Stand by

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In questi giorni di tempo sospeso, anche il fiato lo è.

In sospensione tra quel che non c’è ancora e quel che prima o poi avverrà, tra lo stupore e il disorientamento, tra ciò che sembra superfluo e le distanze che diventano necessarie.

Una sospensione momentanea dal fare quotidiano, aspettando la ripresa rassicurante delle abitudini che presto torneranno ad annoiarmi.

E mentre aspetto penso che queste ore sono la mia vita e che forse potrei riempire questa attesa con qualcosa come una preghiera, ma non lo so fare e che allora ci sono solo due modi per dimenticare l’oggi: la nostalgia di ieri e la speranza di domani.

Sotto questa teca di cristallo, aspettando che qualcuno la sollevi, rileggo le parole di Manzoni che sembrano appena scritte: “La peste che il tribunale della sanità aveva temuto che potesse entrar con le bande alemanne nel milanese, c’era entrata davvero, come è noto; ed è noto parimente che non si fermò qui, ma invase e spopolò una buona parte d’Italia…

Dentro quelle pagine c’era già tutto. L’incertezza, la caccia agli untori, le voci incontrollate, la razzia dei beni di prima necessità.

Solo che era il 1630.

E rileggo anche le pagine di Camus sulla città algerina di Orano che viene messa in quarantena.  La città è bloccata, ma al suo interno la vita continua a scorrere con le sue contraddizioni: c’è chi lucra sulla mancanza di viveri, chi scrive un libro senza riuscire ad andare oltre la prima frase, chi è convinto che la peste sia una punizione divina e chi si perde nelle frivolezze della vita quotidiana.

“Al principio dei flagelli e quando sono terminati, si fa sempre un po’ di retorica. Nel primo caso l’abitudine non è ancora perduta, e nel secondo è ormai tornata. Soltanto nel momento della sventura ci si abitua alla verità, ossia al silenzio.”

Come gli abitanti di Orano, anche fra noi c’è chi prega e chi bestemmia, chi piange sommesso e chi conforta gli altri, chi sta zitto e chi urla incazzato, chi si rifugia in discussioni speranzose e chi in silenzi disperati, chi si mette la mascherina e chi usa l’amuchina.

E poi ci sono le zone rosse, l’isolamento, il panico diffuso, gli abbracci proibiti e quelli che nessuno potrà mai proibire.

Prima o poi finirà. Speriamo prima, che tra pochi giorni è primavera.

Se avessimo una sponda di fiume potremmo sederci e guardare come finirà o come finiremo.

Chi lo suggerisce d’altronde è un cinese, sarà un caso?

19 pensieri su “Stand by

  1. “queste ore sono la mia vita”, dici, ecco credo sia proprio lì il punto, sono nostre queste ore rarefatte e allora dobbiamo cercare di viverle nel modo più simile al normale (anche se il normale non esiste più) e farle semplicemente passare tirando sera. Perchè poi queste ore non ce le restituirà nessuno.
    ml

    • È passato qualche giorno da quando ho scritto quel post e la situazione è peggiorata e il mio stato d’animo anche. Il tempo che questo virus mi sta rubando è comunque la mia vita e quando tutto questo finirà spero di tornare a fare le mie cose e anche fare cose che non ho mai fatto. 😊

  2. Hai scelto due autori che hanno usato umanità nel trattare la peste, ovvero il male. Usciremo diversi da questa esperienza che nessuno di noi ha mai collettivamente conosciuto e se saremo più umani allora essa avrà avuto un senso, altrimenti la solitudine sarà ancora più grande.

    • Stiamo affrontando questa esperienza al meglio delle nostre possibilità, pur essendo nelle mani di una classe politica mediocre e impreparata e di una informazione scoordinata e contraddittoria. L’ordine dei giornalisti mi impone di fare dei corsi sul controllo delle fonti e solo pochi giorni fa l’Ansa ha battuto la notizia della chiusura delle scuole prima ancora che il ministro si pronunciasse. Scatenando panico e confusione, come se ce ne fosse bisogno.
      Al netto di tutto ciò quindi, mio caro Roberto, credo che ci rimanga solo la nostra umanità, e speriamo che almeno questa ci faccia da scudo.

      • C’era una bella riflessione di Mauro su Repubblica un paio di giorni fa e aggiungeva la responsabilità come esito di questa pandemia

  3. È proprio a Camus che ho pensato, quando questa storia è iniziata: già quando ho letto “La peste” mi sono chiesto se per caso il buon Albert non fosse un medico, vista la precisione con cui descrive le ambasce della mia professione; in questi giorni in cui quello stato di sospensione esistenziale (che mi pesa da morire), da lui così perfettamente dissezionato, sta diventando vita reale, quella domanda ritorna, e si fa insistente… insieme a molte altre: sarò capace di essere come il dottor Rieux? E se non ci riuscissi… sarei capace di perdonarmi?

    Le tue parole, rapide e precise, sono sempre un piacere. Grazie.

    P.S.: nei rari momenti di conforto (e mi ci ha fatto pensare la tua conclusione) mi viene in mente un’altra frase di Camus: “nel bel mezzo del più gelido inverno, ho infine scoperto che albergava in me un’invincibile estate”.

    • No, non sei tu che devi ringraziarmi, sono io che ringrazio te, i tuoi colleghi e tutto il personale sanitario per la professionalità e l’abnegazione con cui state affrontando questa emergenza.
      C’è chi vi chiama angeli, chi eroi. Per me siete soldati in prima linea, persone a cui tocca aver coraggio, tanto. Perché ne dovete avere anche per chi non ne ha. Dovremmo essere tutti orgogliosi di voi, perché fate turni massacranti, rinunciate a ferie per garantire assistenza e avete un cuore grande così.
      E quando ti prende lo sconforto ricordati che Rieux è il medico che decide di rimanere in città quando tutti scappano, è colui che inventa l’antidoto per salvare i sopravvissuti, è il portatore di un messaggio che sa comunque di salvezza.
      Quindi tieni duro, Gab. Tenete duro! 🙏🤗

      • Un grandissimo maestro della mia professione una volta ha concluso una relazione dicendo: “VOI siete la sottile linea bianca che impedisce al male di dilagare nel mondo”. Ho amato questa definizione, ma ho paura di non essere all’altezza… ma come ho detto nel mio ultimo post, “non hai coraggio se non hai paura”.

      • In quel tipo di lavoro, forse all’altezza non ci si sentirà mai, ma la cosa importante credo sia farlo al meglio, con dedizione, passione e umanità.

      • Intendevo dire che siete combattenti, che siete in prima linea, che siete i più esposti ai rischi.
        (Per una serie di motivi che non ti sto a spiegare, la parola “soldato” non piace neanche a me, neanche un po’. Ma intendevo davvero dire altro…)

  4. Ah, ma sei viva allora! 😝 È un bel po’ che dalle mie parti non ti si vede, ormai mi stavo rassegnando all’idea che ti avessero messa in quarantena… Stare lontana dai poveri diavoli e non rischiare contagi indesiderati!😈😝

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