A carte scoperte

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Quando si hanno poche carte, tanto vale tenerle scoperte.

E poi, si sa, giocare al rialzo è solo un bluff. Si punta su ciò che non si ha e che quindi non si può perdere.

Allora mescolo bene, taglio il mazzo e scopro le mie.

Una carta alla volta.

Regina di cuori.

Ho una mente complessa, quindi contorta. Che é un po’ come avere delle grosse tette, tutti l’ammirano ma nessuno sa quanto sia scomodo andarci in giro.

Penso no e dico si. Rido fino alle lacrime e piango senza motivo. Faccio una cosa e subito dopo mi chiedo perché l’ho fatta.

Non so cosa sia la cucina molecolare. E nemmeno quella fusion. Non so distinguere la bourguignonne dalla ratatouille. Né una seppia da un calamaro.

Almeno una volta al mese ascolto “Senza un briciolo di testa” di Marcella Bella. Almeno una volta a settimana “Luna” di Gianni Togni. E almeno una volta al giorno “Si é spento il sole (e chi l’ha spento sei tu)” di Celentano.

Sto cercando di smettere.

Quattro di fiori.

Sporco, macchio, stropiccio tutto ciò che é impeccabile. Perché la perfezione non é di questo mondo. E visto che nell’altro ci credo poco, preferisco circondarmi di cose imperfette. E di persone perfettibili.

Detesto gli obblighi, i convenevoli, le litanie, le liturgie, le pastoie.

E detesto gli eccessi. Non mi piace aggiungere, preferisco togliere. Levare il più, semplificare, eliminare gli orpelli. Scegliere cosa e cosa no. Soprattutto cosa no.

Ho girato, pure io, un video con la musichetta di Pharrell, dimenandomi sulle note di “Happy”. Il video è stato proiettato al matrimonio di un’amica. Poi, come se non bastasse, è stato caricato su YouTube. Così, ora, sono parimenti dileggiata dal mondo reale e da quello virtuale.

Ho capito, dopo una lunga e attenta valutazione, che io e gli uomini con le iniziali ricamate sulla camicia non potremo mai andare d’accordo. Ora che ci penso, neanche con quelli che indossano la camicia a maniche corte. O le bretelle, oppure le scarpe lucide.

Ho un gruppo su WhatsApp che si chiama BFF, cioé best friend forever. L’immagine del profilo é un cuore diviso in quattro parti che si incastrano fra di loro.

In realtà noi siamo cinque amiche, ma poco importa.

Parliamo di spiritualità, di beghe quotidiane, di viaggi e di come impalmare il fidanzato di turno. Scherziamo, ci provochiamo, ci cerchiamo e ci prendiamo per il culo. Tutto normale, ma tutto prezioso.

Nove di quadri.

Amo gli ossimori, gli accostamenti improbabili, i paradossi apparenti. I concetti opposti e distanti legati fra loro da parole forti e incisive.

Non sopporto, invece, le perifrasi, i giri di parole. In fondo, ce ne vogliono così poche per quelle quattro cose che contano veramente nella vita. “Mi manchi”, una parola in più stonerebbe.

A chi é senza peccato gliene presto uno dei miei. Perché, ad occhio e croce, credo di aver infranto tutti e dieci i comandamenti.

Ho pure rubato, una volta. Arance.

E quando il contadino ha sorpreso me e le mie amiche arrampicate sugli alberi come scoiattoli ci ha rincorse per tutto il campo con l’Ape 50. Sul cassone, l’adesivo di Bob Marley che si fuma la canna e quello della coniglietta di Playboy. Accanto, Padre Pio.

Il mio punto G é in un negozio di borse. Ma anche di scarpe, volendo.

Quando inizio un nuovo libro, vado sempre a sbirciare l’ultima pagina.

Al supermercato annuso i detersivi. A casa parlo con le piante.

E una volta, all’isola d’Elba, ho fatto come Totò. Ho aperto la finestra e ho gridato “Arrangiatevi!”.

Asso di picche.

Quello, per ora, rimane nella manica.