Dalla prima lettera di Salvo a Livia

Montalbano-cartone

Vigata, 4 aprile 2014

Cara Livia,

quando riceverai questa lettera io sarò lontano. Da qualche parte, al mare, spaparanzato n’anca cca e n’anca dda.

Ti scrivo queste poche righe perchè tanto con te è inutile parlare al telefono. Si sa, gira vota e furria le nostre telefonate finiscono sempre a schifio.

Vent’anni. Sono vent’anni ca fazzu sta vita e ora non ne posso più. Ora sono proprio stanco delle tue paturnie, delle tue fisime, delle chiamate nel cuore della notte o proprio quando sto per sedermi a tavola. “Pronto? Montalbano sono e sto mangiando la pasta coi broccoli. Chi è che rompe?”. E tu puntualmente ti arrabbi, fai l’offesa, balbetti qualcosa e, alla fine, butti giù il telefono. E, così a me, passa pure il pititto di mangiare.

Basta Livia, stavolta mi sono davvero rotto i cabasisi! Di te e dei tuoi teatrini che manco all’opera dei pupi!

Ogni pretesto è buono per attaccare turilla, per rinfacciarmi che lavoro troppo, che ti trascuro, che rimando scelte e decisioni. Che a te piace la montagna e a me piace il mare. Che a te non piace cucinare e a me piace mangiare. Che a te piacciono le serie tv e a me i film in bianco e nero. Che a te piace fare l’amore in silenzio e a me invece, proprio in quei momenti lì, piacerebbe fischiettare la marcia trionfale dell’Aida.

E poi mi rimproveri sempre di non essere abbastanza amico compagno amante fratello cuoco idraulico meccanico psicologo estroverso affettuoso comprensivo, di non accorgermi mai del tuo nuovo taglio di capelli, di non ricordare la data del nostro primo incontro, nè quella del primo bacio, nè quella di quando ci siamo fidanzati. Figuriamoci poi la data del tuo compleanno.

Con gli anni sei diventata sempre più isterica e petulante. Come una fimmina quando ha le sue cose (con rispetto parlando). E se un uomo con la pistola incontra una donna mestruata, l’uomo con la pistola è un uomo morto.

L’ho capito stamattina, durante l’ennesima sciarriatina al telefono. Mi hai detto di sentirti come una fabbrica di uova che sta per fallire  e che quindi dovevamo fissare una data e prenotare pure le bomboniere. Che camurria, ogni volta che hai la sacra sindrome tiri fuori ‘sta storia delle bomboniere!

E mentre tu parlavi, la vita mi passava davanti. Una vita senza gli arancini di Adelina e senza le triglie fritte della trattoria “Da Enzo”. Una vita fatta di penne al pesto e di focaccia genovese.

Allora ho cominciato a sudare freddo, ho ripassato la tabellina del nove e alla fine ti ho detto: “Scusa Livia, ne possiamo riparlare stasera? C’è Catarella che mi sta aspettando in macchina da venti minuti”.

Pensavo di essermela scampata e invece, poco dopo, mi è arrivato un tuo sms. “Non è vero che Catarella ti sta aspettando in macchina. Sei solo un bugiardo e pure un po’ codardo! Non cambierai mai! Chi nasce tondo non può morire quadrato.”

Stavolta hai ragione tu, cara Livia. Chi nasce tondo non potrà mai morire quadrato. Ma pure chi nasce mappina non potrà mai morire foulard.

Quindi ti saluto.

Salvo

(Sono cresciuta a pane e Camilleri. E visto che, in questi giorni, si festeggia il ventennale del debutto del commissario Montalbano ho voluto, a modo mio, rendere omaggio a lui e alla sua fidanzata, la “fimmina più camurriusa” di tutta la letteratura italiana. 🙂 )

 

 

Fratria

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Si racconta che due siciliani arrestati in terra straniera, vennero messi in celle separate affinchè non potessero tra di loro comunicare e concordare un piano  di difesa comune. Portati il giorno dopo davanti al re per essere giudicati, i due trovarono il modo per scambiarsi una rapida occhiata, una veloce taliàta. Che venne però intercettata dal primo ministro, anche lui siciliano, che gridò: ” E’ tutto inutile, Maestà, parlarono!”

Parlarsi con gli occhi. Fra siciliani, niente è più eloquente di uno sguardo.

Lo spiega bene Camilleri: “L’amicizia siciliana, quella vera si basa sul non detto, sull’intuito: uno ad un amico non ha bisogno di domandare, è l’altro che autonomamente capisce e agisce di consequenzia“. E ancora: ” L’amicizia siciliana è un’arte difficile e forse bisognerebbe chiamarla con un nome diverso, fratrìa, fratellanza, consanguineità d’elezione. Fra due amici siciliani si crea come un cerchio magico che esclude gli altri, i fatti del mondo e macari della Storia“.

Fratria, l’amicizia siciliana bisognerebbe chiamarla fratrìa.

Non è una parola sicula, viene dal greco antico  (φρατρία) ed indica una comunità costituita da persone che si considerano discendenti da un antenato comune e legate fra loro da vincoli “fraterni” di solidarietà, affetto, difesa, protezione. La fratria è fatta di  conoscenza reciproca, di sguardi sicuri e silenziosi, quasi complici.

L’amicizia per i siciliani è questo. E’ la relazione fra persone che si ritengono consanguinee pur non essendolo, è capire l’altro al primo sguardo, è comunicare rimanendo in silenzio. Non serve proferire parola. Basta ‘na taliàta.

Camilleri racconta che, quando Vincenzo Consolo andava a trovare Leonardo Sciascia, si sedevano uno di fronte all’altro, visibilmente felici di rivedersi, e parlavano pochissimo. Perchè due amici siciliani, incontrandosi, possono stare zitti proprio per dimostrarsi che si conoscono e si vogliono talmente bene che non serve dirsi niente.

A volte, in Sicilia non serve nemmeno dirsi “diamoci del tu”. L’amicizia può infatti scattare sin dal primo incontro, sin dalla prima frase. Ci si scambia una rapida occhiata ed è come se ci si riconoscesse.

Empatia, un intenso coinvolgimento emozionale, un legame resistente, come quello di due corde legate fra loro a doppio nodo.

Un rapporto ricco di sfumature, un sentimento amplificato, nel bene e nel male. Basta un nonnulla a rompere un’amicizia. Una parola. Non una frase, è sufficiente una sola parola. Perchè la vera amicizia tanto più è profonda e sincera quanto più è delicata e fragile.

I tratti dell’animo siciliano sono molteplici perchè le Sicilie, dopotutto, sono tante. Ma per i siciliani il senso dell’amicizia è uno, univoco, inequivocabile.

In Sicilia quando l’amicizia c’è, è veramente un’affinità ancestrale, un sentimento istintivo, intimo, riservato e mai ostentato. E’ fratria.

Lo sanno bene”i siciliani di scoglio”, quelli che non riescono ad allontanarsi dall’isola e lo sanno bene “i siciliani di mare aperto”, quelli che se ne vanno ma si portano la Sicilia dentro.

E lo sanno bene i lampedusani.

L’abbraccio di un lampedusano ad un migrante. La fratria è tutta lì.