Il mio mare era bellissimo

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Una volta il mio mare era bellissimo.

Una volta, quando ancora univa quei paesi che di fatto separa. Quando i pescatori ancora pescavano i pesci. Pesci vivi.

Oggi il mio mare è un profondo cimitero liquido. E i pescatori, oggi, pescano uomini. Uomini morti.

Quelli che vanno via dalla loro casa, con le pezze al culo e su bagnarole improvvisate, in cerca di una casa nuova. Da qualche parte, verso quella terra promessa che è stata loro raccontata ma che non sono neppure certi esista davvero.

Li chiamano migranti finchè, del participio presente, conservano movimento ed energia. Finchè bevono acqua di mare se hanno sete. Finchè pregano il loro Dio con le poche forze rimaste. Finchè urlano come gabbiani quando il livello dell’acqua comincia a salire.

Dopo li chiamano emigrati. E il participio passato li trasforma in numeri. E tali restano per sempre. Numeri, anzichè persone.

Lo chiamano mare nostrum. E,  forse, sarebbe più corretto chiamarlo mare mortum.

Quanti ne siano morti nel mio mare nessuno lo sa.

Perchè nelle acque del mio mare spesso l’inizio e la fine coincidono. L’inizio è sempre un sogno, una speranza, una fuga, un biglietto di sola andata. La fine, invece, è un grido di dolore, un rantolo, una morte drammatica. Moltissima morte.

Intanto, il mondo sta a guardare. Perchè l’abitudine, piano piano, offusca pure il senso della morte. Perchè ci sono morti che non interessano a nessuno. E quelli che muoiono tutti i giorni, lungo le coste siciliane, sembrano non interessare a nessuno.

C’è lo sdegno del primo giorno, il cordoglio del secondo e le lacrime da coccodrillo del terzo. Il quarto giorno ci sono le solite sfilate di ministri addolorati e le solite dichiarazioni listate a lutto. Il quinto giorno la coscienza è stata già messa a posto. E così, in quel mare di retorica e di ipocrisia, i morti annegano una seconda volta.

E mentre si piangono i morti, si continuano ad ignorare i vivi. E mentre ogni giorno, da anni, il copione si ripete, i siciliani sono sempre lì, in prima fila. Lasciati da soli a gestire le emergenze e a riparare le falle.

Se riescono a salvarne uno, ne vedono morire dieci. Se riescono a salvarne dieci, ne vedono morire cento. E quello che i loro occhi vedono non può essere ricostruito a parole. E allora le parole restano lì, ferme e rassegnate, in fondo al cuore.

Come se non fossimo tutti sulla stessa barca. Come se la barca non fosse di tutti. Come se la barca non facesse già abbastanza acqua da tutte le parti.

Naufragare sarà anche dolce per chi è seduto dietro una siepe ad ammirare l’orizzonte.

Quando si è sul Titanic, no. Quando si è sul Titanic si cola a picco. Tutti.

E ogni tanto bisognerebbe ricordarselo.

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15 pensieri su “Il mio mare era bellissimo

  1. Non accetto che il mare sia nostrum,ma “lorum” (di iddi) e non accetto che siamo tutti sulla stessa barca
    Su quella barca ci siamo solo noi,loro no.
    Ma chi sono loro?
    Loro! Quelli che su “mare lorum” stanno costruendo, o hanno già costruito un’industria per guadagni facili
    Adesso vanno di moda i centri di accoglienza gestiti da privati che aspettano denaro dall’Europa
    “Prima o poi arriveranno, dicono, e quando arrivano…..su belli soddi
    “Tutto gira intorno a mare lorum”

  2. i Siciliani si accollano il problema dei migranti, gli Abruzzesi e gli Emiliani quelli del terremoto, i Sardi dell’alluvione e via andando… lo Stato è sempre assente comunque, troppo impegnato a leccare il culo a quella UE che ignora il problema immigrazione, invero anche gli altri.
    Spendiamo 300.000 euro al giorno per issare a bordo cadaveri galleggianti e cadaveri VIVI destinati a essere parcheggiati in disumane strutture, con quella cifra potremmo mantenere un intero STATO
    ciò che scrivi col cuore e con una magistrale penna è una denuncia che condivido, sperperiamo per creare disastri, non per aiutare. Questa storia è uno scempio umano, uno scempio economico, uno scempio concettuale, uno scempio delle coscienze.
    TADS

    • Hai centrato il punto.
      Lo Stato è presente solo quando c’è da riscuotere. Quando c’è da garantire un qualsiasi diritto, o anche solo un minimo di dignità, è quasi sempre latitante, assente, menefreghista e ipocrita. E hai ragione anche quando dici che il post è stato scritto col cuore. Ma è stato scritto anche di pancia, sull’onda emotiva di ciò che sento e di ciò che vedo tutti i giorni.Come ho gia scritto in un precedente commento io non so quali siano le soluzioni a questo scempio.Se sia meglio riportarli indietro e farli morire a casa loro (come vorrebbero alcuni) oppure sperare che arrivino già morti così si risolve il problema a monte (come vorrebbero invece altri). Io davvero non lo so.So soltanto che il problema in Sicilia nessuno pensa a risolverlo, (cosi come rimangono irrisolti i problemi dell’Abruzzo, della Sardegna ecc.) e questa cosa mi fa profondamente incazzare….ops arrabbiare.
      Ciao Tads, sempre bello confrontarmi con te!

  3. Vedere queste tragededie ai TG ha probabilmente un impatto meno violento che viverle direttamente, come i siciliani; verderle però le vediamo! Ho paura che il cuore sia lontano dagli occhi.

    • Esatto, il cuore è lontano dagli occhi! E lo so che certe immagini le vedono tutti. Solo che chi dovrebbe fare non fa. Chi dovrebbe trovare delle soluzioni non le trova. E a me è questo che fa rabbia! 😦

  4. Nulla da aggiungere se non che a distanza mi hai letto il cuore e gli hai dato voce.
    Che scrivi in modo splendido passa persino in secondo piano in questo articolo, credimi! Un Grazie personale…e, se mi permetti, un abbraccio.

  5. Pochi minuti fa guardando il tg pensavo giusto le stesse cose che tu hai scritto egregiamente in questo articolo. Non so se prevale in me più la rabbia o la tristezza. In ogno caso onore e merito al senso di accoglienza dei siciliani!

    • Fatto sta che il problema non se lo possono accollare solo i siciliani per ovvia vicinanza geografica con le coste africane. Il problema é di tutti ma nessuno muove un dito. Perché se il problema è lontano dagli occhi allora é anche lontano dal cuore.

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