Applausi

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Ci sono cose che non capirò mai.

La carta igienica profumata. Il tasto aria fredda del phon. Gli applausi di circostanza.

Quelli che si fanno ai funerali, ad esempio.

Non ho mai capito cosa ci sia da applaudire ad un funerale. Forse il morto. Forse la morte. O forse è solo un tributo all’ultimo atto della vita. All’ultima replica dell’ultima scena. Applauso. Sipario.

I familiari del morto, gli unici a soffrire davvero, però, non applaudono mai. Applaudono gli altri, quelli che hanno bisogno di battere le mani ai morti per sentirsi vivi.

Un parroco toscano ha addirittura ingaggiato una claque. “La compagnia dei defunti”, Padre Marcello l’ha chiamata così. Per garantire a tutti un funerale dignitoso e affollato. Dove basta partecipare, esserci, fare numero. E, all’occorrenza, battere le mani.

Una consuetudine tutta italiana quella dell’applauso inopportuno, stonato, fuori luogo.

Tipo quello che si fa sull’aereo. Dove l’atterraggio diventa un evento straordinario e il comandante dell’aereo un provvidenziale nocchiero. E l’applauso, quasi la pacca sulla spalla.

Come se il pilota fosse atterrato miracolosamente senza carrello in mezzo alla foresta amazzonica. Come se non avesse fatto semplicemente il suo lavoro. Che è, appunto, anche parcheggiare.  E, di solito, non si applaude chi parcheggia la macchina o l’autobus.

Ci sono applausi che possono poi risultare insulti. Cinque minuti è durata la standing ovation ai poliziotti che hanno ammazzato Federico Aldrovandi, massacrandolo di botte. Cinque minuti. Più della loro permanenza in carcere.

Insomma, gli applausi non mi piacciono. Tantomeno quelli registrati, quelli da copione, quelli finti da Drive In, da Paperissima.

Clap, clap, clap. Sonore risate e scroscianti battimani. E, ogni volta, lo stesso dubbio. Che forse sono io che non capisco le battute.

Non per vantarmi, ma mi sono alzata dal letto anche oggi.

Dunque, meriterei anche io 92 minuti di applausi. A scena aperta. Grazie.

Con la testa fra le nuvole

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L’altro giorno stavo su un aereo. Uno di quei voli pezzenti low cost dove l’unico pilota affidabile è quello automatico e dove le hostess sorridono sempre. Anche durante le turbolenze, anche se hanno avuto una giornata di merda, anche se sono mestruate. Loro comunque sorridono, per contratto.

Quando salgo su un aereo penso sempre che non bisognerebbe mai accettare passaggi dagli sconosciuti. E che il numero degli atterraggi dovrebbe essere sempre uguale al numero dei decolli.

Quando i pensieri diventano troppo rumorosi li metto in modalità aerea. Così non li sento più. Così posso guardare il mondo dall’oblò. E il mondo visto da lassù sembra quasi bello. Nuvole a forma di asterisco, a cuore, a cappello. Con la testa fra le nuvole, gli occhi vedono e la mente sagoma.

E’ facile perdersi in un cielo così grande. E chissà dove vanno a finire gli aerei quando si perdono. Perchè a volte si perdono. Puff! Scompaiono come in un gioco di prestigio. Come in una puntata di Lost. Come quando sparisce un calzino nella lavatrice.

La mia parrucchiera ha una teoria tutta sua.  Per lei, la colpa è degli alieni. Per la mia estetista invece c’entrano i talebani. E non ho ancora parlato con il giornalaio. Perchè noi siamo fatti così. Fino a qualche giorno fa tutti esperti di cinema. Ieri di politica estera. Oggi tutti ingegneri aerospaziali. E fra qualche mese saremo tutti allenatori di calcio.

Un po’ spioni e un po’ spiati, ecco come siamo. E proprio quando si pensa di avere tutto sotto  controllo, qualcosa sfugge.  Qualcosa improvvisamente sparisce, nel nulla. Aerei che si perdono, come aghi in un pagliaio.

Insomma, quando sono con la testa fra le nuvole non vedo l’ora di tornare con i piedi per terra. Perchè ho ancora mille cose da fare. Andare a Machu Picchu, mungere una mucca, pubblicare un libro, sposare uno sconosciuto a Las Vegas, fare il cammino di Santiago, guidare una DeLorean, iscrivermi ad un corso di cucina, imparare a giocare a scacchi, salire su un taxi e gridare “segua quel taxi!”.

E poi è inutile girarci attorno. Detesto pensare che quelle noccioline rammollite che danno sull’aereo potrebbero essere il mio ultimo pasto.