Con gli occhi a mandorla

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Ma passiamo al faceto.

Che sto alla cucina come il senatore Razzi sta alla grammatica, ormai lo sanno tutti.

Che sono più brava a mangiare che a cucinare, anche.

Insomma, per me non esiste nulla che non possa essere risolto con un sorriso e una buona cena.

Al ristorante, ovviamente.

A quello stellato, preferisco la trattoria con le tovaglie a quadretti e le sedie impagliate.

Dove servono roba buona, saporita, rozza, forte e, soprattutto, abbondante.

Cacio e pepe, pizzoccheri alla valtellinese, tonno in agrodolce, carciofi fritti, parmigiana di melanzane, tiramisù fatto in casa, caffè con i cantuccini, zenzero candito.

Posti così.

La cucina molecolare o la nouvelle cousine non fanno per me.

Che poi mi ritrovo nel piatto la stessa quantità di pasta che mi faceva assaggiare mia nonna per capire se fosse cotta o meno.

O tre penne incrociate tra di loro con un gambo di prezzemolo infilato sopra che non so mai se quello è il primo o è solo un esempio.

Ogni tanto, poi, mi piace provare anche la cucina etnica.

Amo il kebab, il falafel, il cous cous, l’humus, la moussaka, la pita, lo tzatziki.

Così, qualche giorno fa, sono andata con degli amici in un ristorante asiatico.

Un po’ cinese, un po’ giapponese, un po’ che so io.

Un posto alla moda, fatto di stoffe, di bambù, di quadri dai disegni astratti e tavolini bassissimi.

Pieno di gente e di chiacchiericcio mischiato a risate e parole urlate.

Mi sono seduta su uno scomodissimo pouff e ho cominciato a sfogliare il menù.

Era pieno di ideogrammi, senza traduzione accanto.

Alla mia richiesta di delucidazioni il cameriere dagli occhi a mandorla ha cominciato a sorridere portandosi la mano alla bocca, da vero giapponese.

Credo di averlo mandato a fanculo. In italiano.

Dopo aver ordinato non so cosa, mi è arrivato un grande piatto vuoto, dove galleggiavano poche robe isolate e insipide, accompagnate da tracce di sostanze colorate.

Funghi cotti, pesce crudo, involtini di alghe e sei chicchi di riso.

Tutta roba dai nomi strani da mangiare con le bacchette, lentamente.

Al terzo tentativo senza riuscire a prendere niente, le ho lanciate per aria e mi sono fatta portare un cucchiaio.

Nel bel mezzo del piatto c’era una roba verde.

Pensando fosse un pisello, l’ho messo in bocca e ho cominciato a masticare.

All’improvviso è come se mi fosse esploso qualcosa sulla lingua, nel naso, nei polmoni.

Perché il wasabi è così, ti fa smettere di respirare.

Ormai morente, ho fatto un cenno al cameriere che, con un inchino nipponico, ha portato al tavolo delle ciotoline di sakè.

Ho bevuto il mio sakè, il sakè degli altri e anche del tè giapponese, caldissimo.

Sono uscita da lì incazzata per il conto salato, ustionata dal tè e ubriaca di sakè.

Ma, soprattutto, affamata.

Avrei mangiato lo scontrino, uno stinco del cameriere e un panino dal kebabbaro di fronte.

E, invece, mi sono mangiata le unghie e una volta tornata a casa, mi sono avvinghiata sul pane duro da giorni, con cui volevo fare il pangrattato.

Poi ho giurato sul protocollo di Kyoto e sulla muraglia cinese che non avrei mangiato mai più roba dagli occhi a mandorla.

 

 

 

 

69 pensieri su “Con gli occhi a mandorla

  1. Il wasabi ha un gusto molto forte che, a differenza del piccante del peperoncino, sale alla testa ed incendia il naso. Ne basta una piccola quantità per mandare in crisi una persona non abituata. Mi immagino la scena . . . 🙂

  2. eheh, i rischi e il fascino dell’ignoto, qualche volta va bene, il più delle volte male, che ti alzi ancora affamato senza sapere cosa fosse il poco che hai mangiato.
    recentemente ho provato la cucina thailandese e sono stato fortunato, una camerierina cerimoniosa ci guidava nella scelta dei piatti spiegandone il contenuto e la gradazione di piccante.
    ml
    PS l’aggettivo “molecolare” così alla moda, applicato a proposito e sproposito, dalla cucina ai cani (??), mi manda in bestia

    • Sai che non sei il primo che mi parla bene della cucina thai?
      Io non l’ho mai provata, ma ora mi avete incuriosito.
      (Sull’aggettivo molecolare la penso esattamente come te. E siccome non voglio farti irretire, giuro che non lo userò mai più! 😊)

    • Lo adoro!
      Con il pesce, con la carne, con le verdure, mi piace tutto!
      Una cara amica di mia mamma (di origini favignanesi) lo sa fare alla perfezione. E diversi anni fa sono stata persino al cous cous fest a San Vito Lo Capo.
      Una goduria! 😍

  3. “Cacio e pepe, pizzoccheri alla valtellinese, tonno in agrodolce, carciofi fritti, parmigiana di melanzane, tiramisù fatto in casa, caffè con i cantuccini, zenzero candito….”
    Diciamo che non ti fai mancare nulla anche se questa esperienza nipponica aveva portato da tempo me alla stessa tua “macumba”. Solo che io uscito dal Cinese sono entrato in una pizzeria e lì ho dato veramente il peggio che un uomo può dare in condizioni similari.! Ciao PindaricaJò…tibbacio!
    paolo

  4. è come se avessi scritto di me ahahahah! Stupendo! In ogni caso, io al momento ho una grave e preoccupante fissazione per la cucina etiope e per quella indiana *_*

    • Quella indiana l’ho provata tante volte e mi piace molto perché è speziata, quella etiope invece mai assaggiata!
      Al momento comunque una certezza ce l’ho: con il giappo ho chiuso! :))

      • Ma dài, non farti abbattere da un’esperienza negativa.
        Nella cucina giapponese e nel sushi in particolare c’è tutta una filosofia che va conosciuta.

  5. Che poi il sushi è una minima parte della cucina giapponese. E per lo più propinato in ristoranti ex cinesi convertiti al Giappo (manentendo però proprietà e cuochi cinesi).

    Io, per restare in tema pesce, ho cucinato una bella (e buona) pasta con le sarde e un’orata pescata (non di allevamento).

  6. Pinda ma cosa mi combini? Vai al giappo e mi mangi il wasabi da solo??? Puahahahah
    Ma i tuoi amici non ti hanno fermato? Che bastardi… e magari se la ridevano anche…
    Domani gnocco fritto e bombe alla crema e cioccolato, tanto per rimanere leggerini… 😉

    • Eh, se non ti decidi ad aprire un ristorante tutto tuo o a venire a fare lo chef a domicilio, le conseguenze sono queste.
      I tuoi malloreddus col sugo all’arrabbiata me li sogno anche la notte.
      Io, insomma, non dimentico! 😊😘

  7. Ahahah fantastico…sto ridendo come uno scemo! Ecco, io sono proprio come te, mi piace una cucina concreta, poi può essere anche di altre nazioni ma deve essere…umanamente comprensibile! Oggi sono stato a cogliere le olive, mangiato in campagna…pane e frittata con un po’ di prosciutto e di formaggio…avresti gradito! Sul giapponese non dico nulla perché mai provato mentre di tanti cinesi solo un paio secondo me erano cinesi cinesi e mangiai bene è abbondante mentre credo che per molti sia un po’come quei ristoranti italiani che trovi all’estero che di Italiano hanno solo l’insegna!😂

  8. L’articolo è adorabile come al solito… ma non condivido. Il problema non è la provenienza ma la supponenza del cuoco: un all you can eat dei più lerci ti riconcilierà con i nostri amici del Sol Levante! 🙂

    • Il problema credo sia stato il menù: non avendo una traduzione a fronte, ho ordinato la prima cosa a caso (visto anche che il cameriere parlava pochissimo l’italiano e non ci capivamo).
      Se ci fosse stato scritto espressamente “brodaglia mista” sicuramente non l’avrei ordinata. :))
      I miei amici del Sol Levante, se vogliano riconciliarsi con me, devono imparare a fare la pizza! 😊😊😊

      • Questa è una pessima idea. Se un giapponese viene in Italia, va a Roma e pretende che gli facciano un sushi perfetto, c’è qualcosa che non va :-).

      • Ma scherzavo, Gab!
        Figurati se vado a mangiare la pizza dal sig. Yamamoto, quando ho il sig. Pasquale della pizzeria “Il Vesuvio” sotto casa! 😂😊

  9. 🤣🤣🤣🤣🤣🤣🤣🤣sto morendo!! Però la prossima volta al giappo ci andiamo insieme.. ti piace la stessa cucina etnica mia, quindi hai solo sbagliato piatto! Ps. Thai ancora meglio 😋

  10. Che poi quello che servono nei ristoranti non è vero wasabi: l’originale costa molto perché la pianta del wasabi è costosa da curare: è una pianta acquatica, richiede acqua corrente pura, viene coltivata solo in Giappone e da qualche parte nel resto d’Asia. Quindi ciò che servono nel resto del mondo è una pasta ricavata dal rafano (di cui il wasabi è parente). Il wasabi vero, dicono perché non ho avuto il piacere, è piccante ma dolce e delicato. Non prende in modo aggressivo come il rafano e soprattutto non ti incendia i seni nasali (sensazione che mi han descritto, io me ne son sempre tenuto alla larga!).

    • Sei un rappresentante di tuberi tu, di’ la verità!
      Scherzo, grazie invece per la spiegazione, ora ne so di più su quello che ho mangiato! 🙏
      Praticamente un wasabi tarocco che a me, immerso in quella brodaglia, sembrava un grosso pisello (non in quel senso, eh! 😂)
      Comunque, la prossima volta, pizzeria! 😊

      • Forse dovrei rappresentar tuberi, mi dicono sempre che ho uno spirito di patata!
        Comunque sul giapponese: io ne son ghiotto ma vado negli all you can eat dove puoi riempirti lo stomaco. Ma la qualità è medio bassa e tra l’altro alcune proposte non sono manco rispettose della tradizione. Per dire, è come mangiare all’estero spaghetti col ketchup. Se poi uno vuol la qualità finisce in posti dove esci più vuoto di quanto sei entrato: di portafoglio e di stomaco (e temo sia quel che ti è successo).

      • Come ho scritto in uno dei commenti la mia esperienza di cucina orientale non è mai andata oltre la classica barchetta di sushi e sashimi o ai noodles di soia (del resto del cibo cinese invece non digerisco nemmeno le bacchette!).
        Stavolta mi sono lasciata convincere ad andare in uno di questi ristoranti raffinati e alla moda e ne sono uscita più affamata di come ci sono entrata. :))

  11. Rido da 10 minuti, immaginando te paonazza e incazzata alle prese con quel povero cameriere!
    Faccio bene io che quando vengo da quelle parti ti porto in pizzeria!

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