Il posto delle parole

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Il momento migliore è la sera.

Ripongo obblighi e doveri, arrese e pretese, tolgo le scarpe e mi concedo premure che non regalo a nessuno.

Chiudo il piccì e apro un libro.

Dentro ci sono parole che non cambiano la vita, ma aiutano almeno ad addormentarsi bene.

Parole che poi pretendono altre parole, pagine che si cercano fra loro, storie che richiamano altre storie, come le molliche di Pollicino.

Sono un vizio, i libri.

Arrivano perché non so farne a meno.

Se ne stanno lì, in bella mostra sugli scaffali, provocanti e nudi.

Occhieggiano, ammiccano, non fanno resistenza.

Ci provo a non comprarne, ma loro sono più forti.

Così adesso casa mia non ha più muri, le mensole rigurgitano e le torri sbilenche di libri hanno invaso ogni metro quadro.

Un’accozzaglia cacofonica di voci e storie che vivono con me da anni e raccontano ciò che sono e sono stata.

Ho i classici necessari ed immortali, i libri che dopo due pagine mi hanno annoiato a morte, ma che ho letto fino in fondo per rispetto alla lettura, quelli che ho comprato perché ne parlavano tutti, ma che dopo un po’ mi sono vergognata di aver comprato e letto e quelli che mi hanno cambiato la vita e che tengo a vista così chi entra capisce subito con chi ha a che fare.

Alcuni li ho anche riletti, non so quante volte, nella speranza di dimenticarli di nuovo.

Per i libri di passaggio mi sono rassegnata al Kindle, ma i libri importanti per me sono fatti di carta, segnati da inchiostro, con la copertina, il segnalibro tra le pagine e tutto il resto.

Non so se sia meglio un libro di carta o un ebook.

Credo che sia meglio leggere.

Perché leggere è mettere da parte cose che prima o poi potrebbero servire, è sospendere il tempo, è percorrere posti nuovi senza bussola dove ognuno fa la sua strada, libero di perdersi, perché tra le pagine ci sono eco di vite che sarebbe bello vivere, perché le parole placano la paura di rimanere un giorno senza parole, perché leggendo si sfiorano frammenti di vite appartenute a qualcuno e che arriveranno a qualcun altro, perché i libri sono voci da sfogliare, perché chi legge ha il coraggio di porsi domande e soprattutto perché una persona con un libro in mano è ancora una persona libera. Di scegliere.

Se fossi un libro sarei un libro di favole per bambini, scritto a mano su fogli di carta di riso e fasciato in una stoffa ricamata.

Oppure un romanzo un pò complicato, a tratti onirico, con un titolo che promette bene.

Avrei una copertina rigida e dal colore stonato, come un acquerello dalle pennellate massicce.

Sarei vissuto e un po’ sgualcito, avrei orecchie e sottolineature e sarei riposto su uno scaffale da raggiungere a fatica.

Uno di quei libri dalla prosa scarna, asciutta, quasi incompiuta e senza gli a capo, ma con un sacco di note a margine.

Ed è proprio lì che sarei io.

Nella realtà, invece, sono una roba a metà tra l’Odissea ed Io speriamo che me la cavo.

E tu che libro saresti?

 

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Ho delle isole negli occhi

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Voglia di mare, mentre oggi piove.

Basterebbe una settimana a caso, su un’isola a caso. Con il mare intorno, uno a caso.

Una spiaggia con pochi ombrelloni, un libro e un po’ di vento che assordi la mente.

E stare lì a guardare il sole che tramonta sul mare.

Perché in un posto di mare il sole dovrebbe tramontare sul mare, per legge.

Quando attorno tutto è complicato e le cose si fanno difficili e il lavoro assorbe energie e il capo chiede i documenti via fax e poi cambia idea e li vuole via Pec e lo scanner non funziona e il caldo è soffocante e l’asfalto si scioglie sotto i tacchi e le macchine sono scatolette di lamiera infuocata e in giro non si trova un parcheggio neanche a pagarlo, ecco, proprio in quel momento mi viene da pensare a come si starebbe bene sulla spiaggia di Kalamaki, nell’isola di Zante.

Fare nuotate silenziose, annusare pini e cipressi e mangiare pesce crudo in una di quelle palafitte fatte di legno portato dal mare.

E nella sabbia, intanto, le uova delle tartarughe si intrecciano con i versi di Kavafis sul viaggio e con quelli di Foscolo sulla nostalgia.

Si starebbe bene anche in un’isola del nord, una qualsiasi delle Faroe.

Dove il mare scuro sbatte sugli scogli e fa la schiuma bianca come la birra e l’erba è così verde che viene quasi voglia di togliersi le scarpe e camminarci sopra.

Mi basterebbe sedermi su uno scoglio, farmi scompigliare i capelli dal vento, leggendo Melville o Conrad o Hemingway.

Leggendo di mare davanti al mare.

Oppure sarebbe bello ciondolare tra le palme di Playa Maguana, a Cuba, vicino Baracoa.

Lì la sabbia è bianca, il mare è turchese e i bambini che giocano sulla spiaggia ridono del niente che hanno e che è già molto.

Un bagno e poi un po’ di sole e poi un po’ di ombra e poi due risate e poi di nuovo un bagno e poi un pisolino sull’amaca al fresco, in una casa bassa con una grande veranda e poi un libro di racconti di Lezama Lima, un paio di canzoni dei Buena Vista Social Club e poi due chiacchiere dopo cena e poi al primo sbadiglio, buonanotte.

E svegliarmi in un dammuso, a Pantelleria.

Fare colazione con la granita di gelsi rossi, prendere lo scooter e fare le stradine sterrate che portano al mare.

Ogni tanto uno scorcio, un muretto a secco, un fico d’india.

Con il vento che mi spazza i pensieri, la risacca che mi sfiora le caviglie e il dialetto di Camilleri che mi accarezza la mente.

E poi ci sarebbe l’isola di Santa Cruz, nelle Galapagos.

Dove la luna è gigante, le tartarughe enormi e l’orizzonte non finisce mai.

Piantare un ombrellone su una di quelle spiagge isolate e assolate, stendere un asciugamano e, un minuto dopo, correre in acqua.

Oppure passeggiare su un pontile bianco, affogato nel mare blu, ripensando a quel libro di Amado letto tanto tempo fa, ma che profuma ancora di garofano e cannella.

Però, a dirla tutta, mi basterebbe anche qualche giorno nella mia Sicilia, dove ogni abbraccio sa di casa e l’aria di pane cunzato.

Tra il barocco, lo scirocco, le chiese color oro e i cieli azzurro pantone, mangiare un arancino in santa pace, godendomi ogni singolo boccone come un privilegio.

E leggere negli occhi bruniti di Matteo parole che non smetterei mai di leggere, trovarci un po’ di me e il senso delle cose della vita.

Insomma, datemi un libro, un’isola e il mare davanti.

E lasciatemi lì, per un po’.

 

Figli delle stelle

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Sembra un altro mondo affacciato sul mondo, il cielo immenso che si srotola sopra di me.

E se ne sta lì, al cospetto di nuvole giovani e stelle antiche.

Ogni tanto volgo gli occhi al cielo e mi affido agli astri.

Aggancio il mio carro a qualche stella e leggo l’oroscopo.

Forse é solo urgenza di conferme o forse è il bisogno tutto umano di lasciarmi stupire.

Del 2017 ho letto l’oroscopo di Breszny, di Fox, di Capitani, di Branko, quello cinese, le effemeridi e ho chiamato pure un aruspice che mi letto le viscere.

Sarà un anno di merda.

Roba da squarciare il cielo, guardarci dentro, contattare il proprietario e domandargli udienza.

Perché vabbè che la via che porta alle cose alte è piena di ostacoli, vabbè che per aspera ad astra e blablabla, ma la mia strada ormai è talmente dissestata che sembra quasi la Salerno-Reggio Calabria.

Ho Giove messo di traverso sulla carreggiata e Venere che viaggia contromano.

Ho Saturno in opposizione con tutti i suoi anelli che manco Juri Chechi.

Ho Plutone che mi intarsia le palle col punteruolo degli imprevisti e con lo scalpello dello stress.

Ed ho pianeti che mi entrano ed escono a piacimento dentro casa, senza neanche bussare.

Quindi?

Quindi quest’anno sarò più sensibile, permalosa, malinconica, capricciosa, suscettibile, mutevole, incostante, volubile, irascibile, schiva, inquieta, emotiva, testarda ed impegnativa del solito.

Perché così è scritto nelle stelle.

L’amore sarà litigarello. Non ci saranno capriole, nè frizzi e nè lazzi, ma solo discussioni, provocazioni, collisioni.

Sul lavoro sarò colta dalla solita paura di non essere all’altezza, perderò una grande opportunità economica e avrò poche entrate e tante uscite.

Per non parlare della salute, dove dovrò fare i conti con eccessi alimentari ed eccessi emotivi.

E che dire poi dell’animale guida che mi è stato assegnato?

Trattandosi del toporagno elefante dalle orecchie corte, c’è poco da dire.

E pensare che io, invece, mi sento più moscerino. A volte, anche parabrezza.

Come tutti quelli del Cancro, d’altronde.

Ma tanto io lo sarò ancora per poco.

Infatti, visto che per aggiustare un po’ il mio oroscopo dovrò disintegrare un paio di pianeti, dal prossimo anno dopo i Gemelli verrà direttamente il Leone.

Perché ci sono giochi bellissimi che iniziano con “facciamo finta che…”.

E allora il destino, almeno quello, voglio far finta di costruirmelo io.

Il mio, quest’anno, sarà fat(t)o a mano.

 

 

 

 

Scritto di corsa (seconda parte)

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Con gli occhi accarezzo e fermo, raccolgo e imprigiono.

Ma non trovo il bello ovunque. E’ questo il brutto.

La bruttezza sorge tra le pieghe di una mattina incupita, rimuginando su pezzi di tempo e pezzi di me, su ventuno grammi di pratica e una tonnellata di teoria, su battaglie perse in partenza, trame spezzate, fili rotti, persone sbagliate, sciatterie che deturpano lo sguardo, colline sventrate da autostrade, grattacieli accanto a chiese barocche, le vele di Scampia, i capelli di Trump, il groppo in gola, la grossolana superficialità, la sterile ottusità, il buco della serratura, la musica cafona, la canzone del Pulcino Pio, gli zirconi spacciati per brillanti, le borse taroccate, i libri commerciali, la trilogia delle sfumature, la paura della paura, la mancanza d’aria, le assenze, le presenze che si fanno invadenza, il leccaculismo che si fa zerbinaggio, le parole che si scagliano violente come proiettili, i giochini che deformano il vero, i giochi che in troppi giocano, i topi, i brutti anatroccoli che diventano belle oche, la coda di certi risibili pavoni, i tatuaggi con errori ortografici, le luci fulminate dell’albero di Natale, le giornate nere, i musi lunghi, i desideri bruciati, i sogni chiusi a chiave ma mai scordati, i morsi della fame, i rimorsi della coscienza, l’ennesima volta, il niente di nuovo, le bomboniere pacchiane, la tv spazzatura, i programmi della D’Urso, le marchette di Vespa, le bestemmie, il branco, i rivoluzionari da divano, i leoni da tastiera, gli uomini che ammazzano le donne, le case senza libri, le persone senza personalità, il tiramisù senza mascarpone, il latte versato, negarsi o negare, regalarsi e poi rivolersi indietro, la vita in cocci, gli incubi, l’indifferenza, i macigni che inchiodano, i pregiudizi che abissano, un brutto carattere o il poco cervello o la somma delle due cose, il tempo passato ad aspettare che succeda qualcosa che non succede mai, le parole del prima farcite di nauseabonde promesse, le parole del dopo grondanti di retorica petulante, le persone che sono veramente delle brutte persone e un inventario di cose brutte scritto di corsa.

Ma c’è dell’altro, oltre al quotidiano che accumula e vomita brutture a bizzeffe.

Sta lì, tra certe ombre, per sanare certe anime.

E la mia ha come l’impressione di potercela fare.

Scritto di corsa

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Strappo la bellezza ovunque essa sia e me ne faccio dono.

Penso alla bellezza incuneata tra colline che scoppiano di verde, montagne che scoppiano di neve, tramonti che scoppiano di rosso, sorrisi che scoppiano di vita, navate grandi, spoglie e nude di chiese sconsacrate, templi indiani, suk arabi, il nulla fatto sabbia del deserto, Venere allineata tra terra e sole, le radici sotterranee di una quercia antica e sapiente, il grano giallo oro, le sfumature dell’orchidea, il pastello degli Adelphi, le Metamorfosi di Escher, la poesia della Szymborska, le nuvole di Magritte, quelle bianche di Einaudi, le vecchie ballate irlandesi, il piano di Chopin, la tromba di Miles Davis, il violoncello di Rostropovič, Keith Jarrett che dirige un’orchestra d’archi, la chitarra di Jimmy Page in Stairway to heaven, la giornata perfetta di Lou Reed, il tepore di giorni di letto e temporali, la ciambella di yogurt, mandorle e cannella, la marmellata di fichi, la pasta al forno, il vino rosso, il suono della campanella della ricreazione, le dediche sui libri, La concessione del telefono, la Trilogia della città di K., Il vecchio e il mare, la spiaggia d’inverno, un bagaglio leggero, i viaggi in treno, il sugo che faceva mia nonna, le rughe di mio nonno, gli angoli smussati, le spalle grandi, le cose che scricchiolano, le fragilità malcelate, i complimenti sentiti, gli sguardi imbarazzati, le guance pronte ad arrossire, l’odore del bosco di notte, il cedro bianco del Narciso Rodriguez, gli orecchini di perle, il gioco dei riflessi di Vermeer, il puntinismo di Signac, i disegni di mio nipote, una casa gialla con le persiane verdi, un ciliegio, un gatto grigio, un’altalena, le canzoni a squarciagola, i film in bianco e nero, i mandala colorati, la posizione del cigno, l’armonia del David, la sofferenza del Cristo velato, gli abbracci che sanno di partenze e quelli che sanno di ritorni, i piccoli gesti che non sono mai gesti piccoli e un inventario di cose belle scritto di corsa.

Per scorgere la bellezza servono occhi sgombri e prospettive insolite.

A me, a volte, batte il cuore solo a pensarci.

Dalla prima lettera di Salvo a Livia

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Vigata, 4 aprile 2014

Cara Livia,

quando riceverai questa lettera io sarò lontano. Da qualche parte, al mare, spaparanzato n’anca cca e n’anca dda.

Ti scrivo queste poche righe perchè tanto con te è inutile parlare al telefono. Si sa, gira vota e furria le nostre telefonate finiscono sempre a schifio.

Vent’anni. Sono vent’anni ca fazzu sta vita e ora non ne posso più. Ora sono proprio stanco delle tue paturnie, delle tue fisime, delle chiamate nel cuore della notte o proprio quando sto per sedermi a tavola. “Pronto? Montalbano sono e sto mangiando la pasta coi broccoli. Chi è che rompe?”. E tu puntualmente ti arrabbi, fai l’offesa, balbetti qualcosa e, alla fine, butti giù il telefono. E, così a me, passa pure il pititto di mangiare.

Basta Livia, stavolta mi sono davvero rotto i cabasisi! Di te e dei tuoi teatrini che manco all’opera dei pupi!

Ogni pretesto è buono per attaccare turilla, per rinfacciarmi che lavoro troppo, che ti trascuro, che rimando scelte e decisioni. Che a te piace la montagna e a me piace il mare. Che a te non piace cucinare e a me piace mangiare. Che a te piacciono le serie tv e a me i film in bianco e nero. Che a te piace fare l’amore in silenzio e a me invece, proprio in quei momenti lì, piacerebbe fischiettare la marcia trionfale dell’Aida.

E poi mi rimproveri sempre di non essere abbastanza amico compagno amante fratello cuoco idraulico meccanico psicologo estroverso affettuoso comprensivo, di non accorgermi mai del tuo nuovo taglio di capelli, di non ricordare la data del nostro primo incontro, nè quella del primo bacio, nè quella di quando ci siamo fidanzati. Figuriamoci poi la data del tuo compleanno.

Con gli anni sei diventata sempre più isterica e petulante. Come una fimmina quando ha le sue cose (con rispetto parlando). E se un uomo con la pistola incontra una donna mestruata, l’uomo con la pistola è un uomo morto.

L’ho capito stamattina, durante l’ennesima sciarriatina al telefono. Mi hai detto di sentirti come una fabbrica di uova che sta per fallire  e che quindi dovevamo fissare una data e prenotare pure le bomboniere. Che camurria, ogni volta che hai la sacra sindrome tiri fuori ‘sta storia delle bomboniere!

E mentre tu parlavi, la vita mi passava davanti. Una vita senza gli arancini di Adelina e senza le triglie fritte della trattoria “Da Enzo”. Una vita fatta di penne al pesto e di focaccia genovese.

Allora ho cominciato a sudare freddo, ho ripassato la tabellina del nove e alla fine ti ho detto: “Scusa Livia, ne possiamo riparlare stasera? C’è Catarella che mi sta aspettando in macchina da venti minuti”.

Pensavo di essermela scampata e invece, poco dopo, mi è arrivato un tuo sms. “Non è vero che Catarella ti sta aspettando in macchina. Sei solo un bugiardo e pure un po’ codardo! Non cambierai mai! Chi nasce tondo non può morire quadrato.”

Stavolta hai ragione tu, cara Livia. Chi nasce tondo non potrà mai morire quadrato. Ma pure chi nasce mappina non potrà mai morire foulard.

Quindi ti saluto.

Salvo

(Sono cresciuta a pane e Camilleri. E visto che, in questi giorni, si festeggia il ventennale del debutto del commissario Montalbano ho voluto, a modo mio, rendere omaggio a lui e alla sua fidanzata, la “fimmina più camurriusa” di tutta la letteratura italiana. 🙂 )