Varie ed eventuali

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Giorni strani questi, fatti di strade perse e persone ritrovate, di storie stanche e vite nuove, di freddo che finalmente è arrivato e di pioggia che non se ne vuole più andare, di vento forte e cipressi che come pennelli di Picasso pitturano nuvole nere su un cielo che, a volte, è come se sapesse.

Ore increspate e dense, fitte di pensieri, lavori, pretese, contrattempi e crucci distribuiti a pioggia tra amici e parenti e allora alzo gli occhi al cielo e penso che pioverà anche oggi e intanto Einaudi suona Una mattina e a me viene voglia di parlare al buio, di un po’ di letargo e di un vassoio di pasticcini incartato col fiocco.

La cosa buffa di certi giorni è che passano. Come tutti gli altri.

Scrivo poco negli ultimi tempi. A che serve? mi chiedo ogni tanto. Poi mi ritrovo con un mare di parole in testa che si esaurisce solo quando il nero raggiunge il bianco perché scrivere non è obbligatorio, è solo bello.

E allora scrivo di cose buone e cattive tutte mischiate insieme: di un weekend a Napoli in cui ho iniziato a viaggiare ancora prima di partire e in cui ho pianto davanti alla statua del Cristo velato e ho riso davanti alla sfogliatella del Gambrinus; di un brutto incidente, uno di quelli in cui ci si fa molto male, da cui sono uscita senza fiato, ma senza un graffio e il merito, forse, è del corno rosso comprato a Spaccanapoli o di qualcuno che sta lassù o chissà dove; di tazze sbeccate con cui mi aggiro per casa pensando che essere infrangibili non è cosa che ci compete; di paure sminuzzate e fatte piccole piccole che tengo come un mazzo di chiavi nella tasca del cappotto e che servono a ricordarmi ciò che sono e ciò che non posso essere; di parole di conforto e di braccia sempre spalancate perché l’amicizia è quella cosa che “se hai bisogno sappi che ci sono e se ho bisogno so che ci sei”; di novembre che è qui per ricordarmi che tra un mese arriva la tredicesima e per riportarmi alla mente, ogni volta, i versi di una poesia di Carver, una di quelle che a scuola purtroppo non fanno imparare a memoria:

Per un po’
non andiamo da nessuna parte.
Ma poi andiamo.

Per un po’ non sono andata da nessuna parte, ma adesso vado e se mi vedrete andare veloce e ridere tanto, è solo perché sto recuperando.

Tra le cose di tutti i giorni

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Ci sono giorni in cui John Belushi mi cammina accanto in silenzio, Jim Morrison mi guarda e canta People are strange, Van Gogh dipinge per me una notte stellata, Camilleri mi scrive su un pizzino la ricetta dell’arancino e mia nonna mi accarezza i capelli e mi dice “ciatu mio”.

Sono i giorni in cui le assenze diventano presenze per il solo fatto di esserci, anche senza esserci.

Ci sono giorni a cui chiedo molto e poi mi accontento di quello che arriva, in cui passo il tempo a dire “mah” e talvolta lo alterno con “boh”, giorni in cui basterebbe offrire granita di mandorle agli angoli delle strade per rendere il mondo un posto migliore, giorni così, di piogge improvvise e di lune piene, di ombrelli persi e di dubbi ritrovati, giorni che iniziano appiccicosi e sfatti e finiscono a vaffanculo e birra.

Sono i giorni in cui la papera non galleggia e si naviga a vista sperando di vedere tutti gli scogli.

Ci sono giorni in cui le donne tolgono il reggiseno per Carola, ai bambini di Bibbiano tolgono mamma e papà, ai migranti la possibilità di una vita migliore augurando buon appetito ai pesci, all’umanità ogni traccia di speranza e a me le parole di bocca.

Sono i giorni in cui Astolfo dovrebbe tornare sulla luna a recuperare il senno che da un po’ è stato smarrito.

Ci sono giorni che partono sbagliati e do la colpa al piede che scende dal letto, ma non è così, giorni in cui ho voglia di caffè freddo con panna, di leggere parole altrui che raccontano cose di me che pensavo di conoscere solo io, di togliermi sassolini e scarpe, di riposare all’ombra degli ulivi della Sicilia, di ascoltare le cicale amoreggiare al tramonto, di sapere che le persone che mi sono care stanno bene e allora sto bene anch’io.

Sono giorni che sembrano tutti uguali, ma io no.

Ci sono giorni in cui prendo le cose come vengono, le butto nell’acqua bollente per qualche minuto e poi le passo in padella a fuoco vivo, mentre guardo programmi tv che sembrano la versione sporcacciona del teorema di Ferradini e sogno ad occhi aperti di recitare nella prossima stagione de La casa di carta solo per farmi chiamare Trinacria e andare a scippare le vecchiette che ritirano la pensione alla posta.

Sono giorni in cui si sta così, tra le cose di tutti i giorni, in cerca di un po’ di svago perché anche i carri armati, ogni tanto, vanno oliati.

Intanto domani mangerò al mare e questo mi basta.

Frittura di pesce. Senti come suona bene?

Gioco il jolly

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Sono quella che non è più quella di una volta.

Avevo 25 anni e lunghi capelli biondi che lavavo con lo shampoo Campus alla mela verde, sognavo di fare un giro sull’elicottero di Another brick in the wall e volevo andare a vivere a New York per guardare il fumo che usciva dai tombini.

Era l’estate del Commodore 64, del floppy disk e della tastiera senza la chiocciola.

Su quei tasti neri che sembravano sciogliersi per il caldo ho scritto la mia tesi di laurea.

Scrivevo di Dante, della Divina Commedia e di una selva oscura che, in quei giorni, sembrava anche a me un buon posto dove nascondersi.

Purgatorio, canto XXXII, le allegorie.

La curia romana è rappresentata come una puttana ammiccante e sicura di sé; accanto a lei c’è un gigante, Filippo il Bello re di Francia, che la sorveglia perché non si allontani e scambia con lei dei baci sfacciati. E quando la prostituta rivolge a Dante uno sguardo pieno di desiderio “quel feroce drudo la flagellò dal capo infin le piante”.

È la tarda mattinata di mercoledì 13 aprile (o 30 marzo) del 1300 e il canto racconta il trasferimento della sede papale ad Avignone.

Ma descrive anche il turbamento di Dante nel rivedere, dopo dieci lunghi anni, il volto di Beatrice: ha la vista abbagliata come se avesse fissato il sole. “Tant’eran li occhi miei fissi e attenti a disbramarsi la decenne sete, che li altri sensi m’eran tutti spenti.

Dante mi ha insegnato che una cosa bella va guardata, non fotografata. E poi il ricordo tenuto nel cuore, come tutte le cose preziose.

Che tutto ruota intorno all’Amore e alla Morte. In letteratura, in poesia, nella vita di tutti i giorni, da secoli. Il trucco, forse, sta solo nel dire meglio quello che altri hanno già detto e portarlo lontano.

Che la mancanza partorisce desiderio. Si desidera infatti quello che non si ha o si fa fatica ad avere.

D’altronde persino Mark Caltagirone ha capito che in amore vince chi fugge.

Ognuno gioca con i jolly che ha.

Quando sento dire che l’università non serve, che le materie umanistiche non danno lavoro e che studiare è tempo sprecato, gioco il mio.

E rispondo: avere una bella testa è molto più che avere solo una testa. Quindi se alla virtute e canoscenza preferisci fare soldi, prima o poi ti verrà una paura fottuta che io te li possa portare via, diventando migliore di te grazie a cose che tu non hai imparato.

Studiare l’Infinito di Leopardi o il Simposio di Platone o la Vita Nova di Dante non mi ha fatto diventare ricca, ma una persona capace, quello almeno sì.

Capace di difendermi, di non farmi raggirare con le parole, di mettere qualche accento giusto, di imbroccare le acca e di azzeccare i congiuntivi.

Ecco perché oggi sono quella che non è più quella di una volta.

Però, nel dubbio, chiedo a Pamela Prati se esisto davvero.

La giusta distanza

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Io mi trovo bene con quelli che non si trovano più, che sono una via di mezzo tra un vicolo cieco e una rotonda.

Quelli che non si vede che stanno resistendo e vanno avanti e poi ogni tanto si ritrovano e si abbracciano forte come se non si vedessero da anni.

Hanno tutti lo stesso sguardo quelli che si sono persi da qualche parte.

E’ sugli incroci che succede di smarrirsi. Un dedalo di strade ed una matassa di fili da sbrogliare.

Anche io, da un pò di tempo, sembro Arianna perché il mio animale guida, da un po’ di tempo, non guida più.

Adesso cammina. A volte su strade grandi e dritte, altre su viottoli piccoli e poco calpestati.

Procede lentamente, che a correre sempre si rischia di non godersi il panorama.

E quando io vorrei svoltare a destra, lui insiste per andare per la sua strada, dalla parte opposta. O forse vorrebbe solo liberarsi di me.

D’altronde anche Virgilio, ad un certo punto, si è liberato di Dante.

Il mio animale guida deve essere per forza un porcospino, altrimenti non si spiega questo bisogno di chiudermi a riccio, di rivestirmi di robusti aculei, di avere una tana tutta mia dove nascondermi, portarci le mie cose, starci con i miei simili. E il mondo fuori.

Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.

Ecco, Schopenhauer, i porcospini ed io è nella giusta distanza che troviamo un po’ di pace.

O forse la distanza non esiste, esistono solo le mie misure, quelle che mi aiutano a frenare in tempo.

Per misurare tutto ciò che vorrei questa vita non mi basta.

Nella prossima, però, al posto delle spine pungenti mi piacerebbe avere, che ne so, la sfrontatezza del gatto, la leggerezza della farfalla, l’eleganza della giraffa, la pazienza della formica.

Oppure tre cuori come il polpo, in caso un altro polpo me ne spezzasse uno.

E il tuo animale guida qual è?

I migliori se li sono presi. Sono rimasti il gatto che attraversa l’autostrada, quello che si morde la coda, il moscerino schiantato sul parabrezza, la civetta sul comò, il tasso alcolemico, il verme solitario e il capro espiatorio.

Me lo ha detto Toro Seduto.

Il manculicanesimo

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Eravamo io, qualche rimasuglio di sonno e la tizia della merceria.

Ad un certo punto mi dice che, visto i tempi che corrono, ha fatto bene l’ago ad andarsi a nascondere nel pagliaio.

Perché non bastava la storia della donna creata da una costola dell’uomo o quella delle piramidi costruite dagli alieni, adesso ci si mettono pure i terrapiattisti a dire che la terra non è tonda.

E le salite e le discese? E il sangue alla testa? E il mappamondo-bar nel salotto di casa dei miei?

Fatto sta che nel 2020 i terrapiattisti se ne andranno in crociera in Antartide per dimostrare che la terra è piatta, che la curvatura terrestre e la forza di gravità sono solo delle invenzioni, che il Polo Nord in realtà è al centro e il Polo Sud è tutto intorno, che le missioni spaziali sono delle messinscene frutto di un complotto, che i dinosauri non sono mai esistiti, che i terremoti vengono prodotti artificialmente, che i pianeti sono degli ologrammi, che l’Australia non sarebbe dov’è, ma per vederla basta salire sulla cima di un monte in Norvegia e la si scorge all’orizzonte.

Sembrano persone normali, invece sono gironi danteschi.

Come i fruttariani, i melariani, per non parlare dei respiriani. Sono quelli che sostengono di essere in grado di sopravvivere senza mangiare e di nutrirsi semplicemente respirando l’energia del sole.

Beati loro, non ingrassano e non devono nemmeno lavare i piatti.

Ma il mio 8×1000 quest’anno lo voglio dare ai pastafariani.

Il Pastafarianesimo è una religione con tanto di chiese, dogmi e riti ed è basata sui carboidrati.

I seguaci indossano abiti da pirata, hanno uno scolapasta in testa e adorano il Prodigioso Spaghetto Volante, un essere levitante composto da spaghetti e polpette al sugo, perennemente sbronzo e che vomitando ha creato l’universo.

Al posto dei dieci comandamenti hanno gli otto condimenti e nel paradiso pastafariano, pieno di spogliarelliste e spogliarellisti che fanno accoglienza all’ingresso, c’è persino un vulcano che erutta birra.

Per non fare la fine dell’ago che dalla vergogna si è nascosto nel pagliaio, ho deciso di fondare qualcosa anch’io.

Sono quindi aperte le iscrizioni al Manculicanesimo, un movimento di avanguardia pura che consiste nel parlare da soli e nell’essere persuasivi con se stessi.

A cadenza mensile ci riuniremo in una grande valle con l’eco per gridare a turno “mancu li cani”, una sorta di vaffanculo meravigliosamente liberatorio e rigenerante.

L’unico requisito per farne parte è essere panzapiattisti, cioè sostenere di avere la pancia piatta anche se non è vero.

Accorrete, è gratis.

 

Tutto il resto è noia

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Una vita a prepararsi ad ogni evenienza, tranne a quello che poi succede.

Perché la vita non è ciò che si dice, e neanche ciò che si fa. La vita è quel che ti succede mentre dici e fai.

E dicendo e facendo, io ho preso gli orecchioni.

Imprigionata in casa senza poter uscire e senza poter ricevere visite, ho trascorso dieci giorni a fare quello che mi riesce meglio. Nulla.

Non ho pensato, non ho ragionato, non ho rimuginato sulle cose della vita.

Nullafacente presso me stessa.

Da sola, in assoluto silenzio, ho badato al soffitto, ho guardato il mondo senza l’ansia di dargli un senso ed ho svuotato la mente, come uno secchiello si svuota sulla battigia.

Ho lasciato che sia, e basta.

Ho perso ore a seguire le volute di piccole nuvole, a osservare bambini bavosi che giocavano in cortile, ad ascoltare la cacofonia delle voci del palazzo, ad accorgermi di un sacco di cose che mai si accorgeranno di me.

E poi dormire, leggere, guardare serie tv, telefonare, dormire, ascoltare musica, dormire, scrivere cose al piccì, sistemare gli armadi, pulire i vetri, dormire, rispondere ai messaggi, guardare tutorial sulla fatturazione elettronica o su come si mette l’eyeliner, mangiare, dormire.

Come forma di protesta ogni tanto sbadigliavo.

Una catarsi lunga ed utile, perché per annoiarsi ci vuole tempo.

E la gente che non conosce la noia, l’ozio, l’uggia, il torpore, non sa cosa si perde.

Si accettano le cose che capitano, si riprende fiato, ci si ritaglia un po’ di tempo da perdere, ci si rivuole bene.

Si capisce che è tutta una rincorsa, un’attesa, un allenamento a un futuro che verrà, ad un domani che arriverà, ma in realtà nessuno è mai pronto, a niente. E questo, forse, è il bello. Da “io da grande farò la ballerina” alle previsioni del tempo, la vita è tutta una serie di aspettative ingannevoli, inaffidabili e meravigliose.

Ci si convince che se c’è il male allora c’è anche la cura. Basta fare gli anticorpi alle malattie nuove che capitano.

E si spera che, dagli orecchioni in poi, ci saranno un po’ di anticorpi anche per le altre cose brutte della vita.

Comunque, chissà perché ho preso proprio gli orecchioni. Chissà perché proprio ora.

Forse per sentire tutti. Forse per sentire meglio.

Quello che so è che nei giorni di quarantena la mia faccia sembrava disegnata da Botero e le orecchie erano talmente gonfie, arrossate e calde che da allora si chiamano Vesuvio ed Etna.

Tante paure, un solo coraggio

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E tu cosa faresti se non avessi paura?

Io, ogni tanto, mi infilo sotto al letto insieme ai mostri e allungo la mano per vedere come stanno.

Mentre il cielo fuori brontola e borbotta, come se sapesse.

Certo che ho ancora paura della mia ombra, ma crescendo ho smesso di avere tante piccole fobie.

Le altre, invece, sono diventate grandi con me.

Servono a ricordarmi la misura di ciò che sono e di ciò che non posso essere.

Ho paura della frivolezza degli sciocchi, della sommarietà dei mediocri, di chi minimizza sorridendo, di chi vuole avere ragione per forza, di chi dimentica il male fatto perché si assolve in fretta, di esagerare, di deludere, di disturbare, di non farcela, della mia ignoranza e dell’altrui saccenza, dell’approssimazione, della perfezione, della perdizione, di dire le cose belle ad alta voce, di pensare no quando tutti pensano sì, di fare a meno o di fare di più, della coscienza che gioca con se stessa fino ad ingannarsi, dei tuoni, dei topi, dei clown, dei passaggi a livello, delle altezze troppo elevate, dei luoghi affollati e delle argomentazioni disabitate.

Anche le tempeste mi spaventano ogni volta, eppure sono quelle che puliscono il mare.

E anch’io sono la somma di tutte le volte che ho detto “non ce la faccio” e poi, invece, eccomi qua.

Funziona così tra i vivi e i sopravvissuti.

Perché poteva andarmi peggio, potevo non avere coraggio.

E invece se una cosa non mi piace ci metto la maionese e se una cosa mi fa paura la guardo in faccia dallo spiraglio tra le persiane e faccio gli scongiuri con il sale marino integrale grosso.

Poi ne parlo un po’ con me stessa e ci organizziamo.

La paura si riconosce da lontano: ha le unghie affilate, il sorriso stonato e il fiato corto che sa di rancido e saliva.

Quando arriva azzanna il respiro, stordisce i pensieri e avvelena i sogni, ma il mio segreto è smozzicarla e sminuzzarla in tanti pezzi, cercando ragioni.

Lei guaisce per un po’, finchè non si accuccia e rinuncia e sfuma.

Quanto sono forte quando ho paura.

Dunque chi dice che avere paura è una debolezza ha davvero scassato la minchia.

E questo è quanto.

I poderi forti

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Sono nata al tempo del mangianastri, della coccoina, dei gettoni telefonici e dei pantaloni a zampa d’elefante.

Sono cresciuta con i ciucci colorati, le rotelle di liquirizia, lo zaino Invicta, la cintura El Charro e un pezzo di gesso per giocare a campana.

Sono stata giovane quando si leggeva il Cioè, si ascoltavano i Duran Duran e gli Spandau Ballet e si giocava a Risiko per conquistare i territori.

Mi ritrovo adulta in un tempo in cui mancano le idee, la voglia e la buona creanza, però adesso per conquistare un territorio basta fare tre figli.

Perché se fai il terzo figlio, lo Stato ti dà un pezzo di terra da coltivare.

Mica l’asilo nido gratis o lo sconto sul latte in polvere o una fornitura di pannolini.

No, un terreno da zappare e tre bocche da sfamare.

E per un attimo mi è sembrato di essere in uno di quei saloni sfarzosi di Downton Abbey, a bere il tè con il mignolino alzato, a flirtare con qualche conte inglese e a ridere delle battute pungenti di Lady Violet.

Parlando di feudi, di fittavoli e di maggese.

Insomma, invece di convincermi a fare il primo, qui già parlano del terzo figlio.

Di questo passo, al quarto daranno un aratro. O due caprette che fanno ciao.

E a mia nonna, che di figli ne ha avuti sette, come minimo avrebbero dovuto intestare il Regno delle due Sicilie.

Io invece figli non ne ho, però ho un nipote. A me non regalano niente? Nemmeno una batteria di pentole, una bici con cambio shimano, una rete con le doghe in legno?

Comunque, anche cinque mq di posto auto andrebbero bene.

Oppure facciamo così: tenetevi la terra e alla prossima cazzata che dite, vi ci mando io a zapparla.

(Il pressappochismo al potere. C’è forse qualcosa di peggio? )

Pettinando le bambole

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Viene poi il momento, e non lo avrei creduto mai, in cui persino Epimeteo finisce col farmi tenerezza, con quella sua aria da tonto imbranato.

A differenza di suo fratello Prometeo, colui che capisce prima, Epimeteo le cose le capisce dopo. Quando è troppo tardi.

E infatti sposa Pandora, quella del vaso.

Anch’io, a volte, sono così. Cerco di capire, ma alla fine sembro solo una che non ha capito.

Del sesso e dell’amore vorrei scriverne un giorno, quando ci capirò qualcosa.

Ma intanto c’è questa cosa che da giorni genera in me uno spaesamento che non avevo calcolato, una mancanza d’appigli a cui non ero preparata.

Cosa spinge un uomo ad avere rapporti con le bambole?

Perché in un paese dal grande passato, dal presente confuso e dal futuro incerto, dove crollano ponti e affondano barconi, viene aperta una casa di appuntamenti con bambole gonfiabili?

Mi piacerebbe capire.

Cosa è cambiato? Dov’è la voglia che spinge a toccare cose fatte di carne? Che fine ha fatto il fuoco selvaggio e antico che scaraventa i pensieri oltre l’immaginazione?

Non bastano due tette e un bel culo in silicone per fare una donna. Ci vuole ben altro.

Una donna è una roba molto complicata, molto più di un uomo.

E infatti le bambole non parlano, dove le metti stanno, non rompono i coglioni e la domenica non chiedono di essere portate all’Ikea.

Sarà per questo che ci sono uomini che preferiscono spendere 80 euro per mezz’ora di sesso con un manichino snodabile?

Quelli che si stordiscono con certe beatitudini sono tristissimi, ma non lo sanno.

Al momento, vivaddio, la casa delle bambole è sotto sequestro, ma le prenotazioni fino a marzo del prossimo anno, quelle rimangono.

Una meravigliosa occasione per lo studio dei caratteri umani. Ne verrebbe fuori una roba che manco Shakespeare.

Battute a parte, c’è davvero poco da ridere.

Le bambole al massimo vanno pettinate, non sculacciate.

E, soprattutto, non bisognerebbe mai mischiare i giochi dei grandi con quelli dei bambini.

I secondi sono cose serie.

(Ah, dimenticavo! Un saluto affettuoso al follower che tutti i santissimi giorni, festivi compresi, mi legge da Hong Kong. Chiunque tu sia, palesati. Perché così mi sento osservata come la bambola di porcellana sul letto di mia zia osserva da quarant’anni il lampadario.)

Geremiadi

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Che poi la colpa non è della goccia. E’ di tutta l’acqua che c’era già dentro il vaso.

E’ dei minuscoli piagnistei che ti scaraventano addosso come sassolini mentre cerchi di far quadrare ore e parole, doveri e pretese.

Mugugnano, borbottano, vomitano scemenze, ma guai a farglielo notare.

La barca affonda e loro si lamentano del colore del giubbotto di salvataggio che non è in tinta con quello della scialuppa.

Fa troppo caldo. Verrà il tempo del troppo freddo. L’importante è lamentarsi.

Sprecano la tua fiducia e poi si lamentano.

Ti chiudono la porta in faccia, rimangono dietro ad origliare e si lamentano.

Tornano quando sei già altrove e si lamentano.

Ti chiedono di essere te stessa, ma se non sei come vogliono loro si lamentano.

Tirano troppo la corda e poi si lamentano se cadono giù.

Si lamentano delle invasioni dei migranti e poi, se i migranti svaniscono nel nulla, si lamentano ancora di più.

Si lamentano dei libri di scuola che costano troppo e poi sono disposti a spendere mille euro per un telefono, senza battere ciglio.

Persino quelli che vivono in località turistiche si lamentano se ci sono troppi turisti.

Continue, noiose, tediosissime geremiadi.

Ma cercando bene sono sicura che anche Geremia, da qualche parte, aveva scritto: “Che scassamento di cabbasisi!”

Ci vuole tanta pazienza. Ma anche un po’ di birra.

E imparare a lasciar correre.

E respirare ogni volta come se fosse un premio.

E accettare il fatto che ogni giorno è nuovo, anche se sembra tutto uguale a ieri. Che il dolore è compreso nel prezzo e il male è il biglietto da strappare per godersi il resto dello spettacolo. Che le stagioni, vanno e vengono e che anche a noi, ogni tanto, toccherà l’inverno.

E soprattutto accettare il fatto che, in fondo, è questo che ci chiede vivere: risolvere problemi o conviverci.

Perché ci vuole arte e un po’ di faccia tosta a scaricare sulle spalle altrui beghe che dovrebbero essere proprie.

Ma quelli che si lamentano ogni giorno hanno provato, che ne so, a stirare gli angoli delle lenzuola con gli angoli?

E poi, di grazia, potrebbero rompere le palle almeno in orari in cui è possibile trovare delle pasticcerie aperte?

Ora che ho finito di lamentarmi di chi si lamenta, datemi una buona notizia, una qualunque.

 [C’è ancora speranza – Lamentazioni 3,29]