La sindrome di Godot

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Un giorno qualunque, in fila alle poste, aspetto il mio turno.

E’ l’attesa di tutte le attese. Il tempo sembra immobile, eppure scorre. Come quando si aspetta Godot.

A me le poste piacciono. E mi piacciono le file, quelle scomposte, quelle disordinate, quelle dove si apre il sipario e va in scena la variegata umanità. Lo spettacolo è affascinante e gratuito.

Mi metto in fila e osservo.

Osservo gli insofferenti, gli annoiati, gli ansiosi. Quelli che sonnecchiano, quelli che parlano al telefono gesticolando. Osservo i collezionisti di numeri, quelli in cerca di ticket abbandonati, quelli che vagano con il carnet di bigliettini e attendono impazienti il primo numero estratto.

Qui tutti aspettano. E aspettando Godot c’è chi preferisce dire qualcosa. “Che tempo! Oggi fa proprio freddo. Appena smette il vento comincia a piovere”.

Si comincia sempre così. Dal qualunquismo spicciolo, dalla retorica metereologica, dal fatto che non esistono più le mezze stagioni e non si sa mai come vestirsi.

“Due gocce alla campagna fanno bene. Qui, una volta, era tutta campagna. Ora non c’è più nessuno che lavora la terra” dice un tipo un po’ strano, vestito di nero e con degli stravaganti occhiali da vista. “Chissà dove andremo a finire. Troppo cemento, troppe macchine, troppo smog. E troppe malattie. Io è da qualche giorno che cammino male. Artrosi al ginocchio. Ci sarebbe anche la prostata ma, data l’età, il medico mi ha sconsigliato di operarmi. Però mi sono convinto a sostituire la dentiera. Ho trovato un dentista tanto bravo. E’ giovane, però è bravo”.

Nella fila accanto c’è chi parla dell’euro, chi del rincaro della benzina, chi delle nuove offerte della Coop. Poi si torna a parlare delle consuete ovvietà. “Il parquet è bello ma è troppo delicato”. “La verdura di una volta aveva tutto un altro sapore”. “Le donne non sanno guidare”. “I dipendenti pubblici sono tutti fannulloni”. “Il sindaco sa solo aumentare le tasse”. “Ormai siamo tutti con le pezze al culo. Un caffè al bar costa un euro e venti. Ma lo stato italiano dov’è? Cosa fa?”. “Hai visto quelli? Tante parole, tante promesse e poi sono diventati uguali agli altri. I politici pensano ad una cosa sola, alla poltrona”. “La politica è tutto un magna magna”.

Discorsi ripetitivi, gesti meccanici. E’ la sindrome di Godot. Aspettando Godot si fanno molte pause. A volte si ride, a volte si riflette, a volte si sta in silenzio.

[Non diciamo male della nostra epoca, non è più disgraziata delle altre. (Silenzio) Non ne diciamo neanche bene. (Silenzio) Non ne parliamo. (Silenzio) Si nasce tutti pazzi. Alcuni lo restano].

“Sto fatto che gli uomini quando si incazzano uccidono, mi spaventa. Ogni giorno ce n’è uno che va fuori di testa e al telegiornale, ormai, non si parla d’altro”. “Il rigore, ieri sera, non c’era. Te lo dico io, il rigore non c’era”. “Quanto mi piace Papa Francesco. Saluta sempre, augura il buon pranzo, dice buonasera, scende in mezzo alla gente, abbraccia tutti”. “Ma hai visto quella? E’ un uomo o una donna?”. “Oddio, non c’è più religione”.

Il contanumeri scorre lentamente.  La gente in fila comincia a spazientirsi. E’ nata prima la fila o prima la posta? Ma quando arriva Godot?

“Mi si è rotto l’aifòn. Stavo mandando un messaggino con uozzàp e si è spento all’improvviso. Morto, kappaò. Ho letto su feisbuc che è successo anche ad altri. Pare dipenda dal daunlod di qualche applicazione che fa impallare il softuer. Boh, non ci capisco nulla. Per la tecnologia, sono proprio negata”.

Godot è in ritardo. Se non arriva entro cinque minuti me ne vado. [Siamo venuti nel posto sbagliato? Dovrebbe già essere qui. Non ha detto che verrà sicuro. E se non viene? Torneremo domani. Forse. Finchè non arriva. Così è la vita].

Nell’attesa, l’aria è diventata irrespirabile. Odore di chiuso, puzza di vecchio, aliti cattivi. Gente allergica all’acqua. O forse al sapone.

Ricordatemi così, in fila alle poste in un giorno qualunque. Profumata.