Quote rosa shocking

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Lo stridio del gesso sulla lavagna, il fischio del microfono, il rumore del trapano dal dentista. Tutti suoni fastidiosi e molesti che mi fanno accapponare la pelle.

Confesso, però, che io rabbrividisco anche quando qualcuno dice o scrive sindaca o ministra o assessora o avvocata.

Quando sento queste parole declinate al femminile, chissà perchè, mi viene in mente Catarella, il poliziotto centralinista del commissariato di Montalbano che non azzecca mai (mai!) un nome, un cognome, un titolo professionale.

Solo che stavolta Catarella avrebbe ragione. Queste parole infatti, da un punto di vista linguistico, sono assolutamente corrette e  sono state ormai sdoganate.

Il problema è mio, solo mio. Sarò anche politicamente scorretta, ma tutta ‘sta querelle sul sessismo nella lingua italiana per me è una cagata pazzesca! Un po’ come la fantozziana corazzata Potëmkin.

Una questione di lana caprina che però ha fatto scomodare illustri puristi del linguaggio, insigni italianisti, acculturati membri dell’Accademia della Crusca. Tutti hanno concordato sul fatto che “un linguaggio monosessuato e androcentrico rappresenta un potente strumento di oppressione culturale” e quindi tutti si sono pronunciati a favore dell’uso del genere femminile per indicare ruoli e cariche storicamente maschili.

Hanno sostenuto che la lingua rappresenta lo specchio della realtà sociale e poichè oggi la realtà sta cambiando, è doveroso che anche la lingua si adatti e faccia il suo corso.

Hanno detto che, poichè l’italiano non ha il genere neutro, è corretto concordare al femminile il nome di cariche pubbliche fino ad ora declinate solo al maschile ed è necessario prendere confidenza con parole nuove come assessora, consigliera, ministra, architetta, avvocata, chirurga, commissaria, rettora, deputata, prefetta, notaia, sindaca.

Hanno dichiarato che “un linguaggio troppo maschilista discrimina le donne in quanto tali, esclude il genere femminile, emargina sia il femminino che la femminilità, sminuisce l’espressione del femminile e la subordina al maschile, mortifica le aspirazioni della donna, ignora le sue istanze, censura le sue proteste, confina la cultura femminile in riserve recintate, ghettizza il pensiero femminile”.

Addirittura?! Addirittura.

Nel dubbio però, ognuno fa come meglio crede.

Come un autorevole giornalista che, su un autorevole quotidiano, ha scritto un’assessore per rimarcare con un colpo d’apostrofo che si riferiva ad una donna e non ad un uomo, spiegando che il suo non era un refuso ma una consapevole scelta linguistica. (Se avesse scritto che gli era morta la maestra di italiano alle elementari sarebbe stato più credibile. E forse ancora più autorevole).

Comunque, sono d’accordo che la lingua debba fare il suo corso ma, al di là delle motivazioni puramente linguistiche, quelle che davvero non concepisco sono le motivazioni vetero-femministe di chi sostiene che certi termini declinati solo al maschile mortificano il ruolo della donna, creano discriminazione, non permettono una vera parità di genere.

Non è una questione di genere, è una questione di buon senso.

Non credo che cambiando la desinenza di qualche parola si raggiunga la parità o si ponga fine alla discriminazione verso le donne.

Non penso che il cambio di genere rappresenti davvero una conquista. Non è modificando le regole grammaticali o rendendo la lingua completamente neutra che si conquistano le pari opportunità.

Per me, le donne che pretendono ed esigono di essere chiamate assessora o ministra o sindaca per una forma di riconoscimento per l’impegno che hanno messo a ottenere quel risultato, segnalano invece un piccolo, ingiustificato e infondato complesso d’inferiorità.

Mi piace pensare che, le donne che ricoprono ruoli di vertice, ci siano arrivate per giusti meriti, per intrinseche capacità, per indiscusse competenze e non perchè un’assurda legge sulle quote rosa ha permesso loro di arrivarci.

E non penso di sminuire il ruolo che faticosamente hanno raggiunto se mi rivolgo loro chiamandole sindaco o assessore o ministro o avvocato. Nessuna mancanza di rispetto, uso solo parole che designano la carica in sè e non chi la ricopre.

Sciascia sosteneva che “l’italiano non è l’italiano, è il ragionare“. Io, quindi, ci ho ragionato sopra  ed ho deciso che continuerò a dire e a scrivere ministro, sindaco, assessore, avvocato anche quando questi ruoli sono ricoperti da donne. Da donne come me.

Anche perchè, come la mettiamo con “perita”, nel senso di una che ha il diploma di perito chimico?

Immagino già la telefonata del povero Catarella a Montalbano: “Dottori, dottori scusassi. C’è qui una signora che dice di essere perita, ma a mia viva e vegeta mi pare!  E’ venuta di pirsona pirsonalmente, quindi comu fa a essere morta?!”

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7 pensieri su “Quote rosa shocking

  1. Finalmente una donna che vede le cose in modo più obiettivo di altre donne. Credo proprio di dire che molte quote rosa stanno fuori. Tu staresti bene li !

  2. ancora una volta hai colto nel segno!!! bravissima ! e Catarella è veramente la ciliegina sulla torta! ps. se mi chiami mentora ti denuncio e faccio intervenire Montalbalbano di pirsona personalmente!

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