita, pesa, frulla, taglia, emulsiona, grattugia, omogeneizza, monta, sbatte, mixa, impasta, riscalda, cuoce.

E che costa come quindici giorni di vacanza a Sharm el-Sheikh a fare snorkeling con le tartarughe giganti, una settimana di crociera nel Mediterraneo o un fine settimana a Copacabana a sorseggiare caipirinha in un hotel 5 stelle all inclusive.

Un fottìo, insomma. Nonostante ciò, sono anni che insiste per regalarmelo.

Perché lei ce l’ha, mia sorella ce l’ha, tutte le sue amiche ce l’hanno e le vicine di casa anche.

Mi ha detto anche che, per quelle culinariamente negate come me, c’é persino la versione digitale.

Un display touchscreen a colori spiega, passo dopo passo, cosa fare e con il tocco di un dito il piatto é pronto.

Così, un giorno, invece di “non so cucinare”, potrò dire “so usare il Bimby”.

Mica come lei che, con o senza robot, cucina per la necessità di avere qualcuno di cui prendersi cura, per ricordare chi non c’é più e per rimpinzare di manicaretti chi c’è ancora.

Mia madre mescola uova e zucchero. Assembla strati di lasagne. Frigge melanzane e ricordi, tutti insieme.

E con mani grandi come badili distribuisce pacche sulle spalle e gustose pietanze.

La domenica fa l’arrosto? Se ne avanza un po’ é un peccato, così lo trita e il lunedì si presenta con le polpette.

Ne rimangono due? Le pressa e il martedì te le ritrovi nello spezzatino con le patate.

Io invece, al massimo, riciclo le penne al pomodoro superstiti del sabato, ci aggiungo un po’ di mozzarella e la domenica le ripropongo incrociate tra di loro e con un gambo di prezzemolo infilato sopra.

Penne in crosta di, senza crosta.

Perché io, anche se non ho il cestello Varoma, mangio comunque.

E se oggi sono una peccatrice affamata, la colpa é della suora che un giorno all’asilo mi disse: “Mangia, che i bambini in Africa muoiono di fame se non mangi tutto.”

Ed io allora mangiavo per loro, per quei piccoli africani con il volto scarno e sofferente, le gambe deboli e le pance piene d’aria.

Poi, quando ho capito che quella era solo una cazzata che gli adulti raccontano ai bambini e che in Africa quei corpicini rimanevano smunti lo stesso, ho cominciato a mangiare per me.

Una cucina fatta di cinquanta sfumature di frigorifero: robe surgelate, zuppe riscaldate, bistecche cotte non proprio a puntino.

E siccome della storia del “ce l’hanno tutti” a me non interessa nulla, io il Bimby non lo voglio.

Voglio l’equivalente in soldi e andare a nuotare con le tartarughe giganti a Sharm El Sheik, oppure a zonzo nel Mediterraneo o spiaggiarmi a Capacabana per un po’.

Poi al ritorno, felice ed abbronzata, chiuderò la finestra e cambierò il nome alla solita minestra.

Vuoi assaggiare i miei capelli d’angelo in composto liquido di ortaggi e baccelli leguminosi al profumo di coriandolo?

Quanto basta

cucina_con_polenta

Io sto alla cucina come Cicciolina sta alla politica.

Non distinguo un porro da uno scalogno, la maggiorana dall’origano, una seppia da un calamaro, un mestolo da una schiumarola. Non ho mai capito a che serve l’erba cipollina o la colla di pesce o il lievito madre.

Non ho mai capito come fa la maionese ad impazzire, come mai non tutte le ciambelle vengono col buco e come si può rigirare la frittata senza romperla.

Odio cucinare. Non so fare nemmeno un uovo al tegamino, sporco duemila pentole per fare un budino e mi brucio sempre le mani quando scolo l’acqua della pasta. Pasta, di solito, scotta e mangiata.

(Scusate, il citofono. Deve essere Carlo Cracco).

Odio stare ai fornelli. Odio preparare la tavola. Odio pesare, dosare, calcolare, misurare ogni cosa. Odio il pizzico di sale, il filo d’olio, il pepe q.b. Per anni ho pensato che q.b. fosse la marca del pepe. Poi, un giorno, mi hanno spiegato che q.b., in cucina, vuol dire quanto basta. Da quel giorno, per me, q.b. vuol dire  stare in cucina quanto basta. E, per me, anche cinque minuti fanno la differenza.

Odio le trasmissioni di cucina. A qualsiasi orario e su qualsiasi canale c’è sempre qualcuno che sfornella. Un tripudio di padelle sfrigolanti, di tagliatelle di nonna Pina, di ricette facili facili con cose che abbiamo in casa. Peccato, però, che quelle cose lì, a casa mia, non ci sono mai. Non c’è lo zenzero, nè il coriandolo fresco, nè i semi di cumino e neanche il bastoncino di vaniglia.

Ci sono poi dei piatti in cui non mi cimento proprio. Alcuni, per rispetto della convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo. Altri, perchè mi sono stati vietati dall’assemblea di condominio. Ricordo ancora quel giorno di culinaria follia quando, per cuocere una bistecca, ho dato fuoco a mezza cucina. La bistecca, comunque, non era proprio bruciata, era solo ben cotta. Però i miei vicini hanno chiamato lo stesso i pompieri.

Da allora, il mio piatto forte è il pinzimonio.

Naturalmente odio anche le cene condivise, quelle dove ognuno-porta-qualcosa. Quelle dove io mi limito a portare da bere o a comprare il dolce. E quando la pasticceria è chiusa mi limito a rispondere “grazie dell’invito ma verrò dopo cena”.

E pensare che mia mamma è la regina dei fornelli. Ed io, invece, la regina dei surgelati. E pensare che mia nonna era una cuoca da Cucchiaio d’oro. Ed io, al massimo, da cucchiaio di legno.

Però sono bravissima a mangiare. So scegliere il vino, so fare i 4 salti in padella e so aprire le scatolette di tonno senza rompere la linguetta. E poi so ordinare la pizza in tutte le lingue del mondo.

Sono pure simpatica. Dunque, non posso essere anche una brava cuoca.