Natura morta con banana

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Che poi, io, nemmeno ci volevo andare.

Perchè ci sono cose nella vita che non capirò mai. La regola del fuorigioco, le quotazioni in borsa e neanche le divisioni con la virgola.

Alla fine, invece, ci sono andata. Ad una mostra di artisti concettuali che esponevano opere concettuali elaborate attraverso mappe, manco a dirlo, concettuali.

Ecco un’altra cosa che nella vita non capirò mai, l’arte contemporanea. Quella talmente contemporanea che non hanno ancora inventato le parole giuste per descriverla. E allora si ricorre a parole vuote di senso. Parole che significano tutto e il contrario di tutto. Come sensoriale o estetica o metafisica. Oppure concettuale.

Ma che dice quello?” “Eh…e che dice? Spiega le cose che noi non potemo capi’ “. Mi sono sentita come la moglie buzzicona di Alberto Sordi in visita alla Biennale di Venezia nel film “Dove vai in vacanza?”. Un po’ disorientata, un po’ confusa e anche un po’ ignorante. E come lei, con una gran voglia di stravaccarmi su una sedia aspettando di essere scambiata per un’opera d’arte. Ecco, è così che mi sono sentita.

Ne ho viste di tutti i colori. Letteralmente. Un quadro tutto bianco con un paio di righe rosse e blu. Rappresenta la Confusione, mi hanno detto. Un dipinto totalmente nero. Raffigura la Tristezza, mi hanno spiegato. Una tela con un buco al centro. Quello squarcio improvviso riproduce l’Infinito, ha commentato qualcuno. Esprime il buio cristallizzato che è dentro di noi, ha detto, invece, qualcun altro.

Siccome volevo capirci di più, mi sono avvicinata a leggere la didascalia dell’opera. “Bloccato un soffio prima dell’astratto”, c’era scritto. Che è quasi come tarapia tapioca, una  supercazzola prematurata.

Alberi secchi appesi per aria, materiali edili ammucchiati nel centro di una stanza, scatole di scarpe vuote, preservativi usati, colori sbrodolati sul pavimento, sculture fatte con lo scotch da pacchi, disegni simili a quelli dei bambini dell’asilo. Sembravano scarabocchi. Invece sono metafore, così mi hanno detto.

E poi ho visto tante banane. Nature morte con banane morte, nature morte con banane che parevano vive, nature morte con banane morte ma quasi resuscitate.

Ho visto alcuni impegnati a leggere e studiare queste opere d’arte, altri prendere appunti oppure stare in riverente silenzio davanti alla loro banana preferita. E un po’ li ho invidiati. Perchè nei loro volti c’era lo stupore, la meraviglia, l’entusiasmo.

E invece per me una banana è solo una banana, un buco è solo un buco e una scatola di scarpe vuota è solo una scatola di scarpe vuota. Nient’altro.

Il quadro più interessante che ho visto è stato quello con la scritta Uscita.

E uscendo ho capito che l’arte contemporanea non è concettualmente brutta. E’ diversamente bella. E che anche una banana, disegnata alla mentula canis, costa un fottio.

La sindrome di Godot

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Un giorno qualunque, in fila alle poste, aspetto il mio turno.

E’ l’attesa di tutte le attese. Il tempo sembra immobile, eppure scorre. Come quando si aspetta Godot.

A me le poste piacciono. E mi piacciono le file, quelle scomposte, quelle disordinate, quelle dove si apre il sipario e va in scena la variegata umanità. Lo spettacolo è affascinante e gratuito.

Mi metto in fila e osservo.

Osservo gli insofferenti, gli annoiati, gli ansiosi. Quelli che sonnecchiano, quelli che parlano al telefono gesticolando. Osservo i collezionisti di numeri, quelli in cerca di ticket abbandonati, quelli che vagano con il carnet di bigliettini e attendono impazienti il primo numero estratto.

Qui tutti aspettano. E aspettando Godot c’è chi preferisce dire qualcosa. “Che tempo! Oggi fa proprio freddo. Appena smette il vento comincia a piovere”.

Si comincia sempre così. Dal qualunquismo spicciolo, dalla retorica metereologica, dal fatto che non esistono più le mezze stagioni e non si sa mai come vestirsi.

“Due gocce alla campagna fanno bene. Qui, una volta, era tutta campagna. Ora non c’è più nessuno che lavora la terra” dice un tipo un po’ strano, vestito di nero e con degli stravaganti occhiali da vista. “Chissà dove andremo a finire. Troppo cemento, troppe macchine, troppo smog. E troppe malattie. Io è da qualche giorno che cammino male. Artrosi al ginocchio. Ci sarebbe anche la prostata ma, data l’età, il medico mi ha sconsigliato di operarmi. Però mi sono convinto a sostituire la dentiera. Ho trovato un dentista tanto bravo. E’ giovane, però è bravo”.

Nella fila accanto c’è chi parla dell’euro, chi del rincaro della benzina, chi delle nuove offerte della Coop. Poi si torna a parlare delle consuete ovvietà. “Il parquet è bello ma è troppo delicato”. “La verdura di una volta aveva tutto un altro sapore”. “Le donne non sanno guidare”. “I dipendenti pubblici sono tutti fannulloni”. “Il sindaco sa solo aumentare le tasse”. “Ormai siamo tutti con le pezze al culo. Un caffè al bar costa un euro e venti. Ma lo stato italiano dov’è? Cosa fa?”. “Hai visto quelli? Tante parole, tante promesse e poi sono diventati uguali agli altri. I politici pensano ad una cosa sola, alla poltrona”. “La politica è tutto un magna magna”.

Discorsi ripetitivi, gesti meccanici. E’ la sindrome di Godot. Aspettando Godot si fanno molte pause. A volte si ride, a volte si riflette, a volte si sta in silenzio.

[Non diciamo male della nostra epoca, non è più disgraziata delle altre. (Silenzio) Non ne diciamo neanche bene. (Silenzio) Non ne parliamo. (Silenzio) Si nasce tutti pazzi. Alcuni lo restano].

“Sto fatto che gli uomini quando si incazzano uccidono, mi spaventa. Ogni giorno ce n’è uno che va fuori di testa e al telegiornale, ormai, non si parla d’altro”. “Il rigore, ieri sera, non c’era. Te lo dico io, il rigore non c’era”. “Quanto mi piace Papa Francesco. Saluta sempre, augura il buon pranzo, dice buonasera, scende in mezzo alla gente, abbraccia tutti”. “Ma hai visto quella? E’ un uomo o una donna?”. “Oddio, non c’è più religione”.

Il contanumeri scorre lentamente.  La gente in fila comincia a spazientirsi. E’ nata prima la fila o prima la posta? Ma quando arriva Godot?

“Mi si è rotto l’aifòn. Stavo mandando un messaggino con uozzàp e si è spento all’improvviso. Morto, kappaò. Ho letto su feisbuc che è successo anche ad altri. Pare dipenda dal daunlod di qualche applicazione che fa impallare il softuer. Boh, non ci capisco nulla. Per la tecnologia, sono proprio negata”.

Godot è in ritardo. Se non arriva entro cinque minuti me ne vado. [Siamo venuti nel posto sbagliato? Dovrebbe già essere qui. Non ha detto che verrà sicuro. E se non viene? Torneremo domani. Forse. Finchè non arriva. Così è la vita].

Nell’attesa, l’aria è diventata irrespirabile. Odore di chiuso, puzza di vecchio, aliti cattivi. Gente allergica all’acqua. O forse al sapone.

Ricordatemi così, in fila alle poste in un giorno qualunque. Profumata.

Melo-drammi

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Stavolta parto dall’inizio.  Dalla genesi. Da dove tutto ha avuto origine.

Dunque da una mela.

“Resisto a tutto, tranne che alle tentazioni”. Ecco quello che deve aver pensato Eva al divieto divino di mangiare mele. E infatti non ha resistito e le conseguenze sono note a tutti.

Perchè se da quel giorno l’uomo è stato costretto a “lavorare con gran sudore” e la donna a “partorire con gran dolore” la colpa è tutta di una mela. Di una rossa, lucida e succosa mela. E di Eva naturalmente che, da allora, viene quotidianamente ricoperta da epiteti di ogni genere.

O era vegetariana o era a dieta. Non me lo spiego diversamente.

Capirei, infatti, peccare per una lasagna, per un cannolo di ricotta, per un barattolo di nutella. Ma per una mela no, proprio no!

Che tristezza. Condannati alla dannazione eterna per assecondare il languorino di una donna, per soddisfare un capriccio, per un veniale peccato di gola. Un peccato che addirittura viene chiamato originale. Ma cosa ci sarebbe di originale nel mangiare una mela?

Io, al posto suo, sarei caduta in tentazione solo per un paio di Louboutin o per una Kelly di Hermès. Non certo per una mela.

Perchè la mela, da Eva in poi, ha fatto solo danni. Biancaneve, ad esempio, ha rischiato di morire avvelenata per una mela offerta dalla matrigna; il pomo della discordia è quello che ha dato inizio alla guerra di Troia; per non parlare di Guglielmo Tell che, per allenarsi al tiro con l’arco, costringeva il figlio a stare, pomeriggi interi, immobile con una mela sulla testa.

Anche Newton pare che trascorresse le giornate spaparanzato sotto un albero di mele. E racconta di aver scoperto la legge di gravità osservando proprio la caduta di una mela dall’albero. Scoperta interessante, nulla da dire. Ma se poi penso che la forza di gravità, ad una certa età, è la causa dell’afflosciamento fisico e del fenomeno delle tette cadenti, mi verrebbe da appendere Newton a testa in giù ad un qualsiasi albero di mele.

L’ultimo che ha avuto a che fare con le mele è stato Steve Jobs. Mischiando sacro e profano, la sua mela morsicata è diventata per molti l’icona della tentazione, il moderno frutto proibito. E  infatti, parecchi Apple addicted sono proprio alla frutta.

Se solo Eva avesse mangiato una banana al posto della mela e se Adamo non si fosse fatto sfrattare dal padrone di casa, noi tutti saremmo ancora nell’Eden a saltellare a piedi scalzi, senza pensieri, senza dolori.

Un’eterna vacanza, ecco quale sarebbe stato il giusto epilogo! E invece no. Tutto è nato da una costola e tutto è finito per una mela. Nel mezzo, il serpente, l’ albero del bene e del male, il peccato, la cacciata, la caduta.

Quante storie per una mela. Quanti melo-drammi. E, quasi sempre, di mezzo c’è una donna. Perchè, “da Adamo in poi, non c’è stata malefatta nella quale la donna non abbia avuto lo zampino”.

E siccome una mela non cade mai lontano dall’albero, è come se il destino degli uomini fosse destinato a ripetersi all’infinito.

La prossima volta basterebbe solo resistere alle tentazioni. La prossima volta, però. Perchè oggi, “l’unico modo per liberarsi da una tentazione è cedervi”.

In questo mondo di ladri

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mi permetto di darvi del tu perchè, dopo le sette/otto visite che ci avete fatto, vi considero ormai di famiglia.

Innanzitutto scusate se stanotte, quando siete andati a svaligiare la casa dei miei genitori, non avete trovato granchè ma, vista l’ora tarda, non aspettavamo visite. La prossima volta magari avvisate prima, così non sarete costretti a buttare giù la porta, a rompere i vetri delle finestre e a mettere a soqquadro la casa.

Certo, ormai che eravate entrati potevate annaffiare le piante, dare una spazzata a terra e lucidare l’argenteria. Ma vi capisco, il tempo che avete a disposizione è sempre così poco!

Avrei tante cose da dirvi, ma cercherò di “rubarvi” il meno tempo possibile.

Con quello che avete preso stanotte, non diventerete certo ricchi. Ma questo lo sapete già. Quello che forse non sapete è che noi viviamo benissimo anche senza orologi, senza anelli o collane, senza televisioni o videocamere. Non so invece voi come fate  a vivere senza un minimo di coscienza, senza un briciolo di dignità. Mi chiedo come potete, dopo una nottata passata a frugare nelle cose altrui, tornare nelle vostre case e guardarvi allo specchio come se nulla fosse.

Chissà perchè lo fate. Mi auguro per bisogno. E se fosse così, avete tutta la mia comprensione perchè ognuno fa quel che può per campare. (Certo che, per entrare da una finestra così piccola bisogna essere magri, molto magri. Beati voi, io da lì non ci passerei nemmeno dopo un anno di digiuno!).

Immagino comunque che stanotte vi siete sentiti tanto furbi. Sicuramente più furbi dei miei genitori che tutte le mattine si alzano alle sei per andare al lavoro e la sera crollano stecchiti sul divano. Ma vi sbagliate, perchè è meglio essere fessi che meschini come voi.

A dir la verità, non è proprio tutta colpa vostra. Perchè oltre alla porta super blindata e alle telecamere di ultima generazione i miei genitori avrebbero potuto, in effetti, tutelarsi un po’ di più. Con un sistema di allarme ad impronte digitali, ad esempio. Oppure con un antifurto basato sul riconoscimento dell’iride. O, perchè no, si sarebbero potuti trasferire direttamente ad Alcatraz!

Dal canto mio, vi pregherei solo di non tornare più. Mai più.

E scusate se dicendo così, sembro un tantino inospitale, ma io lo dico per voi. Tanto, da rubare, è rimasto ben poco. All’oro e all’argento ci hanno pensato i vostri “colleghi” che sono passati prima di voi. Ai soldi, invece, ci pensa lo Stato tutti i giorni.

Perderete solo tempo e noi saremmo costretti, per l’ennesima volta, a riparare i danni. Per non parlare di quella brutta sensazione di impotenza, di intrusione, di diffidenza che rimane addosso per settimane, per mesi e che è peggio degli armadi da risistemare, delle porte da aggiustare, dei vetri da sostituire.

La prossima volta dunque, siate clementi e se proprio dovete entrare in casa, lasciate almeno sul tavolo in cucina, qualche centesimo per riparare le serrature.

Oppure avvertiteci il giorno prima, così vi faremo trovare direttamente la porta aperta. (Ricordatevi però di chiuderla quando andate via, altrimenti entrano le mosche!).

Conto sulla vostra collaborazione e, qualora voleste rispondere, sapete dove trovarci.

Con stima (poca),

Josè

Il complesso di Penelope

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Ci sono pensieri che non si dicono e parole dette che non si pensano. Funziona così.

Sarebbe utile, per una volta almeno, confrontarsi su ciò che si pensa avendo il coraggio e l’onestà di dirla tutta, la verità.

Io l’ho appena fatto. Davanti ad una tazza di caffè, ho scambiato quattro chiacchiere con Penelope e finalmente le ho detto tutto quello che pensavo. Di lei, di quel filibustiere di Ulisse, dei proci e delle sirene. Insomma, di tutta l’odissea che ha vissuto. Perchè, nonostante le favole che racconta quel fallocentrico di Omero, la vera odissea l’ha vissuta lei, mica Ulisse.

“Sai, Penelope, cosa penso veramente di te? Che è arrivato il momento di smetterla con questo atteggiamento da santarellina tutta casa e tela. Sei stata vent’anni, chiusa fra quattro mura, facendo finta di ricamare un lenzuolo e aspettando solo il ritorno del più vile degli uomini, uno che un giorno è andato via lasciandoti da sola con un bimbo piccolo, promettendoti che sarebbe tornato presto e che invece non si è più fatto vivo. Capisco tutto, l’amore, la fedeltà, la tenacia, la pazienza, ma a tutto ci sarà un limite, o no?! Vent’anni sono vent’anni, cazzo! Sai quante occasioni sprecate? Quanti treni persi? Non ci pensi mai?”

“Amare una persona significa saperla aspettare, anche a costo di inventarsi un lenzuolo da tessere fino a che l’attesa non sia finita. E’ vero, ho atteso il ritorno di Ulisse struggendomi dal dolore e dalla nostalgia, ho pensato solo a lui, incessantemente, ma solo il ricordo del nostro amore mi ha permesso di andare avanti, giorno dopo giorno, di crescere Telemaco facendogli da madre e da padre. La tela ho iniziato a ricamarla il mattino dopo che Ulisse è partito. Ci lavoravo tutto il  giorno e la notte la disfacevo. Di giorno tessevo le trame della mia vita e la notte le distruggevo perchè non era vita quella, senza Ulisse al mio fianco. Lui è stato l’unico uomo della mia vita, un uomo coraggioso, impavido, astuto.”

“Scusa, Penelope, se te lo dico così, brutalmente, ma per me Ulisse è solo un vigliacco. Pure un po’ stronzo. Uno che per vent’anni si è sottratto alle sue responsabilità di marito e di padre, un vagabondo che, mentre tu eri a casa a giocare alla casalinga perfetta, ti ha cornificato con mezzo Egeo. Uno che forse ha resistito solo alle sirene perchè, essendo donne a metà, forse non l’attraevano più di tanto. Uno che si è perso e non ha più trovato la strada di casa. Uno che finalmente, quando si è deciso a tornare, invece di farsi bello per la sua donna, si è presentato vestito come un barbone. Uno che è stato a Troia, ecco chi è Ulisse veramente, altro che uomo coraggioso, impavido e astuto.”

“E’ facile sparare a zero giudizi e sentenze quando non si è coinvolti emotivamente. Ulisse ha viaggiato per anni, ha incontrato maghe affascinanti e sirene ammalianti ma, alla fine, è tornato a casa da me. Perchè un uomo, nonostante tutto, torna sempre a casa dalla moglie. E questa è l’unica cosa che conta.”

“E questa è l’unica cosa che non avrei mai voluto sentirti dire. Sai perchè gli uomini come Ulisse tornano sempre a casa? Perchè trovano donne come te, Penelope. Donne che perdonano ogni assenza, che giustificano ogni mancanza,  che aspettano per anni che il loro uomo torni a casa. E quando lui si decide a tornare, sa che troverà la cena pronta e parole di comprensione. Sapessi quanti Ulisse ho incontrato, sapessi quante Penelope ho conosciuto…”

“So bene che tu, al mio posto, ti saresti comportata diversamente.Tu sei per le passioni assolute. Tutto e subito. O altrimenti niente. So che ti saresti presto stancata di vivere sospesa tra presente e passato e che forse avresti ceduto alle lusinghe del più bello dei proci. Ma io non sono così. Io non mi sarei mai accontentata di un uomo qualunque. Io ho voluto sempre e solo Ulisse. Nessun altro. Ecco perchè l’ho aspettato così a lungo. Quella tela che disfacevo ogni notte mi serviva per spandere fili ovunque, per legare affetti, per tenerli fermi. Quella tela è stata per anni la mia scialuppa di salvataggio in un mare scosso da un forte vento.”

“E’ inutile, io le donne come te non le capirò mai. Non so cosa avrei fatto al tuo posto. Forse avrei ceduto davvero alle lusinghe di uno dei proci, avremmo vissuto felici e contenti e Telemaco avrebbe visto il padre nei fine settimana. Forse avrei augurato al mio caro Ulisse di naufragare ed affogare in uno dei suoi tanti viaggi. O forse anche io sarei partita per chissà dove, da sola e senza bussola. Una cosa però è certa, Penelope. Se fossi stata Omero, avrei raccontato questa storia dal tuo punto di vista, di donna sola, tradita e abbandonata. Perchè io di questi uomini descritti come eroi coraggiosi, dipinti come miti irraggiungibili e celebrati come guerrieri invincibili ne avrei piene le scatole.”

Esiste poi un momento in cui le parole non servono più e i silenzi cominciano a raccontare altre storie. E la trama di una storia si può sempre cambiare. Basta tessere ogni giorno parole nuove, come faceva Penelope.

Macchie di inchiostro

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Fuori è buio. Piove. Ascolto il rumore che fa la pioggia e scrivo.

Tanto per cambiare scrivo.

Io scrivo sempre, scrivo continuamente. Scrivo per sfidare il frastuono dei pensieri mutandoli in parole. E il mondo quando si affida alle parole sembra un bel posto. Allora scrivo.

Guardo le dita impazienti cercare la tastiera, ne ascolto assorta il ticchettio. Quasi fosse una pulsione da assecondare, una porta da dischiudere. Le parole irrompono, si accalcano, si accavallano. E’ arrivato il momento di liberarle, di creare mondi, di riempire fogli bianchi di macchie di inchiostro nero.

Devo registrare i pensieri prima di farli svanire, devo creare intrecci di parole, tessere legami inevitabili. Lego le parole tra di loro, perchè la scrittura lega le parole alle persone, perchè chi scrive si lega a chi legge. Inevitabili legami.

E’ l’illuminazione di un attimo. Succede per strada, a letto, a tavola, in mezzo alla gente. Dentro le gabbie io le vedo, là dentro ci sono un sacco di parole che premono e spingono e sembrano scimmie impazzite. Un insieme disordinato di vocali e di consonanti, di punti e di virgole.

Mi muovo un po’ come nella nebbia. Non conosco la strada. Non so quale sia. Non so neanche dove mi porterà. Ci sono solo fogli bianchi da riempire, pagine da imbrattare, storie da raccontare. Le storie che escono dalle dita partono sempre dalla pancia. Parlano di me. E non dei vari me. Ma di me.

Tutte queste cose da tenere nella testa sono troppe.

Ecco perchè scrivo.

Lo faccio per me. In fondo scrivo per me.

(Forse).

Emanuele Scieri, storia di naia e di omertà

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Agosto, mese beffardo per Emanuele Scieri.

E’ il mese in cui è nato, ma anche quello in cui è morto. Sono passati 14 anni da quel 13 agosto 1999 in cui Emanuele, per gli amici Lele, fu trovato senza vita alla “Gamerra” di Pisa.

14 anni di ostinati silenzi, di ingiustificate omissioni, di straziante dolore.

Lele è morto mentre svolgeva il servizio militare, quindi mentre serviva lo Stato. E’ morto dentro una caserma, quindi tra le mura dello Stato. Quello stesso Stato a cui la famiglia lo aveva affidato e che avrebbe dovuto tutelarlo, proteggerlo, difenderlo. E che invece non l’ha fatto, nè da vivo, nè da morto.

Una triste storia di naia e di omertà, quella di Emanuele Scieri. Scrivere di lui è doloroso, conoscerlo invece è stato un privilegio.

Amici da una vita, lui ed io. Quasi coetanei, la prima foto insieme risale a quando avevamo circa due anni: lui che gioca con la neve, io che accarezzo un cagnolino bianco. La foto è stata scattata in Piemonte, perchè è li che lavoravano i nostri rispettivi genitori ed è li che siamo nati. Ci siamo però sempre considerati siciliani doc, siracusano lui, netina io.

Ci siamo ritrovati tanti anni dopo. Frequentavamo gli stessi posti, la stessa spiaggia, gli stessi amici, la stessa Università, anche se in facoltà diverse. Era già un praticante avvocato Lele e un giorno, ne sono certa, sarebbe diventato un brillante magistrato.

Ma c’era quel servizio militare da svolgere, rimandato di anno in anno, quasi a voler posticipare, il più possibile, l’appuntamento con un destino ineluttabile.

Servizio militare durato appena un mese e dal quale Lele è tornato a casa chiuso in una bara.

Si è parlato di sfortunato incidente, di disgrazia, addirittura di suicidio. L’unica verità è che ad oggi non si conosce la verità.

La sua morte è rimasta senza colpevoli, peggio ancora, è stata archiviata. Alla stregua di una pratica chiusa in un cassetto, di un file accantonato in una cartella.

Ci passo spesso davanti alla caserma Gamerra. Lo sguardo va a quella recinzione di filo spinato e a quei muri invalicabili oltre ai quali si è consumata una tragedia.

Non è mia intenzione addentrarmi nei particolari della vicenda, per i quali rimando all’articolo pubblicato nel 2008 dal giornalista Paolo di Stefano su corriere.it

Voglio però citare le parole forti, crude e cariche di dolore messe nero su bianco da Isabella e Corrado, i genitori di Lele, in un libro-denuncia dal titolo ” Folgore di morte  e di omertà. L’allievo parà Emanuele Scieri ucciso da nessuno nella caserma Gamerra di Pisa” (ed. Kaos).

“Nostro figlio Emanuele Scieri non è morto per una fatalità o per una disgrazia: è stato ammazzato.

Ma non si sa chi lo abbia ucciso, nè come, nè perchè. Non sappiamo tutto questo perchè la supercaserma d’elite “Gamerra” dopo essersi trasformata in un mattatoio, è diventata una centrale di omertà da far impallidire “Cosa Nostra”.

In quella supercaserma d’elite nella quale a Emanuele è stata strappata la vita, chi sapeva ha taciuto.

In quella supercaserma d’elite nella quale il corpo di nostro figlio è rimasto abbandonato per tre giorni e due notti, chi sapeva ha dimenticato. La più vigliacca, la più codarda delle omertà ha protetto il branco .

L’inchiesta giudiziaria sulla morte di Emanuele condotta dalla Procura di Pisa si è fermata davanti ai silenzi, alle reticenze, alle omertà e si è conclusa con una ingloriosa, scandalosa, vergognosa archiviazione.

Ancora una volta la giustizia italiana ha dimostrato di essere una pseudo-giustizia: delitti senza colpevoli, casi irrisolti, archiviazioni invece di verità, fantasmi al posto di imputati, generiche ipotesi invece di accertamenti.”

Omertà è un termine ricorrente nel libro, con l’intento quasi di sdoganare una parola da sempre associata alla Sicilia. Quasi a voler ribadire che l’omertà non è una piaga esclusivamente meridionale, l’omertà non ha latitudine. E’ ovunque, anche in una supercaserma d’elite del nord.

L’omertà uccide, al nord come al sud. L’omertà è il silenzio dei vivi, quel silenzio che ha ucciso Lele per la seconda volta.

Questa vicenda, all’epoca, ha avuto un grande clamore mediatico: ne hanno parlato per settimane tutti i tg, fiumi di inchiostro sui quotidiani nazionali e locali, indagini parlamentari, dibattiti sul nonnismo.

La solita indignazione, le solite promesse, le solite frasi di circostanza. Insomma, il solito teatrino all’italiana.

Ed ora che le luci dei riflettori si sono spente, non si sono spenti però il dolore e la delusione di genitori, parenti, amici.

Il papà di Lele se ne è andato qualche anno fa, ha combattuto per sapere la verità ed è morto senza conoscerla.

La mamma, il fratello, gli amici, con grande dignità, continuano a reclamare verità e giustizia. Mi associo a loro, come amica di Lele ma soprattutto come cittadina italiana, perchè se io ho perso un amico, lo Stato ha perso uno dei suoi figli  migliori.

A fine agosto Lele avrebbe compiuto 40 anni.  Spero si organizzi una grande festa perchè i compleanni importanti vanno festeggiati. Ed è così che Lele avrebbe voluto festeggiare il suo, se solo glielo avessero permesso.

Martedi 13 agosto alle ore 19 nella chiesa del Pantheon di Noto verrà celebrata una messa in suo ricordo. Ci sarà la famiglia, ci saranno gli amici e ci sarà anche lui, protagonista indiscusso di tanti ricordi carichi di affetto.

Ciao Lele, ovunque tu sia!

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La guerra dei sessi

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Il genere umano, oggi,  non si divide più in maschile e femminile.

Una volta c’era il classico masculo e fimmina, ora invece siamo circondati da un’immensa e ibrida varietà di generi e pratiche sessuali dai nomi spesso improbabili:

  • omosex, che mia nonna chiamerebbe “chiddi di l’autra sponda”,
  • bisex “chiddi ca nna simana stanu supra na sponda e a simana dopu passanu all’autra“,
  • trans “chiddi ca sunnu accussi cunfunnuti ca nun sannu na quale sponda stare”,
  • metrosexual “i masculi ca hannu ciù fisime re fimmine”,
  • scambisti “curnuti consenzienti“,
  • drag queen “masculi ca si vestunu comu se fussi sempre cannaluvari“.

Recentemente poi ho scoperto che esistono anche i criptogay, dal greco κρυπτός “nascosto” (…boh! forse sono quelli che lo fanno di nascosto o come direbbe sempre mia nonna ammucciune!)

A proposito di mia nonna, sorrido ancora al ricordo della prima volta che vide un trans!

Giuseppe mancava dal nostro quartiere da circa dieci anni, era partito dalla Sicilia alla volta del nord in cerca di fortuna e,  a detta della sua famiglia, si era stabilito a Milano  ed aveva deciso di rimanere nel continente.

Non tornava a casa da tanto tempo perchè, dicevano, troppo impegnato con il lavoro.

Una mattina d’estate, mentre mia nonna stava per uscire dal portone di casa, incrociò una ragazza alta, bionda, anzi biondissima, formosa anzi formosissima con un seno straripante e truccata pesantemente.

“Buongiorno cummare– disse la ragazza a mia nonna con una voce decisamente baritonale- si ricorda di me?”

Mia nonna si avvicinò, la guardò bene, notò degli spuntoni di barba che facevano capolino dal suo viso, nonostante lo strato spesso di fondotinta, e candidamente esclamò: “Certo, si Giuseppe!”

Ma la ragazza, offesa e stizzita replicò col suo accento siculo-longobardo: “No, mia cara signora, non sono Giuseppe, sono Ivana!”.

Ma che Ivana e Ivana– rispose mia nonna- tu si Giuseppe!”.

Questo tira e molla andò avanti per un pò, mentre io cercavo di spiegare a mia nonna quello che era successo a Giuseppe nei dieci anni di lontananza dalla Sicilia.

Ma mia nonna era sempre più in confusione!

Si rifiutava di capire come fosse possibile che un bel giorno uno parte per Milano chiamandosi Giuseppe e dopo dieci anni torna e dice di chiamarsi Ivana!

“No, sta cosa proprio nun nna capisciu! E comunque, se proprio lo vuoi sapere– disse rivolgendosi a Giuseppe/Ivana – eri bruttu comu masculu e ssi ancora ciù bruttu comu fimmina!”

E’ risaputo, gli anziani come i bambini sono ingenuamente saggi!

Io, Royal Baby nata con il forcipe

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Per fortuna è nato.
Perché non se ne poteva più. Mi riferisco al Royal Baby, naturalmente.

Fra ecografie in mondovisione, dilatazione del collo dell’utero in diretta e “push, Kate, push” a reti unificate è come se avessimo partorito un po tutti.

Mica come ai miei tempi quando l’ecografia, l’amniocentesi, l’epidurale neanche esistevano.

Mia mamma, ad esempio, racconta di essersi resa conto di essere incinta di me medesima solo agli ultimi mesi di gravidanza.

Era ingrassata, non aveva il ciclo da mesi, ma non si era posta alcun problema…..incosciente!

Appresa finalmente la lieta novella, tutto il parentado siciliano con le valigie di cartone legate con lo spago e piene di corredino per me, ma anche di caciocavallo, sausizza e ulive scacciate, partì dalla Sicilia alla volta del lontano Piemonte, dove i miei genitori lavoravano e avevano deciso di mettermi al mondo.

Nonna Carmela, nonna Pina insieme a mio nonno Paolo, arrivarono in quel di Fossano ,carichi comu li scecchi, per dare una mano a mia mamma durante gli ultimi giorni prima del parto.

E  finalmente il sette luglio qualcuno decise che era arrivato il mio momento: “Signora, deve spingere- diceva l’ostetrica a mia mamma- spinga, spinga più forte”.

Ma nulla, nonostante gli sforzi e le atroci sofferenze,  nun ne volevu sapiri di nasciri.

Fu così che il medico di turno decise che se non volevo nascere con le buone, mi avrebbe fatto nascere lui con le cattive: dopo aver inforcato un bel forcipe e stretto le pinze sulle mie tempie, mi tirò fuori dalla mia tana come si fa con le teste dei vavaluci dai loro gusci.

Visto il brutale trattamento che mi avevano riservato non ero certo un granchè: maltrattata, con una testa allungata, piena di capelli neri e con dei vistosi segni lasciati dalle ventose vicino alle tempie.

Meno male che in quella stanza di ospedale c’era anche mia nonna!

Da subito si rese conto della mia sofferenza e decise di prendere in mano la situazione….letteralmente “in mano”!

A mu niputi ci pensu io“- disse infatti ai medici e agli infermieri presenti -“ a picciridda nasciu ca testa a forma di milinciana e ora ci l’ha sistiemu io che manu mie”.

E così con dolcezza e tanta pazienza cominciò a modellarmi la scatola cranica come se fosse una pallina di plastilina, cercando di dare alla mia testa una forma decente, per lo meno rotondeggiante.

Come era fiera mia nonna di questa sua piccola magia, raccontava quell’episodio sempre a tutti e ci teneva a sottolineare che se ho la testa che ho, il merito era tutto suo!

Anche il giorno della mia laurea, orgogliosa come solo una nonna può essere orgogliosa, davanti ad un’aula universitaria gremita di studenti e professori si alzò in piedi e tutta fiera esclamò: “Se mo niputi è accussi ‘ntelliggente è soprattutto grazie a mia. Infatti a  testa cià fici io, che manu mie!”

Si sa, ogni scarrafone è bello ( e intelligente) a nonna soja….